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Segni, parole, significato.

Le bugie hanno il naso lungo

Una delle invenzioni più felici di Collodi è stata quella del naso di Pinocchio che si allunga quando il suo proprietario dice una bugia: è un’idea suggestiva, che da un lato ha sempre suscitato la meraviglia dei piccini, e dall’altro ha fornito agli adulti un discreto strumento per disincentivare la tendenza, propria dell’homo sapiens, a mentire (secondo Julian Jaynes, autore de “Il crollo della mente bicamerale”, è grazie alla coscienza – la cui nascita lui situa poco dopo il mille avanti Cristo – che possediamo questa umanissima facoltà). E in effetti, mentire è un’attività creativa, perché genera un mondo parallelo in cui le cose sono andate in modo diverso, ed eccitante, perché dà l’illusione di un potere illimitato (Freud direbbe che non è un caso che le bugie provochino, in Pinocchio, l’erezione del naso). Il problema è che le bugie hanno il naso lungo ma le gambe corte; e, forse a causa di questa sproporzione, inciampano.

stephen colbert

Stephen Colbert, una specie di Pilu americano

Anni fa avevo letto che la macchina della verità del futuro si limiterà a vedere quali aree del cervello vengono attivate mentre un interrogato racconta la sua versione dei fatti: se si attivano quelle della memoria, sta dicendo la verità, mentre se si accendono quelle legate all’attività razionale, sta mentendo. E questa tecnica coglie l’evidente differenza tra una menzogna e la verità: quest’ultima, infatti, si limita a descrivere una sequenza “necessaria” di cause ed effetti (io sono andato in quel luogo alle 10 e 30, ho visto quella persona, poi sono tornato a casa alle 11), mentre la prima cerca di inserirsi in questo flusso per così dire naturale annullando uno di questi nessi (io sono andato in quel luogo alle 10 e 30, ho visto quella persona, poi sono tornato a casa alle 10). Una bugia, dunque, è teoricamente destinata ad essere scoperta – dipende tutto dalla precisione che si riesce a ottenere nel mettere in ordine la sequenza dei fatti.

Rimanendo sempre in ambito di nasi, è interessante osservare come l’immaginario collettivo (che generalmente è guidato da una piccola e fetentissima elite) abbia sempre associato “naso adunco” ed “ebreo”. Nessuna delle raffigurazioni degli ebrei della prima metà del ventesimo secolo rinuncia a questo elemento codificato, che assume la forza di un simbolo, alla stregua di un ideogramma. Dopo la seconda guerra mondiale – dopo l’Olocausto – questa tradizione si è persa: o, per meglio dire, si è interrata come un fiume carsico, in attesa di trovare un pertugio dal quale riaffiorare. I recenti problemi economici dell’Europa, che hanno esasperato ampi strati della popolazione (compresi quelli che in tutto questo casino non hanno perso un euro), hanno suggerito ai populisti di molti paesi di riprendere una vecchia rappresentazione del mondo, secondo la quale l’ebreo è la causa di tutti i problemi e, nel sottotesto, la sua eliminazione la soluzione di tutti i problemi (il ridimensionamento di oggi dell’estrema destra in Olanda fa piacere, ma non deve farci dimenticare Alba Dorata, i movimenti neonazisti in Ungheria, e la destra hayderiana in Austria). E’ come se l’antisemitismo, sempre presente in vaste zone dell’Europa dal 1600 in poi, non fosse realmente sparito dopo la caduta del nazismo, ma si fosse, come dire, messo a riposo, in attesa di tempi peggiori. E con l’antisemitismo, ecco rispuntare i nasi adunchi.

stereotipo ebreo anni trenta

Lo stereotipo dell’ebreo in una vignetta degli anni trenta

Ne ha riproposto uno anche Heinz-Christian Strache, successore di Hayder alla guida del Partito della Libertà Austriaco (sono sempre suggestivi i nomi dei partiti di estrema destra – una spruzzatina di profumo su un barile pieno di letame), nella sua pagina di Facebook, scatenando un piccolo putiferio (piccolo, perché è abitudine della gente per bene non scandalizzarsi troppo quando qualcuno attacca un ebreo). La vignetta ritrae tre personaggi attorno a un tavolo: il banchiere, chi governa, e il popolo. Il popolo è magro, e ha il piatto vuoto; chi governa è messo bene e versa da bere al banchiere, il quale, grasso e repellente, si ingozza alla faccia di chi gli sta davanti. Una vignetta abbastanza standard, verrebbe da dire, ma avvicinandosi un po’, si notano il naso, che riprende la forma di tutti i nasi ebrei disegnati negli anni trena, e i bottoni della giacca, che sono stelle di David. Strache, che probabilmente non è uno sprovveduto, ha cercato di difendersi, dando una risposta alla Stephen Colbert, il personaggio principale della commedia “The Colbert Report“: chi vede dell’antisemitismo in questa vignetta è lui stesso un antisemita. In altre parole, questa vignetta funzionerebbe, secondo lui, come un test di Rorschach, dove l’interpretazione di una macchia consente di capire cosa c’è dentro il cervello di una persona. E’ un po’ come dicevamo anche noi alle elementari quando qualcuno ci insultava: chi lo dice sa di essere, mille volte più di me, asino sei te.

Strache antisemita

La vignetta postata da Strache

Ma Strache sta mentendo. Da un lato solletica, con questa vignetta, le ascelle dei suoi elettori, che gongolano nel vedere come il loro leader sia veramente quell’antisemita che pensavano; dall’altro, si difende per darsi un’apparenza decente, secondo le regole che Adolf Hitler esponeva nel suo famoso libricino. Strache sa che se esponesse le sue vere idee, sarebbe considerato un pericoloso cretino da una (spero) gran parte della popolazione. Perciò lancia il sasso, di cui la base ha bisogno, e nasconde la mano (abitudine che probabilmente ha imparato da Bossi). La vignetta postata su Facebook, infatti, il cui stile anni trenta è già un segno del clima che si vuole ricreare, ha, in realtà, già qualche anno. Peccato, però, che nella sua prima versione il banchiere fosse diverso. Il naso era a patata, e i bottoni della giacca erano normali bottoni.

strache antisemita

Il confronto con la vignetta originale

Strache, dunque, ha deliberatamente modificato una vignetta per inserire gli elementi cari al suo elettorato, e la sua difesa rivolta alle persone di buon senso è una squallida menzogna, piena di mala fede. Per fortuna, però, proprio come nelle favole di Pinocchio, quando si dice una bugia, c’è un naso che si allunga.

(questo post prende spunto da uno scambio di commenti su un post del blog de Le Ragazze)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

Un commento su “Le bugie hanno il naso lungo

  1. myfullresearch
    25/10/2012

    La tendeza a manipolare, integrare, aggiungere/togliere è una facoltà di cui oggi si abusa con estrema naturalezza. Forzare il reale per renderlo testimone di ciò che si vorrebbe (ma non è) è comunque un vezzo nemmeno troppo moderno.
    Tutto questo per sostituire un LIKE che non trovo…
    mfr

    Mi piace

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