Grafemi

Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – un racconto di Carlo Vanin

A Padova, da qualche anno a questa parte, esiste un movimento “letterario” (un termine quantomai riduttivo, in questo caso) che sta portando una ventata di novità nel panorama culturale della mia città, e, forse, dell’Italia:il movimento Sugarpulp. Letteralmente, sugarpulp significa barbabietola da zucchero, uno dei simboli dell’agricoltura veneta, assieme al mais e al formenton, ma richiama, con felice assonanza, il genere letterario pulp, declinato in salsa veneta. Gli orizzonti di Sugarpulp, però, sono decisamente più ampi: dentro, troviamo il noir, le storie di mafia cinese, i fumetti, tutti, però, ancorati saldamente al territorio; territorio che inizialmente è stato quello veneto (penso a Savana Padana e Bacchiglione Blues di Matteo Righetto, e a La ballata di Mila di Matteo Strukul) ma che con il tempo si sta allargando a qualsiasi territorio capace di rappresentare, con la sua particolarità, l’universale.

Tra gli autori che gravitano attorno a questo movimento, e che lo alimentano con uno sforzo generoso e disinteressato, c’è anche Carlo Vanin, giovane scrittore veneziano, che ha esordito da poco con il romanzo Mirko e il mostro, edito da L.A Case, casa editrice digitale con un piede a Padova e l’altro a Los Angeles (e sulla quale tornerò in uno dei prossimi post). La sua scrittura, secondo la definizione dello stesso Vanin, è agglutinante, eclettica, massimalista, onirica e carnascialesca – un insieme di aggettivi particolarmente invitante, almeno secondo i miei gusti.

L’inserto del lunedì di oggi presenta un suo racconto, Ondina, un racconto particolarmente originale, onirico e poetico, abbastanza distante dallo stile aggressivo del romanzo (cosa che mi incuriosisce assai, e che mi riprometto di approfondire…).

ONDINA

di Carlo Vanin

“…non tamen oblitae, quam multa pericula saevo

pertulerint pelago, iactatis saepe carinis

subposuere manus…”

“Tuttavia, non avendo dimenticato i tanti pericoli

corsi sul mare crudele, spesso da sotto danno una mano

alle navi che rischiano di affondare…”

