Grafemi

Segni, parole, significato.

I fantasmi

Riprendo un post scritto all’inizio del 2009, quando avevo ancora tempo per me – prima che la prigione di un lavoro stanziale mi riducesse in questo miserevole stato di cattività. Parla di ricordi, e della  sostanza di cui sono fatti.

Il sottoscala dei miei nonni, sotto il quale io, i miei fratelli e le mie cugine ci siamo nascosti a Natale, è un luogo magico dei miei ricordi: è costruito con un legno scuro, ed è aperto: ci si può infilare dentro, e da lì è possibile vedere i piedi delle persone che salgono. Oppure, si può cercare protezione e coccole, durante un viaggio in treno attraverso la pianura padana. Mia nonna ha un paio di ciabatte da nonna: di lana, con la punta arrotondata, blu, un leggero rialzo dietro; ha calze color carne, che nascondono la sostanza della quale sono fatte le sue gambe, e sale le scale ogni volta che sento la sua mancanza. Anche la base del sottoscala è di legno; rispetto al pavimento irregolare di granito veneziano dell’entrata, è rialzato di un centimetro. Accanto a noi che guardiamo salire quei piedi c’è il tavolino del telefono grigio. Quando squilla, e si risponde, e si conferma di essere proprio uno dei figli della Lisi, si finisce inevitabilmente per guardare il proprio riflesso nello specchio alto lungo stretto anni settanta, un riflesso che continua a cambiare di anno in anno; o per scostare con la mano la tendina della finestra e dare un’occhiata alla corte sotto casa, con il pozzo al centro, sopra al quale ci siamo io e i miei fratelli (oppure io da solo con un piumino Dolomite blu, le Timberland, una sciarpa gialla, i capelli pettinati all’indietro, un sorriso imbarazzato, le mani in tasca, chissà quale ambizione sulla fronte), o per appoggiare la stessa mano sul termosifone, e toglierla subito per il troppo calore. Dietro al proprio profilo, si intravedono il salotto dove le schiene di alcune persone (zie, nonni, cugine) sono sedute a tavola, per sempre; si vede anche il tavolino davanti al divano, con le zampe arrotondate, che sembra sempre che debba iniziare a camminare. Si indovina, sempre nella piatta prospettiva dello specchio, anche qualche dettaglio dell’entrata: ad esempio, le due poltrone con i braccioli di legno e il piccolo schienale che ruota intorno al proprio asse orizzontale (l’inutile invenzione di qualche designer degli anni sessanta); tra le due poltrone, c’è un tavolino esagonale sopra al quale è appoggiato un portacenere di vetro, il quale contiene un pacchetto di Sanagola alla menta (appena messe in bocca, risultano sempre durissime; poi, masticando, diventano morbide; infine, si attaccano ai molari), un piccolo omaggio ai due ospiti che dovrebbero o potrebbero sedersi sulle due poltrone con i braccioli di legno nell’entrata della casa dei miei nonni a Venezia, 25 anni fa. Però non credo che negli anni che contenevano il crepuscolo della vita dei miei nonni si usasse ancora fare visita a qualcuno, e poi sedersi in entrata, aspettando di essere ricevuti. Ci sono anche un vaso di vetro (che però occupa una zona di ombra che non riesco a penetrare), e l’ultimo numero della Settimana Enigmistica, del quale mio nonno ha fatto tutte le parole crociate, mia nonna tutte le sciarade, i rebus e gli altri giochi complicati, e noi, nipotini, ci contendiamo per unire i punti numerati e annerire le parti di un disegno misterioso, a pagina dieci: prima, però, leggeremo “Forse non tutti sanno che…”, e “Strano ma vero” e “L’angolo del buonumore”, che in basso a destra finisce sempre con “Le ultime parole famose….”. Oh, c’è anche un porta giornali di legno: dove ti eri nascosto? Sei lo stesso che ora è a casa dei miei? Contiene un Gazzettino di due giorni prima, cioè di 28 anni fa più due giorni, e un numero qualsiasi di Stop, la cui copertina in bianco e nero con scritta rossa parla inevitabilmente del peso di Mina.
Nel sottoscala, apriamo il regalo che mio padre ha fatto ad Alberto: una scatola di soldatini egiziani, dei tempi di un qualche faraone, che spingono una grande barca regale. Hanno visi austeri ed asciutti, e occhi come le statue di marmo, che imitano l’eternità; sono tutti color salmone, ma la foto in copertina presenta omini con vestiti decorati alla moda di Cleopatra; nelle note scritte in piccolo, sul retro, leggiamo che si tratta di oggetti da dipingere con speciali pennelli da collezionista, che noi non compreremo mai. Sono le dieci di mattina, e noi siamo i primi ad essere arrivati – la notte abbiamo dormito qualche centinaia di metri più in là, da mia cugina Luciana. Approfittando di questa tranquillità, disponiamo i soldatini sul secondo e sul terzo gradino della scala di legno, che dall’entrata porta fino al secondo piano, che in realtà è solo un piano ammezzato – poco più di un metro sopra il livello del resto della casa. Quando qualcuno chiede di andare in bagno, che sta nella parte alta della casa, gli chiediamo di saltare i due gradini con un unico balzo; se anche mio nonno accetta questa