La separazione delle carriere

Secondo Wikipedia, è possibile considerare “scrittore” un tizio che abbia pubblicato almeno tre libri, con case editrici non a pagamento e con distribuzione nazionale. Secondo questo criterio, Giuseppe Tommasi di Lampedusa non è uno scrittore, mentre Federico Moccia sì. In realtà, Wikipedia si preoccupa che nel suo archivio vengano inserite solo voci che abbiano un qualche interesse enciclopedico: la più grande enciclopedia pubblica non mira a catalogare tutto ciò che esiste, ma, piuttosto, tutto ciò che può essere interessante. Un editore che ho conosciuto, e con il quale non ho mai pubblicato, asseriva che è “scrittore” solo chi vive di scrittura. Secondo questo criterio, dovremmo escludere il 95% di quelli che attualmente definiamo scrittori, mentre, anche in questo caso, è probabile che Federico Moccia (contro il quale non ho nulla di personale: il suo nome è diventato un luogo comune, che io, con un certo grado di pigrizia, uso (pentendomi di farlo, perché non ho mai letto nulla di suo)) rientri nella categoria.

Io, nel mio piccolo, non rientro in nessuno dei due criteri; ma anche se rientrassi nel primo (dovrei avere la fortuna di pubblicare un altro libro), non credo che cambierei la considerazione che ho di me. Scrivo, questo lo ammetto; non so, però, se abbia davvero senso creare una categoria che distingue chi scrive in un certo modo, per un certo scopo, e con un certo risultato, da chi invece scrive per se stesso, per il semplice gusto di farlo. “Scrittore” è un termine che andrebbe abolito. Non significa nulla. Ci sono persone che scrivono, persone che pubblicano, persone che non lo fanno. Il resto, è vanity press, feticismo per i titoli onorifici (piacere, sono l’ing. Zardi: orrore!), una mitizzazione del ruolo dello scrittore ufficiale presso ampi strati della società, e cose di questo tipo. Scrivere significa così tante cose diverse, che l’unica definizione che accetterei per me è  “Paolo Zardi”.

Per me, scrivere consiste nella stessa esplorazione che, con altri risultati, altri tempi, altre modalità, compio leggendo. Leggere un libro può costringermi a guardarmi dentro, e a farmi scoprire cose che non sapevo: il romanzo, quello serio, mette a disposizione uno spazio nel quale l’io del lettore (il mio io, il sé) può osservare la rappresentazione di un conflitto, scoprendo il proprio punto di vista. Quando invece si scrive un romanzo, lo spazio lo si deve creare. A colpi di machete, a craniate, con le unghie, scavando nel fango, con la merda fino alle ginocchia. Aprire una via in una foresta che ci fa paura, o che ci disgusta, per capire se là dentro di nasconde qualcosa che non sapevamo. Ci vuole coraggio, perché spesso, in quel groviglio di alberi, fiumi nascosti, serpenti lunghi dieci metri e eutrofici fiori tropicali, si nascondono proprio i nostri demoni.

Quando scrivo, mi faccio forza. Le mie storie parlano di bambini che non si sono mai alzati dal loro letto, di uomini che vanno a puttane e per un attimo intuiscono qualcosa, e subito perdono quel piccolo barlume di speranza, di mariti che lasciano le mogli senza alcun motivo, di padri che si vergognano dei loro figli, e ancora di coppie che scoprono di essere appassionati del sesso nasale… Sono storie a volte drammatiche, a volte grottesche, a volte ridicole – sono ciò che trovo dentro alle foreste che mi fanno più paura. Mi rappresentano? Può essere. Ma non più di quanto rappresentino te.

Il problema è che se queste storie iniziano a girare, si creano due versioni di me stesso: c’è il Paolo che vive con la sua famiglia, che ha due bambini, che lavora, che è un figlio, un fratello, un cugino, e c’è il Paolo che pubblica storie piene di mostri. Chi mi conosce nella vita reale non mi riconosce in quello che scrivo, e chi mi conosce dai libri, quando mi incontra non nasconde la propria sorpresa. So che dietro la mia faccia non si intravede nessuno dei demoni di cui parlo; se si intravvedessero, se facessero parte della mia vita, non scriverei. O scriverei di famiglie che si vogliono bene, di padri che amano i propri figli e di persone che non si ammalano mai. Ma per chi mi conosce, non è sempre facile. Mia suocera, che non ha mai letto nulla di quello che scrivo, ma che deve aver intuito qualcosa leggendo una recensione uscita sul Piccolo di Trieste, mi invita a scrivere favole. Mia madre, dopo aver letto Antropometria, mi ha detto che le ricordo Dottor Jekyll e Mister Hyde. Una collega di lavoro, che ha passato da un po’ la quarantina, aveva iniziato a leggere La felicità esiste, ma ora mi evita sistematicamente (per molte donne, Baganis era l’unica alternativa all’amore vero, il frutto di un’ammissione lucida e dolente dell’impossibilità di trovare la perfezione in questa vita, soprattutto dopo i quarant’anni). Un giorno ho fatto leggere a mia moglie uno dei primi racconti – una storia che a me sembra particolarmente delicata. Lo si può giudicare, l’ho appena rimesso in rete: L’attimo. L’avevo stampato poche ore dopo averlo scritto, e glielo avevo fatto leggere. Eravamo in camera da letto, e quando l’ha finito si è messa a piangere. Mi ha detto: “Perché scrivi queste cose?”, ma la domanda che mi pareva di intravedere, là sotto, era: “Chi sei?”