Tratto da Ovidio, “Metamorfosi”, Libro XIV

E così sono corso via.
La notte era cattiva. C’era gente che mi cercava, m’inseguiva.
Non ricordo perché ce l’avessero con me.
Ero fatto e ubriaco.
I miei ricordi cominciano da qui. Da me che corro.
Prima, solo un insieme di immagini scollegate. Io che prendo bicchieri, che bevo. Le luci della pista. Il suono e il fumo. Gente che mi parla ma io non capisco. Un grumo di cose nere che si accalcano nei miei pensieri come scarafaggi. Un labirinto senza via d’uscita.
La rabbia, poi. Inutile, immensa.
E sono corso via, sì. Non so come, non so perché.
La notte aveva avvolto la città nel cellophane: faceva troppo caldo e non riuscivo a respirare; l’estate non voleva mollare la sua presa umida e arroventata nonostante fosse già metà settembre.
Correvo e non mi sembrava neppure di stare sul mio pianeta. Tutto era diverso. Gli alberi della pineta erano ombre di mostri e se guardavo a terra, mentre correvo, nella sabbia sotto ai miei piedi c’erano facce. Un inferno di miliardi di facce con orbite vuote e bocche distorte in grida silenziose.
Ebbi paura che il mondo fosse diventato tutto una distesa di persone urlanti che i miei piedi schiacciavano.
E poi il mare, laggiù.
Una cosa gigante, nera e senza fine, tagliata da strisce bianche di schiuma.
Mi fermai solo quando i miei piedi s’immersero nell’acqua tiepida, sul bagnasciuga. Se avessi continuato a correre sarei annegato. Pensai che forse non sarebbe stata una cattiva idea abbandonarmi a quell’ultimo abbraccio salato, finire, perdermi nel nero.
Ma non mi persi. Caddi sulla battigia e diedi di stomaco. Sentivo i polmoni bruciare e ogni volta che respiravo faceva male. Cercai di tirare fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca dei jeans ma non ci riuscii e allora chiusi gli occhi, aspettando che passasse il fiatone.
Mi raggiunse l’oblio, che non ero riuscito a seminare, e lo accolsi con gratitudine.
Quando mi svegliai, non so quanto tempo dopo, era ancora notte. I miei polmoni non bruciavano più ma mi faceva male tutto. Mi alzai sul busto, spazzolandomi la sabbia dalla maglietta. Trovai il pacchetto di sigarette e me ne accesi una. La fumai e ne accesi un’altra automaticamente.
Ero corso su di una spiaggia lontana che non conoscevo. I suoni di una festa provenivano ovattati dalla città dietro di me ma io ero molto distante. Ero solo.
Il mare calmo rifletteva la luminosità del cielo e lo sciabordare delle onde sulla battigia era il suono più simile al silenzio che avessi mai udito.
Qualcosa, forse un gabbiano, emise un lamentoso pigolio.
Chiusi ancora gli occhi e cercai di ricordare come fossi finito lì ma nulla. Mi tornavano alla mente solo la mia corsa forsennata e i ricordi confusi di una vita passata a non pensare mai neppure per un secondo. Una vita senza tregua, veloce, folle.
Mi ero fermato per la prima volta.
Udii di nuovo quel pigolio. Era vicino.
Aprii gli occhi e cercai l’uccello che lo emetteva. Non c’era nulla attorno a me, solo la spiaggia buia e deserta, il mare antico e la più bella sera di settembre nel cielo, una di quelle sere che ti fanno venire pensieri strani su universi collegati e vite passate.
E c’era una cosa nera, laggiù, a un centinaio di metri. Una forma che emergeva dal mare.
Dapprincipio la scambiai per un tronco di legno, un arbusto che qualche ragazzo aveva trasportato fin lì per farne un falò e poi, trovandolo inservibile, aveva abbandonato.
Distolsi lo sguardo ma lo strano verso tornò a farsi sentire. Proveniva proprio dalla forma scura e stavolta non sembrava proprio il richiamo di un uccello.
Non era simile ad alcun suono che avessi mai sentito.
Mi alzai traballando. Gli eccessi di poche ere fa tardavano a scemare.
Fa niente, mi dissi, avrei dato ai postumi il tempo che meritavano. Allora, tutto ciò che mi teneva lontano dalla sobrietà era un dono gradito.
