Latte caldo

 Dopo un weekend passato tra Padova e Trieste, il lunedì arriva con la voce metallica del mio cellulare che, come una matrigna, mi dice “Sono le sei e trenta, è ora di svegliarsi”. Mentre Dunja continua nel suo sonno, io mi alzo dal letto futon (un’invenzione un po’ crudele che misura il passare del tempo della mia schiena) e mi sposto verso la doccia, sbattendo le ginocchia e i piedi su stendini, libri appoggiati a terra, gatti mezzi addormentati. Sto sotto l’acqua calda per quindici minuti, cercando di rubare la sua energia primordiale. Poi, dopo una colazione frettolosa, e il lavaggio dei denti, scivolo fuori, all’aperto: il cielo ha il colore del piombo, e piove, e il vento scompiglia la pioggia.

Tre volte alla settimana devo essere al lavoro entro le otto. Poiché i bambini devono andare a scuola, lascio la macchina a casa, e mi arrangio. D’estate, quando avevo voglia, prendevo la bici, e mi cronometravo cercando di battere il record del giorno precedente; d’inverno, lascio che vinca la pigrizia, che invoca l’alibi del freddo, e uso i mezzi. All’andata vado a piedi fino alla Stazione, lungo via Buonarroti, e da là prendo il 7: al ritorno, scelgo il 18, e poi il tram.

Camminare fa bene. Chatwin diceva che il linguaggio è nato così: un bambino sulle spalle di una mamma che, nel cuore dell’Africa, dà un nome alle piante che vede lungo il cammino di andata, e che riconosce al ritorno – un po’ come Adamo nel paradiso terrestre. Io, però, non do i nomi alle case, ai giardini, alle macchine accanto alle quali passo in silenzio: non saprei come chiamarli. Piuttosto, guardo, e sento. Lentamente, avverto il cambio delle stagioni, il lento spostarsi dell’alba, l’accendersi e lo spegnersi degli odori. Ricordo che a dicembre vedevo il cielo prendere colore e luce alla mia sinistra, attraverso gli spazi che i palazzi lasciano tra loro; ora esco che è già chiaro, e il sole è una palla rossa che mi guarda. A metà strada c’è un piccolo giardino per cani. Da là dentro, se la notte ha piovuto, arriva un odore micidiale di merda, mescolato al ricordo di un sottobosco pieno di funghi. In primavera le sue piante vanno in amore, e spargono il profumo dei fiori – ormoni per cuori vegetali – fino al marciapiede: sono loro che annunciano l’arrivo della bella stagione. Prima di arrivare all’autobus, dal cavalcavia della Stazione osservo l’alba nel suo timido fulgore: sotto, i binari, i treni in movimento, un lento e sommesso brulicare di viaggiatori.

Oggi il clima è davvero impietoso. Lungo la strada si sono formate enormi pozzanghere, e le ruote delle macchine, passandoci sopra, alzano onde che arrivano al marciapiede, fino ai piedi dei pochi coraggiosi che camminano sotto la pioggia. Il vento entra nel cappuccio, e lo gonfia; poi si infila sotto la camicia, e scende lungo la schiena, gelido e bagnato. Ma sebbene il ricordo del letto sia vicino, e il miraggio dell’ufficio riscaldato un miraggio ancora lontano, questo tempo grigio, bagnato, e un po’ cattivo, fa quasi tenerezza: mentre cammino, penso che, nonostante un DNA particolarmente mite, qualcuno dei miei antenati sarà pur capitato, qualche volta, nel tumulto di una battaglia combattuta sotto un cielo come questo, e avrà visto la morte in faccia. Io invece mi incammino verso un’azienda di servizi, dove le guerre sono sottili e incruente: non si muore di colpo, negli open space illuminati dal neon, ma un giorno alla volta, per consunzione.

Prima di arrivare al cavalcavia, mi fermo a fare bancomat. Riparato sotto un portico piastrellato, avverto la quiete di una tregua momentanea. Poi, per quei misteriosi collegamenti che la mente attiva, mi arriva addosso un ricordo lontano: la mia classe delle elementari, gli stivali bagnati messi in un angolo, le ciabattine ai piedi, un cielo grigio oltre le finestre, il Natale che si avvicina, la maestra severa e amorosa che si prende cura di noi, e la sensazione che da qualche parte ci sia un caminetto acceso, come un focolare domestico: che quell’aula, costruita dagli adulti per noi, ci protegga dal freddo, dalla pioggia, dal mondo che sta fuori. E’ come mangiare una madeleine – l’assalto impetuoso del passato, dei suoi ricordi (nascosti in chissà quale scatolone) mescolati a sogni e desideri – la dolcezza struggente di qualcosa che si è perso per sempre, ma che continua a luccicare ancora per un po’; e a questo luccichio mi aggrappo per qualche secondo, come un soldato infreddolito nella sua trincea che pensa al latte caldo che beveva nella cucina di casa sua, da bambino, quando il rombo della guerra – del sacrificio che si richiede a chi diventa grande – non aveva ancora lambito la sua vita. Il bancomat sputa i suoi soldi, e la tessera: metto tutto in tasca, ma ancora per un attimo sento un’emozione provata più di trent’anni fa. Poi, riprendo a camminare verso la Stazione, con i piedi che sguazzano nelle pozzanghere, le macchine che sfrecciano impazzite, e gli occhi socchiusi, come un bambino appena svegliato che vuole continuare a sognare.


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