Per un attimo, ci sono rimasto male. In effetti: chi sono? Perché ho scritto di un uomo che vede delle donne nude dal finestrino del suo treno? Posso accettare di essere anche le cose che scrivo? Sono compatibili con me stesso? Ci ho messo un po’, a capirlo – a dire il vero, non tanto tanto: qualche ora. La risposta dice: separazione delle carriere. Io e il Paolo che scrive siamo la stessa persona, ma andiamo per strade diverse. Il Paolo che vive da questa parte del foglio di carta ama, con la debolezza di ogni essere umano, le cose belle,  la limpidezza, l’amore per i figli, per la donna che si è scelta come propria compagna; il Paolo che inventa storie, invece, ha una vita per conto suo: conosce, e frequenta, gente che sta male, gente incapace di essere felice, gente che calpesta altra gente per ottenere la propria piccola dose di piacere. Perché (è questa la motivazione importante) la letteratura non propone una morale – non lo fa dal 1857, cioè da quando Flaubert ha pubblicato Madame Bovary -, ma, piuttosto, mette in scena dei problemi morali, lasciando che il lettore possa formulare la propria risposta. Mentre scrivo, come potrei lasciar entrare in gioco il Paolo che vorrebbe che vivere rispettando gli altri? E mentre vivo, come potrei lasciare spazio al Paolo senza morale che scrive?

Ha ragione mia madre. Uno da una parte, e uno dall’altra. Dottor Jekyll e Mister Hyde. Non è questo, il motivo per cui si scrive?

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16 thoughts on “La separazione delle carriere

    1. Interessante e piacevolissima provocazione! Flaubert diceva, in una delle sue bellissime lettere: “Nella tua vita sii regolare e ordinato come un borghese, così da poter essere violento e originale nella tua vita”. Io, per pigrizia, faccio finta che sia proprio così!

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  1. Il tuo incipit nella scrittura è stato anche il mio, a partire da un blog, il primo, che mi ha incentivata a continuare in tal senso. Per le motivazioni a scrivere, invece, all’inizio io sono partita da una prospettiva opposta alla tua. A me interessava mandare un messaggio chiaro e forte al femminile, piuttosto che sperimentare da “dott. Jekyll e Mister Hyde”, modalità da te scherzosamente indicata, infinite variazioni su tema. Una positività d’intenti, la mia, assolutamente non a fine didascalico o moralistico, questo mi piace sottolinearlo. L’importante, comunque, caro Paolo è scrivere sempre con passione, da aspirante affabulatrice quale io mi sento. Un abbraccio affettuoso
    Lucia

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    1. Dici cose giusta, cara Lucia: a volte si rischia di confondere la propria visione della letteratura con un dato di fatto, e non è così. Nel mio caso, il lavoro fatto prima con Biasella, poi con la Belloni, ha portato a farmi prediligere le storie più drammatiche, abbandonando il registro più lieve che contraddistingueva le mie prime cose. Con il tempo, ho finito per abbracciare questa visione, perdendo di vista tutto il resto – il tuo commento, quindi, aiuta a ristabilire l’equilibrio.
      Un abbraccio anche a te, cara Lucia!

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  2. A usare mocciA come cliché negativo ti “autorizzo” (:D) io: a furia di sentirmi dire che ero prevenuto, mi sono sottoposto a un assaggio, cioè a un supplizio. Una scrittura (se vogliamo chiamarla così) veramente scoraggiante, scorreggiante, rasoterra, banale, vuota, penosa, deprimente, insulsa, irritante. (Ma purtroppo c’è pure di peggio, molto peggio…). Certa editoRAGLIA dovrebbe vergognarsi di quello che pubblica (e che FA vendere con lenzuolate di pubblicità, spesso semigratuita su giornali dello stesso editore…) invece di pontificare su chi è o non è Scrittore, applicando le stesse ridicole etichettine raglio-politico-commerciali che stanno da anni affossando la narrativa italiana. (Stendo un peto veloso, invece, sulla cazzatina di wikipedia. Il solito ridicolo e prevedibile feticismo del numero 3, poi: non 2, non 4, ma il numeretto cretino considerato “perfetto” dai sempliciotti – quindi Juan Rulfo, uno dei più grandi sudamericani di sempre, non sarebbe Scrittore perché ha pubblicato soltanto due libri… ma vaff…)
    Io penso che una persona SAPPIA benissimo che cosa è. Io (che posso non piacere, e che tantissimo ho ancora da imparare e migliorare) so di essere al mondo per scrivere, e quindi sono uno Scrittore. Da anni, ben prima di esordire col primo libro vero (e quindi rischiando la figura del patetico mitomane) ho fatto mettere SCRITTORE sulla carta d’identità, perché un documento d’identità dovrebbe essere questo, dovrebbe dire al mondo che cosa tu SEI, non che cosa fai o non fai per guadagnarti da vivere. (Io poi che non faccio altro e sono vivo grazie a mio padre cosa dovevo mettere? Mantenuto, nullafacente, parassita, sognatore, disadattato, futuro clochard?)