Arrivato già a metà del cammino che mi separava dalla cosa che fuoriusciva dal mare capii che non si trattava di un tronco e quasi mi stupii di averlo potuto pensare. Perché, benché ancora mezzo ubriaco, avrei ben dovuto distinguere la curva dei fianchi e il reclinare di una testa.
Era un corpo quello che stavo guardando, un corpo di donna.
Ed era la donna sulla spiaggia che emetteva quel suono alto, sottile e lamentoso.
Appena ne ebbi consapevolezza corsi di nuovo, ma stavolta in soccorso.
Arrivato vicino alla donna, però, quando le sue forme mi apparvero chiare anche grazie alla luminosità della luna, le mie ginocchia cedettero e io caddi.
Mi ero sbagliato di nuovo. Non era neppure una donna quella creatura che pigolava sulla spiaggia o forse sì, forse lo era, ma in un modo che nessun uomo di terra avrebbe mai creduto possibile.
Sentii di dover scappare nuovamente ma non lo feci.
Rimasi invece attonito a fissare la sirena.
Lei mi aveva visto e, con un gesto lento che sembrava esserle doloroso, aveva allungato un braccio verso di me. Mi chiedeva aiuto.
Nuovamente emise il suo verso. Ora sembrava che ci fosse una parola nascosta in quel suono, ma era una parola antica e la mia razza non era fatta per capirla.
A quel punto devo aver balbettato una cosa stupida che ora non ricordo. Tutto quel che ero, quel poco, era nei miei occhi che scrutavano la visione dell’errore nel tessuto dell’esistenza.
La sirena non era come quelle ritratte nei libri di scuola: non era una bella ninfa dalle forme morbide e dai lunghi capelli. Ella possedeva gli attributi distintivi delle creature marine.
Aveva squame lisce su tutto il corpo e branchie che si aprivano e si chiudevano ritmicamente come la bocca, piccola e sprovvista di labbra. Sulla sommità della sua testa non spuntavano capelli biondi ma una specie di cresta chitinosa, che sembrava strappata in alcuni punti. La cresta partiva dal suo capo e scorreva lungo il dorso per sparire poi in corrispondenza delle natiche.
Dalla vita in giù la sirena era immersa nel mare ma, da qualche sussulto, potevo ben capire che in questo caso la tradizione non aveva mentito. Non aveva gambe, quella creatura, ma un lunga appendice che terminava in una grande pinna.
Prima che potessi solo cominciare a decidere il da farsi, la sirena si mosse velocemente e si avvicinò a me mugolando. Io mi ritrassi ma non riuscii ad alzarmi. Fui colto, lo dico senza vergogna, da un terrore cieco, senza limiti, primordiale.
Paralizzato, guardavo il corpo alieno della donna pesce avanzare verso di me ma mi sembrava di scrutare tutto da una grande distanza. Pensai che la morte fosse arrivata, al termine di una lunga corsa frenetica, su quella spiaggia sconosciuta, alla fine della più calda estate del secolo.
E la morte, se di morte si trattava, aveva gli occhi più umani e tristi che avessi mai visto.
Mi prese, la sirena, mi abbracciò e premette il suo corpo antico sul mio, reclinando la testa sulla mia spalla. E prese a sussurrarmi.
Non tentai di divincolarmi. Nel suo moto improvviso non c’era minaccia. La abbracciai a mia volta senza dire nulla, come d’istinto. Sentii nettamente le sue scaglie tremare sotto le mie dita.
E la sirena sussurrava, sì.
Nella sua lingua strana, in cui riconobbi il timbro alto che mi aveva chiamato da lei, mi sussurrava. La sua voce, seppure tremante di paura e indecifrabile era di una dolcezza infantile.
Le dissi di calmarsi ma balbettai. Così la tenni solamente stretta a me. La sentivo tremare e lei mi parlò ancora. Le dissi che non riuscivo a capirla ma lei continuò a sussurrare.
Il suo corpo aveva l’odore acre del mare e della salsedine.
Allora cercai di calmarla come si fa con un bambino, cullandola come meglio potevo.
In qualche modo, tutto il terrore provato attimi prima se n’era andato e, stranamente, per la prima volta nella mia vita, mi sentii forte. Il contatto con il corpo di quell’essere antico mi aveva dato qualcosa che avevo cercato per anni nel mio vagare furioso.