sfida, significa che non ha ancora fatto il secondo ictus. Il bagno è blu. Sopra al gabinetto, c’è uno spray deodorante per ambienti. Nella doccia, c’è – da sempre – un sapone Felce Azzurra, del quale ricordo ancora il Carosello. Il bordo dello specchio è una plastica trasparente color cobalto – e alla mia faccia da bambino di undici, dodici anni, si sovrappone il mio viso diciassettenne abbronzato e lucido per la crema dopo sole – cosa ci faccio a casa dei miei nonni nell’estate del 1987? Mia nonna è in montagna e non si può muovere; mio nonno è morto; i miei genitori sono a Parigi, per la loro prima vacanza senza di noi; io e i miei fratelli siamo ospiti della solita cugina Luciana. Però abbiamo le chiavi di questa casetta vicino a Campieo Mosca: la sera, entriamo furtivi, per guardare la televisione – improvvisamente siamo una famiglia fatta di soli figli, autosufficiente. Su Italia 1 c’è Lupo solitario; un gruppo sconosciuto – gli Elio e le Storie tese – cantano “voglio un silos sì lo voglio”; il cantante ha una parrucca bionda in testa e delle enormi sopracciglia finte; è quasi mezzanotte, e fuori c’è un luglio caldissimo, e un silenzio che si mescola allo sciabordio dell’acqua che sbatte sulle fondamenta della casa, sotto la nostra finestra aperta. Ogni tanto, una coppia romantica si appoggia al muretto dall’altra parte del canale, a pochi metri in linea d’aria dal nostro salotto, e ci fa sentire baci liquidi come Venezia, e sussurri che si confondono con le foglie di un albero che sbuca dal muro della casa davanti; una sera c’è anche un ragazzo che si buca, a Venezia: lo osserviamo mentre si scioglie ad una decina di metri dai nostri occhi. E che ore sono quando saliamo nella piccola cameretta di sopra, dove dormiva mia mamma vent’anni prima, più di quaranta anni fa, e nell’armadio troviamo una divisa da ufficiale di mio zio che non aveva mai fatto la guerra? Usciamo per Venezia con un berretto da tenente in testa, e un paio di bretelle di mio nonno che mia nonna non aveva avuto il coraggio di buttare via. I piedi echeggiano nelle calli. La notte è buia. Ci sono solo ragazze giapponesi che ci chiedono di essere fotografate con noi – ora, in Giappone, ci sono persone che probabilmente hanno un’opinione piuttosto bizzarra degli italiani.
Poi mettiamo via i soldatini rosa, e aspettiamo che arrivino gli altri parenti – li aspettiamo dalle dieci e mezza del 25 dicembre del 1980 alle 12 del 25 dicembre del 1980: un’ora e mezza di 28 anni fa, che esiste ancora, in uno spazio e in un tempo che sto cercando di ritrovare a tentoni, e (perché negarlo?) con un pizzico di disperazione. Se giro lo sguardo in quel buio passato, mi pare di vedere che sulla parete nella quale si apre la porta di casa dei nonni, c’è (o me lo sto inventando?) un attaccapanni a muro, al quale è appesa la pelliccia di mia nonna e il cappotto di mio nonno; sopra, in una mensola che ora nessuno costruirebbe più, ci sono il Borsalino di mio nonno e il cappello di visone di mia nonna, che ora tiene sulla testa nella piccola foto sbiadita della sua tomba. Mi sposto in cucina. Annuso il brodo nel quale cucineremo i tortellini di carne, e sbircio il pasticcio di carne attraverso il vetro del forno; con un cucchiaino d’argento ossidato assaggio l’insalata russa che ha fatto mio nonno (e i sottaceti che la rendono così speciale riescono a farmi venire l’acquolina in bocca dopo quasi trent’anni); sul tavolo ci sono una caraffa piena di vino rosso che il giorno prima siamo andati a travasare da una damigiana, nella cantina la cui porta principale dà direttamente sull’acqua verde bottiglia del canale, e sul fuoco si cucina risotto di fegatini, tradizione veneziana, e le patate arroste; intanto, si riscalda la peperonata che la Luciana ha preparato e che noi abbiamo portato, ambasciatori della sua cucina, e da qualche parte ci sono un panettone e un pandoro ancora da aprire – un unico grande pranzo che abbraccia tutti i pranzi di Natale. La cucina, a differenza del salotto e della camera da letto (scura, impenetrabile, con tende bianche che sembrano di seta, ed un armadio solenne che riempie un lato intero), ha mantenuto una semplicità anni cinquanta. Il tavolo potrebbe essere di quel verde che avevano le cose di legno quando iniziarono a ricoprirle con un sottile strato di laminato lucido ed impermeabile. Il muro, potrebbe avere due finestre, e in mezzo potrebbe esserci una credenza (sulla quale compare il ricordo di una sveglia, e la certezza di un cestino pieno di pan biscotto: impossibile mangiarlo senza soffocarsi con le briciole impalpabili, che si sprigionano appena le dita si appoggiano sulla sua superficie).