    Quanto a quel tuo (bel) racconto, non mi è sembrato così sconvolgente, ma se pure lo fosse stato non potrei che copincollare le parole di Cioran che ho esposto anche nel mio blog, e con le quali concordo al cento per cento: “Le fonti di uno scrittore sono le sue ignominie: colui che non ne scopre dentro di sé, o che vi si sottrae, è destinato al plagio o alla critica.”
    Uno Scrittore SA di “essere” (se non altro a livello subconscio e remotamente potenziale, in quanto appartenente alla specie umana) tutti i più mostruosi personaggi che può mettere in scena. Non li incarna veramente, ma li porta dentro di sé, li conosce, comunica con loro, abita i loro cieli e i loro abissi. Sono esperienze al tempo stesso terrificanti e sublimi: nella Scrittura Vera (non quella che va in classifica da noi) spira sempre un soffio divino, anche se tutt’altro che divino è l’essere umano che questo soffio accoglie, respira e ritrasmette, a volte divertendosi come un matto, ma il più delle volte soffrendo.
    Jekyll e Hyde? Può darsi. A patto di tener presente che non si tratta di due persone, ma di UNA. (Una, nessuna e centomila…)

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    1. Caro Nicola, di te adoro questa spavalderia molto guascona, e un po’ donchisciottesca (le case editrici sono, per tanti aspetti, dei mulini a vento). Personalmente, non cerco un riconoscimento da parte di qualcuno circa il mio ruolo di scrittore: so che amo scrivere, che scrivere mi definisce come persona (bella la tua considerazione sulla carta d’identità – sulla “vera” identità di un individuo), e che se potessi farei (quasi) solo quello. I nomi tendono sempre a semplificare un po’ le cose: IL cavallo non è mai all’altezza di UN cavallo. E, se mi posso permettere, la parola SCRITTORE dice molto meno di NICOLA PEZZOLI! 😉
      Un abbraccio!
      Paolo
      ps bellissima la frase di Cioran, che conoscevo grazie al tuo blog!

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  3. Ti ringrazio, e con piacere faccio mio questo allargamento di prospettiva: io mi considero a tutti gli effetti uno Scrittore, ma concordo sul fatto che questa parola (che pure amo e mi affascina e mi commuove) non può definire tutto il mio essere. Altrimenti diverrebbe a sua volta una limitante etichetta, che farebbe di me una specie di folle automa scribacchino, negando le mille e mille altre cose di cui siamo fatti io e la mia vita.
    Ricambio l’abbraccio, caro amico e collega!

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  4. Ottimo post e ottimo tema. E magnifica la citazione di Cioran (che non conoscevo). Sì, Jekyll e Hyde sono la stessa persona. E sono anche Stevenson, non potrebbe essere altrimenti. E forse è per questo che io stesso, per quel poco che scrivo, a volte sento un vago disagio quando lo propongo in lettura a mia moglie, o ad altri familiari e conoscenti diretti in genere, anche se palesemente per nulla autobiografico e di pura fantasia.
    Forse in fondo non è sbagliata l’idea cattolica che “certi peccati si debbano confessare al prete, ma non necessariamente al proprio coniuge”.
    Forse anche certe fantasie.

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  5. ragionerò in modo un po’ naif, ma mi piace vederla così: per me “scrittore” è chi scrive qualcosa degno di essere letto, ovvero cui vada davvero la pena dedicare qualche secondo\minuto\ora del proprio prezioso tempo. Se per caso un bambino alle elementari scrive un bel racconto nell’ambito di un esercizio da svolgere in classe, ciò non lo qualifica forse come scrittore? Mi parrebbe proprio ridicolo pensare il contrario.
    Volendo proprio metterci a disquisire sul significato dell’etichetta professionale “scrittore” allora si potrebbe dire che uno “scrittore professionista” è uno che campa grazie a ciò che guadagna con la scrittura. Ma non significa automaticamente che scriva cose degne di essere lette, quindi… 😀

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