Le scostai il volto dalla mia spalla per guardarla. Forse con gli occhi avremmo potuto comunicare più che con la voce. Lei non oppose resistenza e prese a fissarmi. Il suo sussurrare continuo era diventato più rado. Ora emetteva solo qualche parola con tono interrogativo.
Il volto della sirena sembrava cambiato rispetto a poco prima. Ora vedevo chiaramente un accenno di labbra, che prima non avevo notato. Sulla guancia destra qualche scaglia si era grattata via, al di sotto notai una pelle bianca di luna.
Restammo così, a fissarci chissà per quanto.
Passò qualcuno, lontano, sul lungomare. Dei ragazzi rumorosi che emisero dei fischi. Nell’oscurità probabilmente ci scambiarono per degli innamorati in vena di tenerezze.
La sirena si spaventò e mi strinse forte.
Dovevo portarla via da lì, decisi. Il giorno non avrebbe tardato.
Forse dovevo riportarla nel mare, da dove era venuta. Forse la sirena si era smarrita, come quelle balene che si spiaggiano e trovano la morte sotto un sole impietoso.
Mi mossi e lei rimaneva saldamente abbracciata a me. Passai un braccio sotto la sua coda e la alzai, trattenendola fra le braccia.
“Dove vuoi andare?” Chiesi, conscio che non avrebbe mai potuto capirmi.
Lei tornò a guardarmi con quegli occhi così tristi. Ora una grande parte delle squame sul suo volto si era tolta. La cresta sul suo capo sembrava più morbida. Ebbi paura che stesse morendo.
“Ti riporto nel mare.” Dissi. “Ok?”
Lei non rispose. Piegò il capo, interrogativamente.
“Kei?” Mi chiese. Io sorrisi e mossi qualche passo verso il mare ma dovetti fermarmi perché la sirena diventò d’un tratto frenetica. Emise degli urli striduli e cercò di divincolarsi. Ripeteva una parola sconosciuta che potevo ben tradurre con “no”.
Tornai sulla battigia e lei si calmò. Quando tornammo a guardarci i suoi occhi erano colmi di lacrime. Allungò un braccio e indicò la spiaggia. No, non la spiaggia: la terra, la città.
Il posto in cui vivevo.
Camminai nella notte morente con la sirena fra le braccia per raggiungere casa mia. Vi era ancora qualcuno in giro, qualche reduce barcollante della notte di festa o qualche solitario corridore mattiniero. La luce del sole, laggiù sul mare, già si annunciava con una falba luminescenza.
Mi mossi cercando di rimanere più che potevo nell’ombra pregando che nessuno ci vedesse. Lei non smetteva un secondo di parlarmi sottovoce. Le sue parole ora erano diventate più comprensibili. Non che le capissi realmente, ma riconoscevo nei suoni che emetteva alcuni ritmi comuni alle grammatiche di noi esseri della superficie. Anzi, mi pareva di poter decifrare anche qualche termine semplice semplice: Terra, Mare, Acqua, Casa.
La sirena mi stava raccontando una storia ed era una storia lunga, millenaria. Il suo tono era a volte nostalgico, a volte triste, a volte addirittura divertito. Però rimaneva calmo, sereno.
Mi parve strano pensarlo, ma sembrò che fosse a suo agio fra le mie braccia e quella vicinanza ad una creatura che si sentiva protetta e sicura con me, era una sensazione nuova che mi riempiva di felicità.
E’ il caso di dire che fu una piccola odissea il pur breve percorso fino al mio appartamento. Arrivato al palazzone in cui vivevo, notai che il regno delle ombre aveva ormai i minuti contati. Già laggiù all’orizzonte si indovinava una striscia di fuoco che presto avrebbe incendiato il mare.
Raggiunsi l’ascensore e vi entrai con la sirena. Lei fu naturalmente sorpresa dal luogo angusto. Ne tastò le pareti e mi fece delle domande che non capii. Quando l’ascensore si mosse verso il mio piano tornò ad abbracciarsi impaurita a me, ma fu solo per un secondo.
Notai che gran parte delle sue squame erano cadute durante il tragitto. Ora non abbracciavo più il corpo umido di una creatura marina, ma sotto le mie dita c’era la pelle calda di un mammifero.
Raggiunsi il mio appartamento e vi entrai velocemente, tirando un lungo sospiro di sollievo.
Anche la sirena emise un suono lungo e stupito.
