Luciana

Morire a Venezia significa che l’ultimo viaggio lo si fa in motoscafo, accompagnato dai tuoi parenti più cari. Io, mia madre, mio fratello, i miei zii, qualche cugina, e Luciana, morta, dentro ad una cassa di legno. Noi, si parla del più e del meno. Lei, riposa. Il cielo è pieno di sole. Sta arrivando la primavera.

Vivere a Venezia può anche non vuol dire niente. Luciana, ad esempio, non è uscita di casa dal 1973 in poi. Se qualcuno avesse trasportato il suo appartamento a Nuova Delhi, cosa sarebbe cambiato? Difficilmente si avvicinava alla terrazza. Ma forse il rumore dello sciabordio dell’acqua del canale che passava sotto le finestre, quello voleva dire molte cose.

Le domeniche mattina della mia adolescenza iniziavano sempre allo stesso modo: svegliato dalla voce di mia madre al telefono con Luciana. Le raccontava ogni cosa, nel suo dialetto da vera veneziana, abbassando la voce quando gli argomenti erano più delicati – tipo “Paolo gà ea moroseta, xè bea” – o ridendo per cose più buffe – non ho mai capito come mia madre riesca a ridere delle cose che racconta lei stessa: non sa già come vanno a finire, quelle storielle?

Qualche volta parlavano dei film che i miei le portavano – aveva la passione per Perry Mason, e per i film tratti dai libri di John Grisham. Era anche un po’ sorda: si metteva delle cuffie enormi, regolando il volume in un modo che pure noi, se ci capitava di essere nella stessa stanza, potevamo seguire i dialoghi. Leggeva il Gazzettino. Fumava, poi aveva smesso, poi aveva ripreso a farlo. Sapeva cucinare piatti magnifici: il suo coniglio fa parte della storia della nostra famiglia, così come la sua peperonata. E capitava – spesso – che dormissimo da lei: Luciana, infatti, di fatto viveva affittando le stanze del suo appartamento. “Alloggi Raimondo” (aveva ereditato il cognome dalla persona alla quale era subentrata, nel 1973, in questa attività). E quando non c’erano ospiti, o clienti, o semplicemente quando lei voleva vederci per un tempo più lungo di una domenica pomeriggio, ci ospitava da lei.

Ero lì a Venezia, da lei, quando al telegiornale hanno dato la notizia della morte della figlia di Modigliani, a Parigi. Caduta per le scale di casa. E Luciana: “quelle scale erano terribili”.
“Quali scale?”
“Quelle di casa sua”

Il suo appartamento. Spoglio, caldissimo, con i pavimenti un po’ sbilenchi. I muri gialli per il fumo. E dei quadri alle pareti. Altri quadri alle pareti. E un busto di lei da giovane. E altri quadri alle pareti. Ricordo una serie con le quattro stagioni – pittura moderna.

Un’altra volta, in televisione c’era un’intervista a Nantas Salvalaggio, il giornalista.
“Come è invecchiato”
“Lo conoscevi?”
“Abbiamo vissuto insieme a Roma, per un po’.”
“Tu e Salvalaggio?”
“Sì. Era successo prima.”

Per lei c’era un prima e c’era un dopo. Prima era Giorgio Zennaro, era una vita assolutamente sregolata, era l’aria aperta. Dopo era tutto il resto. Quella donna che non usciva di casa dal 1973, prima, era stata una persona completamente diversa. Quella donna che si faceva raccontare le storie dei miei gatti da mia madre, prima, aveva anche vissuto. Aveva fatto un sacco di cose.

Tipo partecipare a gare di motoscafi in Canal Grande, di notte, negli anni sessanta, un motoscafo accanto all’altro, lei e i suoi amici che saltavano, in corsa, da uno all’altro. “Ombretta Colli si era fatta male ad un ginocchio, una volta. L’abbiamo portata in ospedale, alle tre del mattino. Non sapevamo come spiegare la caduta.”

Oppure tipo passare due mesi a Parigi – di giorno dentro al Louvre, la sera a casa della figlia di Modigliani a parlare d’arte, a cenare con pittori sotto gli sguardi vuoti delle donne di Modì.

Ancora a suggerire al marito Giorgio Zennaro, cinquant’anni fa, di provare con la scultura, più che con la pittura – “le tue opere sono tridimensionali, non basta la carta” – fino a farlo diventare uno scultore che ha esposto le sue opere al MOMA di New York.

Chiudersi in casa, tappare ogni spiffero con stracci e lenzuola, aprire il gas e aspettare di morire – di spegnere il dolore per il divorzio proprio da Zennaro, lo scultore, che l’aveva lasciata all’improvviso. Ed essere salvata in extremis da mio nonno, al quale sarà legatissima per il resto della sua vita.

Passare una notte in prigione per aver distribuito volantini che inneggiavano al comunismo, negli anni cinquanta.

Ospitare, nel suo appartamento – lei con addosso una vestaglia e ciabatte – poeti e musicisti. Ai quali raccontava delle cacche che i suoi tre gatti facevano.

Con lei, nell’appartamento, viveva (e vive tuttora lì) Franco. Lavava i piatti alla mensa universitaria, e leggeva il Gazzettino, pure lui. Un giorno abbiamo trovato, io e i miei fratelli, un disco che aveva inciso quando era più giovane – suonava la chitarra classica. Il suo maestro era stato Charles Segovia. Si erano conosciuti quando Franco viveva in Spagna. Anche lui, in una vita precedente.

A Carnevale venne a trovarla un certo Vittorio. Aveva il viso truccato, ed era completamente ubriaco. Raccontava di quando aveva vissuto in Angola: è stata l’unica volta che ho sentito qualcuno raccontare cosa significa uccidere una persona, e, da come urlava, credo sia un incubo che ti porti dentro per tutta la vita. Poi ha preso una chitarra e ha suonato le canzoni che aveva scritto – a casa avevamo quel disco, ma non avremmo mai immaginato che avremmo conosciuto l’autore. O almeno, non a casa della Luciana.

Ma tutto questo era successo prima, prima che decidesse di chiudersi in casa, di non andare nemmeno in terrazza, di occuparsi di Perry Mason invece che di Modigliani, dei suoi gatti invece che degli artisti. Aveva vissuto troppo? Troppo intensamente? Lei raccontava la sua vita con noncuranza – con la stessa distanza con la quale racconteresti fatti successi a sconosciuti, tanto tempo prima. Assomigliava a San Francesco, in qualche modo.

E ora il motoscafo. Sopra di noi, un cielo che non vedeva Luciana da più di trent’anni. Siamo meno di dieci – neanche Franco se l’è sentita di fare quest’ultimo viaggio. Si parla del più e del meno – qualcuno, scherzando, dice che ad ogni funerale siamo uno in meno, un altro chiede chi pensa di essere il prossimo: a Venezia, manca il senso del dramma.

E’ per questo che i morti stanno in un’isola a parte. Ma Luciana, avesse potuto decidere, credo proprio si sarebbe fatta seppellire nel pavimento del corridoio di casa sua.

Zennaro
Un’opera di Giorgio Zennaro

 

(post pubblicato nell’ottobre del 2007, su un mio vecchio blog… Luciana è morta nel gennaio del 2006)

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One thought on “Luciana

  1. E’ solo il primo tuo racconto che leggo: mi è piaciuto tantissimo come hai introdotto Modigliani, “quelle scale erano terribili” per trasmettere la sensazione di storie straordinarie che nasconde questo personaggio.

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