Mentre la campagna emiliana corre scura fuori dai miei finestrini, e il controllore chiede i biglietti, e un signore anziano e pelato fa una battuta che non sento (ascolto Antony & the Johnsons), all’improvviso tornano, come un’onda anomala, i miei nonni che sorridono in una foto mentre si sporgono da due finestre della casa (mio nonno con la camicia bianca e la cravatta, mia nonna con un maglione rosa, e il suo sorriso, e i gerani rossi): la macchina fotografica è tra le mani di mia mamma, che è dall’altra parte del canale, cioè nel punto esatto in cui le coppie innamorate si sarebbero baciate quattro o cinque anni dopo, con i baci liquidi e le foglie – e io e i miei fratelli, seduti sul divano marrone, cercavamo se c’era qualcosa di decente da vedere, alla televisione, una Brionvega con i tasti metallici, che per cambiare canale bastava sfiorarne la superficie – una televisione quasi inguardabile, perché mio nonno, dopo anni di bianco e nero, aveva tarato i colori a fondo scala; ogni persona che compariva nel video, era prossima ad un infarto; glielo dicevamo; lui diceva che andava bene così. Ma poco dopo, o poco prima, che i miei nonni si fossero sporti dalle finestre, io ero in salotto proprio con loro due a vedere la partita Italia-Perù – partita che finì 1 a 1, con mia grande delusione. Cosa ci facevo là, nell’estate del 1982? Mia madre doveva essere operata, ma non ci dissero di cosa (misteri di una famiglia). Io e i miei fratelli traslocammo a Venezia, dai nonni – mio padre era fatto così. Quindi, di sicuro c’eravamo tutti e tre: ma perché ricordo così poco Alberto? Quando comprammo uno stupidissimo gioco lungo la strada che porta dal ponte dell’Accademia verso San Marco, perché mia nonna disse solo a me e a Fausto “che piavoada”? Perché Alberto non c’era mentre io, Fausto e mio nonno, camminavamo su una fondamenta che costeggia un piccolo canale in zona Tolentini, con il Canal Grande alle spalle, e nessuno dei tre sapeva cosa dire? Dov’era durante i pomeriggi nei quali i miei nonni guardavano la prima telenovela di tutti i tempi, quella brasiliana con la sigla che diceva qualcosa tipo “acqua di serpente”? Forse scappava fuori a camminare, per sfuggire alla noia. Io mi consolavo leggendo Radici, di Alex Haley, nella cameretta che era stata di mia madre fino a quindici anni prima – il primo luglio del 1967 era uscita di casa per andare a sposarsi, e ovviamente non era più tornata là: avrebbe dormito lì tre anni e mezzo dopo quell’estate noiosa, nel dicembre del 1985, quando morì mio nonno, e mia nonna non poteva essere lasciata sola; e un anno e mezzo dopo quel lutto, con la casa vuota e gelida (mia nonna nel frattempo era venuta a vivere da noi), passai un martedì grasso pieno di iperventilazioni con la mia ragazza, proprio in quella cameretta con il copriletto rosso, e uno scaffale che ne seguiva la lunghezza (dentro ad un suo cassetto di legno chiaro avevo trovato un libro di astronomia spicciola, che era stato di mio zio – ma forse non quello che aveva indossato la divisa che avremmo trovato l’estate successiva). Ma cosa sono, questi ricordi? Dove sono, di cosa sono fatti?
In quella casa, c’era una stanza che non mi tornava: una specie di anticamera prima della cameretta, dopo il bagno blu, nella quale era impossibile fare qualsiasi cosa – non c’erano sedie, non c’erano letti, non c’erano tavolini; aveva solo un’unica minuscola finestrella che si affacciava, anche lei, sul canale, e alcuni mobili inutili immersi in un’ombra che non riesco a far dileguare. In quella stanza, in un anno che non saprei definire – neppure se prima o dopo la morte dei miei nonni – trovai il diario che mio nonno si era deciso a tenere subito dopo il suo pensionamento, nel 1973. Parlava di nuovi progetti, la maggior parte dei quali prevedeva la presenza di suo cognato, il marito della sorella di sua moglie, anche lui neo pensionato; ma il cognato morì due mesi dopo, e il diario non fu più aggiornato.
Ma quanto rimanemmo dai nonni, quell’estate? Quando l’Italia giocò con la Polonia (0-0) ero alla festa di una mia compagna di classe, Elisabetta Righetto, a Camin – lo so perché ad un certo punto udimmo un urlo disumano venire dal salotto nel quale gli adulti guardavano la partita: era l’89esimo, e Tardelli – lo scoprimmo la sera, al telegiornale – aveva preso una traversa. Fu una festa strana, quella. Intanto perché, nonostante fosse una mia compagna di classe, non avevo mai parlato a Elisabetta, che era timida ed impacciata, e che diventava rossa appena le rivolgevi la parola. Poi c’era il fatto che lei viveva fuori Padova, ed era necessario l’autobus per arrivare là: lo stesso che avremmo dovuto prendere per tornare a casa. Non capitava spesso, di dove prendere un autobus, per andare ad una festa. E soprattutto era tutto sbagliato: un mese prima avevamo fatto la prima festa adolescente della nostra vita (alla quale Elisabetta non era stata invitata), con il ballo dei lenti, mentre questa prevedeva ancora giochi da giardino, e genitori che versavano la Fanta nei nostri bicchieri. In ogni caso, per Italia-Polonia ero dalle parti di Padova. Per Italia-Perù ero dai nonni (le mie gambe che sudano sul cellophane delle poltrone). La partita con il Camerun, non la vidi, e quindi non so dire dove ero (un’altra zona d’ombra); di sicuro, però, quella con l’Argentina la