La appoggiai dolcemente sul divano in soggiorno e lei non sembrò molto contenta di staccarsi da me. Tuttavia lo fece.
Dalla finestra cominciava a filtrare la luce di un giorno che sarebbe stato luminoso e caldo e lei si schermò gli occhi con una mano. Evidentemente era abituata alle oscurità abissali.
Abbassai le tapparelle e accesi un abat-jour. Lei prese a giocherellare con l’interruttore della lampada, accendendo e spegnendo la luce. Io la guardavo e non riuscivo a dire niente.
Gli occhi della sirena non erano più tristi né spaventati.
Nel guardarla, vidi in lei una bellezza segreta. Era un miracolo ed era lì, con me. Era mia.
Quando si fu stufata del gioco, mi gettò ancora le braccia al collo e mi sussurrò una richiesta nella sua lingua, i cui suoni erano diventati completamente umani.
“Nerò! Nerò!” Disse e fece un gesto con le dita, muovendole lungo il corpo.
Acqua, chiedeva. Indeciso sul da farsi le portai un bicchiere d’acqua. Lei lo prese e se lo versò sulla testa, poi mi guardò con occhi dubbiosi e allargò le braccia. Allora capii.
Tornai ad alzarla e lei riprese a raccontarmi le sue storie. La portai nella vasca da bagno e le mostrai come usare il rubinetto. Lei comprese subito e si mise a giocare col miscelatore ridendo gioiosa. Feci per andarmene, colto da un bizzarro senso del pudore ma lei mi trattenne, corrugando la fronte e emettendo un sibilo di protesta.
Rimasi con lei e la sirena mi parlò di molte cose.
E così, mentre il giorno passava e la sua coda, nella vasca, mutava in due lunghe gambe snelle, io imparai a capirla e la amai perché era mia, solo mia e, cosa più importante, io ero suo.
Molti anni dopo, ora che vedo mio figlio nuotare laggiù, cercando di imitare goffamente la grazia di sua madre Ondina, io ripenso a quella notte di metà settembre in cui l’ho incontrata su una spiaggia sconosciuta, dopo che ero scappato via da tutto. E ringrazio il mare per il dono della nuova vita che ho ricevuto.
A chi leggerà queste parole, voglio dire di credere. Credere che esistono donne speciali che vengono dal mare. Hanno vissuto a lungo, visto molte terre e conosciuto il male e il bene del mondo. Sulla terra camminano in maniera strana, a volte incespicano, come se non fossero abituate ad avere le gambe. Ne ho viste altre oltre a Ondina, altre donne come lei abbracciate a uomini felici. Si riconoscono fra loro e si parlano in quel loro modo dolce e strano.
Raccontano sempre storie, di quando il mondo era giovane e il mare pulito.
E cantano le loro canzoni al mare.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “L’inserto del lunedì – un racconto di Carlo Vanin

  1. Grazia Bruschi
    08/10/2012

    bravo paolo, ottima idea quella di pubblicare i racconti di altri. carlo sa trasportarci nel magico e la magia, se la vuoi vedere, ha la forma della realtà

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      08/10/2012

      Anche secondo me Carlo sa portarci in un mondo magico e reale allo stesso tempo – mi è piaciuto molto per quello
      la cosa bella, però, è che Carlo sa anche essere brutale, fino alle estreme conseguenze – come accade, ad esempio, nel suo romanzo

      Mi piace

  2. Zio Scriba
    09/10/2012

    Ottima prosecuzione del tuo ottimo progetto… Grafemi del lunedì è destinato a diventare un’antologia interessante assai… 🙂

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  3. carloesse
    09/10/2012

    E anch’io concordo.

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  4. Marina Salomone
    13/10/2012

    Trovo bellissimo questo racconto…complimenti all’autore e a te per questa iniziativa del lunedì! buona settimana!

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  5. Pingback: Tre Incipit - appunti di scrittura creativa (Prima Parte 1/2) | Agorà

  6. tramedipensieri
    27/03/2013

    Che racconto….ti trasporta. E ti apprezzare di più la vita.
    grazie.

    .marta

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