Da Wallace a Updike

La mia passione bruciante (che in alcuni periodi ha rasentato un’idolatria pagana) verso David Foster Wallace – verso il suo romanzo Infinite Jestverso le sue raccolte di racconti, verso i suoi saggi a la Montaigne – si è piano piano assopita, fino a che si è trasformata in una banale infatuazione minata da un dubbio: fu davvero grande? L’ultima mazzata, Wallace l’ha ricevuta con la pubblicazione postuma di un’intervista che era durata non so quanti giorni, e che, giustamente, non era mai stata pubblicata: ora è diventata addirittura un libro, il cui titolo, in Italia, è Come diventare se stessi, minimum fax. Se amate DFW, non leggetelo: potreste rimanere molto delusi da un uomo ingenuamente nevrotico e megalomane, pieno di banalissime insicurezze, con un grandissimo desiderio di considerarsi un genio e il timore di non esserlo davvero.

In Considera l’aragosta, che anche in questa fase di dubbio nei confronti di Wallace mi appare comunque come un capolavoro di intelligenza, c’è un saggio che tritura e distrugge John Updike: lo fa letteralmente a pezzi. Poiché di solito tendo a fidarmi dei consigli che i miei autori preferiti mi danno (penso a Flaubert, tra le cui pagine mi ha spinto Nabokov), ho condiviso questo suo giudizio, senza sapere però su cosa si basasse. Mi sentivo, stupidamente, dalla parte giusta. Nonostante continuassi a vedere il suo nome – nelle quarte di copertine, in interviste ad altri scrittori, in articoli sui miei autori preferiti – mi sono sempre tenuto distante da lui.

Ora, scopro che ho sbagliato. Consigliato da una persona che lavora in una casa editrice, del cui gusto mi fido, ho letto un  libro di Updike che avevo comprato in un momento di debolezza, che avevo già provato a iniziare, e che avevo lasciato dopo poche pagine: Villaggi.

La prima impressione che si ha dopo aver letto alcune pagine è di trovarsi di fronte a qualcosa di molle e scialbo: se nel palato avete il gusto forte del vigore di Philip Roth, o la lucidità tagliente di Franzen, potreste far fatica a trovare interesse per la prosa piana e lineare di Updike. E così, in effetti, è successo a me. Ma con il passare delle pagine, piano piano, emerge la grandezza sottile di Updike  – che non sta nella lingua, e non sgorga dalla costruzione della storia, ma che consiste, piuttosto, in una visione incredibilmente profonda dell’essere umano – visione che appare tra le pagine in fiammate improvvise. I personaggi di Villaggi, confrontati con i personaggi di altri libri di autori che gli sono stati avvicinati,  sono persone normali, e mediamente noiose; vivono in case anonime, in paesi mai sentiti degli Stati Uniti d’America, e crescono, si sposano, si amano e si tradiscono in modo del tutto convenzionale. L’intreccio è praticamente inesistente; la tensione non c’è, perché i personaggi di Updike sono tutti molto ragionevoli. Eppure, d’improvviso scatta una sorta di illuminazione – uno squarcio che si apre sul mistero dell’uomo: i suoi desideri, i suoi ricordi, le sue paure. La profondità, e l’originalità, di certe osservazioni mi hanno lasciato sbalordito; e guardando le foto del viso di Updike, sembra di scorgere quel talento sornione, controllato, impercettibilmente brillante, che sceglie di rivelarsi sottovoce, con un sorriso di complicità.

Owen ripensò al suo primo triangolo, lui, suo padre e sua madre. La madre gli aveva dato amore e consigli e l’idea che la sua fosse una vita fatata, ma quando i genitori litigavano le sue simpatie andavano sempre al padre, l’esangue, il preoccupato, l’abbacchiato, quello che prendeva tutto alla lettera. Gli uomini capivano gli uomini, meccanismi dalle pochissime leve – qualche appetito molto concreto, un orgoglio di guerriero e uno stoicismo atavico. Le donne sono luminose creature lunari, che ci feriscono quando si negano e, di nuovo, quando non si negano.

(John Updike, Villaggi, Guanda – traduzione di Silvia Piraccini)

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9 risposte a "Da Wallace a Updike"

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  1. Post interessante. Mi segno tutto 😉
    E molto bella la nuova veste del blog. Grande stile, non chiassosa come la scelta che ho fatto io. Ma ora mi sento colorata e quindi.

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  2. Bella la nuova grafica di questo blog, che come sai è fra i miei preferiti.
    Su Wallace sono sempre stato indeciso: a sprazzi pare un genio assoluto e vertiginoso, poi si trasforma in un cervellotico rovinato dal’erudizione e quasi illeggibile, quasi “dispettoso”.
    Di Updike ho letto anch’io pochissimi assaggi che non mi catturarono (e non me lo rendono attraente certe sue simpatie per la scrittura “collettiva”) ma penso che gli concederò anch’io una nuova possibilità.
    Sul brano proposto sono personalmente agli antipodi: sempre stato dalla parte della mamma, e del cervello “intuitivo-femminile”, al mille per cento… 🙂

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    1. Concordo con il giudizio di Wallace. E’ un genio, al quale è mancata una visione di se stesso all’altezza del suo talento. Leggendo la sua intervista in “Come diventare se stessi”, l’impressione che se ne ricava è che fosse troppo interessato a quello che gli altri pensavano di lui – da grande appassionato di tutto ciò che era “meta” (il metaracconto, il metaromanzo), aveva finito per diventare anche lui un metascrittore. Giudicando le cose che ha prodotto, una a una, direi comunque che è grandissimo sul racconto breve e sul saggio (anche ampio, come “Una cosa divertente che non farò mai più”), mentre non sarà ricordato per i suoi romanzi: o, almeno, è questo il mio parere.
      Non sapevo del rapporto tra Updike e la scrittura collettiva. Quello che posso dire, dopo aver letto un solo suo libro – si tratta quindi di un parere per forza di cose limitato – è che dal punto di vista dell’acume cognitivo, cioè la capacità di raccontare cosa si muove dentro alle persone, di come funzionano i legami sociali, ecc è davvero profondissimo; meno forte, invece, nella costruzione della storia e nello stile.

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  3. Ciao, ho scoperto il tuo blog attraverso la google alert su DFW del quale sono praticamente… innamorata. Capisco benissimo cosa intendi quando nel tuo post ti riferisci ad una sorta di “idolatria pagana”. Non penso di esserne affetta, ma mi rendo conto di essere stata sul punto di “caderci” più di una volta. Di Wallace ho letto tutto, mentre Updike devo ancora affrontarlo (d’altra parte, la maggior parte dei libri del Coniglio non si trovano più nelle librerie). Non posso dunque prendere posizione nella querelle tra i due scrittori, ma grazie al tuo post sono sicuramente più interessata ad approfondire il discorso (spero di aver fortuna con la ricerca dei libri di Updike…).

    Sono una dei curatori del sito http://www.raccontopostmoderno.com. Mi piacerebbe che tu venissi a visitarlo e poi mi contattassi alla mail che ti lascio con questo commento. Mi hai fatto venire un’idea di cui vorrei parlarti.
    Sperando di ricevere presto un tuo contatto, di auguro un buon we.
    Raffaella Foresti

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