vidi a casa mia, ma non tutta: solo dal gol di Passarella in poi (compresa la sostituzione di Paolo Rossi, che fa coraggio al giocatore che sta entrando) perché prima ero andato (credo per la prima volta in vita mia) in piscina: alla Rari Nantes, in zona Guizza. Quindi, al massimo, ero stato a Venezia dal giorno dopo Italia-Polonia (che si giocò il 14 giugno), al giorno prima di Italia-Argentina (29 giugno) – e sospetto di essermi perso Italia-Camerun perché ero sul treno del ritorno. Eppure, quei giorni il cui limite superiore era due settimane, mi sembrarono mesi. Finii Radici; e poi? I nonni erano affettuosi, ma capii che c’era un solco tra le nostre generazioni, che avremmo potuto colmare solo qualche anno dopo, se quel qualche anno dopo ci fossero stati anche loro due, con noi. Invece durante quello scorcio di estate, non era possibile avvicinarsi. Pochi anni prima, invece, quel solco non esisteva ancora: uscivamo con il nonno per Venezia, e ad un bar – che io ricordo sempre uguale – bevevamo un’aranciata (noi) e un bicchiere di vino (lui); quando veniva a Padova, ci portava al cinema (al Biri vedemmo una specie di Guerre Stellari giapponesi – orribile – mentre all’Eden, che non esiste più, vedemmo prima Airport 77 – un aereo colpisce un altro aereo, che viene fatto atterrare dalla coraggiosa hostess; poi, due anni dopo, sempre all’Eden, Airport 79 – un aereo si inabissa sotto acqua, e ora non saprei più dire come l’equipaggio riuscì a salvarsi); in montagna ci portò al circo, e per casa mia gira ancora una foto di noi e lui con un cucciolo satollo di tigre in braccio. Mia nonna ci chiamava ancora trapoete, ci diceva va remeschi valà petoeta, e ci faceva le gaterissole. Mio nonno appoggiava le sue labbra ruvide sul collo e ci faceva le pernacchie; aveva le dita gialle per il fumo, che smise troppo tardi. Giocavamo a Scala quaranta con loro due e c’era anche mia zia Maria, la vedova del cognato morto subito dopo la pensione, e perdevamo anche cento lire a partita. Ecco: quelle monete da dieci e da venti lire, che fine hanno fatto? Dove sono? C’è un mondo, là dentro, lì in fondo, sotto, in un cielo introvabile, da qualche parte, che si muove, che fa acquoline in bocca e sorrisi e lacrimuccie calde, nel quale si continua a ripetere una mano alle carte che è sempre uguale, sempre la stessa: mia zia cala dodici carte in un colpo solo, scarta la tredicesima e sbanca ridendo. Lo farà per sempre. E non lo sta facendo mai: questa impalpabile materia della quale sono fatti i ricordi, questa fragilità ineludibile, intrinseca, questa polverina magica e dorata che si posa dopo un soffio, culla e ferisce nel stesso tempo che serve ad un occhio per aprirsi, chiudersi e riaprsi di nuovo sul mondo. Proust era convinto che alcune leggende celtiche fossero vere: che quando un uomo muore, la sua anima entra in un oggetto – un albero, un copriletto rosso, un Borsalino – e poi aspetta che qualcuno riesca a tirarla fuori dal silenzio alla quale è stata condannata. Basterebbe percepirne la voce, per caso, in un momento di distrazione – è la madeleine inzuppata nel the che ricostruisce, in un attimo, un intero paese: la sua piazza, la sua Chiesa, le sue campane, la sua luce della domenica mattina. I morti tornano a vivere. Ma se questo miracolo fosse vero, se questa improvvisa rinascita durasse più delle parole che la raccontano, sarebbe una resurrezione piena di festa: perché, invece, quando rivedo mio nonno salire le scale della casa di Venezia, con il Borsalino in testa, sento il cuore che ride e che piange allo stesso tempo? Quegli scalini consumati, quell’odore che ogni casa di Venezia porta sulla propria pelle, quella luce che entra di sbieco dalla finestra, quel respiro un po’ affannato di mio nonno, quei particolari così vividi, così veri, sono vivi; e non esistono più. Da nessuna parte. E’ un’illusione, un dolce inganno, che dopo un attimo di gioia si scioglie in un inconsolabile struggimento. Il ricordo è un fantasma che si agita davanti agli occhi, per un attimo – il profilo di mia nonna che apre le braccia verso i suoi nipotini che, ancora intabarrati nei loro cappottini, con i berretti di lana a righe con il pon pon, lasciano volare un palloncino vinto alle giostre per poterla abbracciare – abbracciare un fantasma che poi, ogni volta, muore, muore di nuovo, un’altra volta – le braccia non stringono nulla, se non il disperato desiderio di abbracciare di nuovo, un’altra volta, ancora. Il 1982 è un numero, o questo centinaio di parole; i soldatini egiziani sulle scale dei nonni sono rimasti rosa, il tavolino in salotto non ha mai camminato, il telefono squilla, ma risponde sempre mia nonna, e dall’altra parte c’è sempre lo stesso parente, che continua a chiamare per farci gli auguri ogni volta che lo penso: per lui, sarà sempre Natale. E i due ragazzi che si baciavano sotto le finestre di casa, accarezzati dal fruscio lieve di un albero, saranno per sempre là, e perciò non saranno mai, mai più. In nessun luogo del mondo.

