Marchionne, lo vogliamo noi

Lo ammetto: mi piacerebbe un sacco mandare a cagare Marchionne. Dirgli che di una Fiat che, dopo aver ricevuto miliardi dallo Stato Italiano decide di andare dove offrono di più, non ce ne frega più niente. Fargli capire che una frase come “La Fiat funziona dove riceve aiuti di Stato” è l’ammissione più candida di incompetenza che un manager di una multinazionale abbia mai fatto. Sarebbe come togliersi un sassolino dalla scarpa o, come dicono a Modena, come staccarsi un gatto attaccato ai maroni.

Il problema è che, per quanto mi senta rivoltare dentro nel dirlo, Marchionne ha ragione. In un mondo che si basa sulla crescita del PIL – in un mondo che basa la misura del benessere di un popolo non sulla fiducia nel futuro, sulla protezione data ai più deboli, sulla solidità delle comunità, sulla cultura: sulla felicità delle persone – nessuno si può permettere di criticare Marchionne. Fa quello che gli stiamo chiedendo di fare da settant’anni a questa parte, ogni giorno. Dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo fatto una scelta di campo: abbiamo imboccato la luminosa strada del capitalismo. All’italiana, però. Per anni, grazie all’inflazione, alla manodopera meridionale a poco costo, allo spirito di sacrificio delle generazioni uscite dalla guerra, siamo riusciti a conciliare uno stato assistenzialista con una produzione degna di una nazione industrializzata. La realtà è che la generazione dei nostri genitori hanno fatto con lo stato quello che noi stiamo facendo con il petrolio: hanno pensato al loro presente – baby pensioni, vagonate di falsi invalidi, stipendi statali sproporzionati rispetto alla produttività dei lavoratori – senza curarsi del futuro.  Cioè del nostro presente. Sulle spalle della mia generazione pesa il mantenimento di quella che ci ha messo al mondo. I figli comprano casa solo se i genitori, con le loro pensioni pagate dai figli, decidono di aiutarli.

Parlavo, qualche giorno fa, con un imprenditore che per far arrivare in tasca ai suoi dipendenti 1050 euro, ne deve tirare fuori 2200. Per quale motivo un imprenditore come l’amministratore delegato della Fiat, che lavora su scala mondiale dovrebbe decidere di lasciare 1150 euro a uno stato parassita, quando altri stati, molto più efficienti, e molto più onesti, gliene chiedono meno? Marchionne sa che l’Italia è un paese completamente privo di appeal, dal punto di vista produttivo. Sa che quando paga un operaio, mantiene anche suo padre e un finto cieco. Se qualcuno vuole che qualcuno tenga aperta un’azienda da queste parti, bisogna contribuire.

Bisogna contribuire. Cioè lo Stato deve dare una mano. Cioè i cittadini devono tirare fuori qualcosa per permettere agli azionisti della Fiat di guadagnare i loro utili  – e quindi per permettere a Marchionne di continuare ad essere il CEO della Fiat. Cioè ci si deve organizzare per togliere soldi ai poveri per darli ai ricchi: gli stessi ricchi che, con le loro speculazioni folli, hanno messo in ginocchio mezzo mondo. E cosa finanziamo? Un’azienda che costruisce automobili, cioè macchine che consumano petrolio, che inquinano, che riempiono le strade delle città. Ma possiamo davvero permetterci di fare a meno della Fiat? Un’azienda di macchine produce reddito. Crea indotto. La Brembo ha iniziato con 9 dipendenti, facendo freni per un’Alfa Romeo – ora ha 3.000 dipendenti in giro per il mondo: senza la Fiat, non sarebbe esistita, come non sarebbe esistita la Magneti Marelli, e altre centinaia di aziende che hanno prodotto lavoro, utili, impiego. Possiamo permetterci il lusso di dirgli che può andare in Serbia, in Polonia o in Brasile a produrre le sue Cinquecento?

Levada, quartiere di Poltava – Ucraina

Dipende. Dipende cosa vogliamo fare del nostro futuro. L’estate scorsa sono stato in Ucraina e ho visto un esempio concreto di un paese non propriamente capitalista e che non appartiene ancora al Terzo Mondo. E’ una vita per molti versi desolante, tetra – espressione di una povertà anni cinquanta, da Totò e Peppino, da Aldo Fabrizi. Non so se sia peggio di qua: in giro non c’erano macchine, i telefonini non avevano invaso ogni anfratto della vita delle persone, ed esistevano ancora spazi comuni dove puoi giocare con i tuoi figli senza che qualcuno ti chieda soldi. Eppure, una ragazza, Tania, alla quale avevo chiesto come mai le autorità ucraine facessero tanta resistenza nel concedere un visto per l’estero, mi ha risposto che se fosse facile avere un passaporto, nel giro di cinque anni in Ucraina non sarebbe rimasto nessuno. Si tratta di scegliere. I lustrini dell’Occidente, o la ghisa dell’Ucraina, o altre alternative ancora più sobrie, ancora meno eccitanti, ma forse più semplici da raggiungere e mantenere. Si può decidere di rimanere fuori da questa gara alla crescita perenne in un mondo con risorse finite. Ma glielo dite voi, alla gente che il sabato pomeriggio va alla Rinascente a comprarsi mutande da cinquanta euro, o che piazza una tenda davanti alla Apple per essere il primo a comprare un nuovo telefono da settecento euro, che la pacchia è finita?

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5 thoughts on “Marchionne, lo vogliamo noi

  1. Tu cambi un’auto all’anno? Io no, quell’unica che ho è usata e non è certamente Fiat e la uso quando non se ne può fare a meno. La qualità delle macchine Fiat la conosci? Le auto buone non si producono in Italia. Potrà sembrare egoistica la cosa, ma per me se ne può andare in Polonia, in Brasile, dove vuole lui. A nessuno servono auto.
    Il problema sono i suoi dipendenti! Finirebbero per strada! Quella è l’unica cosa e lui ci marcia su questa cosa, poi per il resto non pensiamo che si possano vendere auto come il pane, soprattutto quando benzina e assicurazioni volano alle stelle e, in alcune città, l’auto nuova te la rubano, quindi si inventasse qualcos’altro. Che costruisca altre cose. Veda lui cosa.

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    1. In Inghilterra, FIAT era diventato l’acronimo di Fix it again, Tony. Vado al lavoro in autobus. E spero che la macchina che ho adesso mi duri almeno una decina d’anni ancora. Ma purtroppo il punto non è questo: per come è costruita l’economia occidentale, una nazione ha bisogno di produrre, Il mercato dell’auto, per quanto pompato, e drogato, rappresenta uno dei pilastri dell’economia di uno stato. La scelta non riguarda tanto la Fiat, o l’automobile in sé – se fosse così, non avrei dubbi: coltiviamo, piuttosto, pomodori! – ma tra rimanere tra le economie occidentali e abbracciare uno stile di vita completamente diverso: che non significa solo andare in giro in autobus ma vivere come si vive in Ucraina. Chi ha il coraggio di fare questo salto? Quanta gente, in Italia?

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  2. Condivido ogni parola, ogni virgola ed ogni riflessione, è un Paese che deve cambiare rotta, gli errori dei nostri padri sono ricaduti su di noi che abbiamo dovuto fare i conti con un paese clientelare e corrotto, il nostro essere accondiscendenti ha prodotto un disastro maggiore che ricade ora sui nostri figli i quali reagiscono o scappando o facendo finta che non esiste nessun problema.

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  3. Il punto non credo sia che l’Italia debba assomigliare all’Ucraina (che se è per questo mi sembra ci stia già incamminando su quella strada, e non per scelta), ma che l’intero mondo occidentale si renda conto del baratro in cui ci sta portando il capitalismo, che per sopravvivere ha bisogno di crescere, e sempre più rapidamente, all’infinito, e questo non è materialmente possibile perchè le risorse non sono illimitate.
    Lungi da me il voler riproporre soluzioni alternative vetuste e risultate altrettanto (e ancora più rapidamente) fallimentari, come il socialismo reale o comunismo (variamente declinato nel nome e nei modi). Ma resta il fatto che il capitalismo così artificialmente spinto, come quello occidentale di oggi, ci sta dirigendo alla rovina (dei sistemi politici e sociali, del sistema economico stesso, che vedrà sempre più frequentemente crisi, e anche più gravi di quella che stiamo attraversando, della cultura, dell’ambiente, dell’intero pianeta) ed ha bisogno di radicali correttivi. Quali? Bisogna inventarseli, e questa è la vera sfida del futuro (se vogliamo un futuro).
    Alla faccia di Marchionne che, poveretto, e che dovrebbe fare, continuare a investire in un’impresa che perde vagonate di quattrini al giorno? Sarebbe come costringerlo a martellarsi i coglioni ogni santo giorno (che se lo meriti o no).
    Il problema FIAT non è negli investimenti: è che il mercato dell’auto in Occidente è in caduta libera ed è destinato a contrarsi sempre di più (anche in Germania il colosso VW sta cominciando a soffrire grandi perdite) e l’unico che tira e continuerà a tirare è quello orientale, dove (per i prezzi) le nostre imprese non potranno mai competere. Piaccia o non piaccia.

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