Grafemi

Segni, parole, significato.

Dell’essere padovani

Più uno scrittore è dei suoi posti, più sono le possibilità che diventi universale.

Isaac B. Singer

Sono nato a Padova, e la cosa non mi è mai sembrata una buona idea. Il Veneto, visto dalla finestra del mio piccolo studio, ha la forma bassa delle case a due piani, con le finestre in alluminio, lo stendino in terrazza, e la stessa indifferenza alla passione. Il cielo è bianco di afa estiva, o bianco di uggia novembrina, o bianco per le minacce, mai seriamente mantenute, di pioggia primaverile; e sulla strada le vecchie  che pedalano lente, con la borsa della spesa appesa al manubrio, tagliano la strada alle bici dei moldavi. I fin troppo scontati SUV non nascondono uomini d’affari ma mamme incazzate che portano i bambini a scuola urlando a ogni incrocio, prima di farsi un macchiatone al bar con le amiche.

C’è un eccesso di mancanza di eccesso, da queste parti. Chiamiamo buonii pavidi, e cattivi quelli non ci assomigliano. Coltiviamo un razzismo da pollaio. Ci siamo assuefatti al tanfo delle sagrestie. Le pasticcerie accolgono i credenti dopo la messa, nel loro rito domenicale; i bar propongono un alcolismo addomesticato per commercialisti e avvocati a fine giornata; le bettole, quelle vere, chiudono: persino Mirco Buso è morto. E all’ombra delle banche, e degli studi notarili, e delle aziende tutte sbilanciate a Est, i negozi di mutande costruiscono i loro imperi sui tradimenti delle vecchie signore, che nascondono  tanga mentre bevono spritz.

Ma ogni tanto vengono fuori buone idee, da questa terra un po’ paludosa. Sugarpulp è una di queste. Un movimento nato nel 2008, da un’idea di Matteo Righetto e Matteo Strukul, che nel giro di pochi anni ha raccolto attorno a sé tutti quelli che credono che Padova, il Veneto, le dimenticate periferie del potere, le officine dove si lavora e si parla poco, i campi, tagliati dalle autostrade, che restituiscono con gli interessi i diocan sputati sulla loro terra, le maniche arrotolate su mani sporche, abbiano una dignità che nessuno è mai stato capace di raccontare con la giusta voce. Siamo stati troppo impegnati a lavorare per avere il tempo di raccontare il nostro lavoro, troppo impegnati a bere per raccontare le nostre sbronze. Abbiamo dimenticato che il vuoto sopra le nostre teste – quella trascendenza che non abbiamo mai percepito – ce lo siamo creato noi, a forza di bestemmie, e non abbiamo mai trovato il coraggio di dire che questa mancanza di trascendenza ha un carattere terribilmente assoluto.

Matteo Righetto

E poiché Sugarpulp è veneto, Sugarpulp, più che parlare, fa. Fa, ad esempio, per il secondo anno consecutivo, il Festival di Sugarpulp.  Tra il 28 e il 30 settembre del 2012 (mentre scrivo è ancora in corso) Padova è diventata il regno di Sugarpulp. L’anno scorso c’erano Joe Lansdale, Victor Gishler, Jeffrey Deaver, Massimo Carlotto; quest’anno torna Tim Willocks, accompagnato da Linwood Barclay, Maxim Jabukowski, Allan Guthrie. E poi, decine di italiani: Marilù Oliva, Gianluca Morozzi, Heman Zed, Sacha Naspini, Marco Marsullo, Barbara Baraldi, Carlo Vanin, Francesco Ferracin, Carlo Callegari, e un sacco di altre belle persone (qui la lista completa), infilate in un bellissimo tribunale convertito in centro culturale (quanto mi piacciono queste nemesi!), nel cuore di Padova, a parlare di libri come se fossero le cose più importanti del mondo (lo sono veramente, però molti non lo sanno). Non amo la retorica, ma i “buoni sentimenti” non mi hanno mai fatto paura: per questo non mi faccio problemi a dire che entrare là dentro, tra queste persone – incontrare i ragazzi di Sugarpulp (ne cito solo alcuni, ma sono tantissimi: Giacomo Brunoro, Carlo Vanin, Irene Cesca, Serena Casagrande, oltre a Matteo Righetto e Matteo Strukul) che dopo settimane di lavoro ininterrotto continuano a sorridere a tutti – è un’emozione bellissima. Un’emozione che, quasi quasi, mi fa pensare che essere nato a Padova, in fondo, non è stata un’idea così male.

(Per capire un po’ meglio di cosa stiamo parlando, consiglio vivamente il video ufficiale del festival!)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Dell’essere padovani

  1. Zio Scriba
    30/09/2012

    Un pezzo davvero corroborante e incoraggiante: lo è l’entusiasmo di questi ragazzi, lo sono le tue splendide parole sui libri che sono veramente le cose più importanti del mondo anche se molti, poveretti, non lo sanno… Meravigliosa anche la frase di Singer, che sembra confezionata su misura per un certo romanzo che sta per uscire… :-))

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  2. Silvia
    30/09/2012

    ostrega, io sono nata a Venezia! (non ho azzeccato nemmeno questa…). Mi piace che tu abbia ricordato l’inclonabile Mirco Buso. E anche che i negozi di mutande abbiano trovato nel tuo post i loro 20 secondi di popolarità. Ciao maestro.

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  3. Vitaliano
    30/09/2012

    🙂

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