Annunci

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

Un commento su “I fantasmi

  1. giacinta
    07/03/2012

    dei ricordi a me piace l’anarchia. Vengono ” improvvisamente”, durano quanto vogliono e… possono anche prendere forma apparentemente definitiva in una pagina 🙂

    Molto bello il modo in cui passi da un tempo all’altro; da una visione, alla successiva.
    Ciao!

    Mi piace

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 07/03/2012 da in Ricordi, Scrittura.

Inserisci qui il tuo indirizzo email, e riceverai una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo post

Segui assieme ad altri 2.875 follower

XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

Post consigliati

Vicini di banco

Un’occhata a Twitter

Archivi

'mypersonalspoonriverblog®

Amore è uno sguardo dentro un altro sguardo che non riesce più a mentire

La voce di Calibano

sembra che le nuvole si spalanchino e scoprano tesori pronti a piovermi addosso

Cherie Colette

Più libri, più liberi

Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

l'eta' della innocenza

blog sulla comunicazione

Voglio scrivere di te

La cartografia delle emozioni

Il Dark che vive in te

OGNI LUCE, HA I SUOI LATI OSCURI

Donut open this blog

Stories, dreams and thoughts

il kalù

Life is too short to drink bad wine

Chez Giulia

Vorrei un uomo che mi guardi con la stessa passione con cui io guardo un libro.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: