Grandezza e miseria di David Foster Wallace

david foster wallaceParlando di libri con un collega, più o meno nel giugno del 2006, avevo ricevuto il consiglio di leggere un certo “David Foster Wallace“, del quale il collega mi aveva mostrato una foto che io ritenni curiosa, perché in contrasto con l’idea che allora avevo di uno “scrittore serio”: un ragazzo con i capelli lungi e la bandana, che se mi avessero chiesto “cosa fa, secondo te, questo tizio”, avrei detto “cantante rap”, del genere un po’ gangster, tra l’altro. Mi segnai il nome, ma poiché il tempo per leggere grandi libri è inferiore a quello che servirebbe per leggerli tutti, lo tenni parcheggiato in una sorta di anticamera dove, tipicamente, lascio gli autori che hanno bisogno di altri stimoli per essere accolti.

Circa sei mesi dopo, scrissi un post (che allora mi sembrava avesse un linguaggio esplicito!) su una notte passata in un albergo di Sondrio, in una camera che confinava con la suite di una coppia in viaggio di nozze o incaricata di testare un nuovo tipo di Viagra. Tra i commenti, ci fu qualcuno che scrisse:

Una domanda che mi pongo da sempre è cosa c’entrino tutti i km che percorro con l’amore. Mi dà da pensare il ruolo del viaggio nel sentimento. Sembra esserne parte integrante finché non sveli la sua vera identità: è un catalizzatore, forse, un antidolorifico. Per chi non lo ha non-scelto come tramseunte strumento di ottimizzazione dell’amore, il viaggio è spesso subìto. Ma Dio solo sa quanto questo opponga tesi inoppugnabili per il suo stesso esistere. 
Un bel post alla Wallace (David Foster) caro ingegnere sdirazzato. Sai quanto ti apprezzo. Il tuo sudore interno compensa quello esogeno di chi – incidentalmente – lo ha scelto.
Un caro saluto.

Neli

Agata Christie diceva che undici indizi sono undici indici, ma dodici indizi fanno una prova. Un consiglio è un consiglio, due consigli sono un invito che non può essere ignorato. Poco dopo, ho preso Infinite Jest, che però non ho letto subito. Un mese dopo, ho comprato Considera l’aragosta (è incredibile che anche in posti sordidi come i centri commerciali si trovino simili gemme – il che dimostra che non sanno neppure cosa vendendo), ed è stato un cambio di paradigma. Alla Thomas S. Kuhn, per intenderci.

Non avevo mai letto nulla di simile – nulla di così intelligente e di così divertente allo stesso tempo. Ha letteralmente cambiato non solo il mio modo di pensare,  ma anche il tipo di domande che mi pongo – a distanza di 5 anni, ancora avverto l’influenza di quel libro sulla mia idea di cultura, di letteratura, di trasmissione delle proprie idee. Il 2007, tra l’altro, era un periodo un po’ particolare, nella mia evoluzione intellettuale (non si finisce mai di crescere): a 37 anni, mi stavo confrontando, per la prima volta nella mia vita, con la scrittura, ed ero alla ricerca di una strada che sentissi mia. Wallace, in questo senso, è stato un esempio fondamentale. I suoi racconti (in particolare quelli di Brevi interviste con uomini schifosiche considero uno dei cinque libri più belli di tutti i tempi) sono stati il motivo per cui ho iniziato a scrivere fiction: senza di loro, non l’avrei mai fatto, o avrei fatto tutt’altro.

Poi, ho letto Infinite Jest. Ne sono rimasto estasiato. Mi pareva di avere davanti la nuova bibbia del ventunesimo secolo – la summa di tutto ciò che si poteva fare con le parole. C’era qualcosa di inebriante, e irresistibile, in quelle pagine. Un distillato di contemporaneità, capace di mandare in pensione tutti gli scrittori che erano venuti prima di lui. Mi ricordo ancora lo stato in cui mi trovavo mentre lo leggevo: lo portavo con me anche a pranzo (ad esempio in questa specie di pizzeria in via Togliatti, ad Empoli), e mi sembrava di vivere un’avventura meravigliosa. Ho letto anche Una cosa divertente che non farò mai più, e ho goduto di fronte alla bellezza dell’intelligenza. Poi, però, sono incappato in alcuni passi falsi: Verso Occidente l’impero dirige il suo corsoLa ragazza con i capelli strani, qualche pagina de La scopa del sistema. Non era solo una questione del valore dei libri in sé: c’era qualcosa di più ampio, più generale, o di più personale riferito a Wallace  – la sensazione che si trattasse dei primi tentativi di un trucco che poi, in altri libri, gli sarebbe riuscito perfettamente.

Nel corso degli ultimi anni mi sono trovato spesso a difendere DFW da chi lo accusava di essere un virtuoso senza contenuto, una sorta di bluff ben costruito che però non significava a nulla (lo attaccava spesso Serino, su Satisfiction). Se leggessi qualcosa di simile ora, è probabile che ancora prenderei le difese di Wallace; ma lo dovrei fare guardando le cose che mi sono piaciute, e facendo finta di non vedere tutto il resto. Ma soprattutto, dovrei lottare con la sensazione che Wallace sia stato prima artefice, e poi vittima, di un grandissimo equivoco circa il ruolo, e la presenza, di uno scrittore nei suoi testi. La grandezza di Wallace consiste in questo: quando lo si legge, si avverte l’immenso essere umano che ci sta dietro – tutta la sua empatia, tutto il suo desiderio di arrivare a te che leggi: tutto il suo desiderio di piacerti a tutti i costi.

Wallace impedisce sistematicamente al suo lettore di giudicarlo. Lo blandisce, lo porta dalla propria parte, ne chiede la complicità. Lo stupisce. Lo sfida e lo colpisce. Ma è sempre al lettore, che Wallace guarda: sempre al suo giudizio, e, anche se può sembrare patetico, al suo amore. E poiché teme questo giudizio – poiché teme di non essere amato – non smette mai di fare tutto quello che può perché il lettore lo stimi, e lo ami. Il talento di Wallace – la  capacità di variare registro, la profondità del suo sguardo, la sbalorditiva intelligenza cognitiva, il controllo del flusso di idee –  è immenso, ma, a volte, sembra usato a sproposito, per il fine sbagliato. Intorno al 1996, poco dopo l’uscita di Infinite Jest, e il suo successo infinito, DFW aveva concesso un’intervista a David Lipsky, che per una serie di cause contingenti si era prolungata per cinque giorni. Il risultato di quelle chiacchierate non era mai stato pubblicato, e si è dovuto aspettare che Wallace morisse, che si impiccasse nel salotto di casa sua, per poterle leggere. Non credo sia stato un caso. In rete, ho letto interessanti recensioni a questo libro, che sostanzialmente ne parlano bene. Con nessuna di queste mi sento in disaccordo: ad esempio, potrei sottoscrivere quella di Denise Bresci, nel blog “Della stessa sostanza dei totani”. Eppure, con nessuna di queste, in realtà, sono in accordo. Dicono cose giuste, ma non dicono quelle che ho sentito io. Ciò che emerge da queste interviste è proprio il peccato originale di Wallace che, dopo aver sperimentato la metanarrazione, il metaracconto, il metaromanzo, è diventato un metascrittore: uno scrittore, cioè, che continua a pensare al fatto di essere uno scrittore, a ciò che questo significa, al modo con il quale gli altri guardano a lui come scrittore. Wallace soffriva di gravi disturbi psichici, e questa è innegabilmente una tragedia dal punto di vista umano; il problema è che, alla lunga, questi problemi sono entrati in modo indissolubile nella sua opera, decretandone la grandezza e il contestuale fallimento. Wallace è grande in metà della sua opera per gli stessi motivi per i quali l’altra metà non vale niente. Persino Infinite Jest non è immune da questa ambivalenza – e con il passare del tempo, il mio primo giudizio entusiastico (entusiastico è comunque un eufemismo) si è via via ridimensionato, fino a diventare un apprezzamento con riserva. La prova di questo allontanamento la trovo ogni volta che ripenso a quel libro: mi vengono mente frasi, paragrafi, scene, ma mai il romanzo nella sua interezza. E’ un test riduttivo, e ingenuo, ma sfido chiunque a citare il nome di un solo personaggio di Infinite Jest.

I miti sono fatti per essere distrutti. Wallace, con la sua esperienza personale tracimata nelle pagine (e viceversa: la sua scrittura ha finito per condizionare DFW più di quanto lui sia stato in grado di condizionare la sua scrittura), e il suo desiderio sempre nascosto di essere amato, fa quasi tenerezza: sebbene io avverta sempre più spesso la tentazione di farlo, non mi riesce proprio di lasciar cadere la sua statua, spinta giù dai grandi geni della scrittura (i primi che mi vengono in mente: Flaubert, Philip Roth, Nabokov, Kafka, Amis, O’Connor, Cechov). Continuo ad amarlo – anche per i suoi difetti, per la sua disperazione genuina, per la sua drammatica richiesta di aiuto che ha lanciato verso il mondo senza perdere mai il sorriso. E facendo finta che Come diventare se stessi non sia mai stato pubblicato.

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