La realtà che non esiste

Harol Bloom, il famoso critico letterario americano sulle cui pagine si sono formate molte delle mie idee sulla letteratura, e l’arte in generale, mette Corman McCarthy tra i magnifici quattro della attuale narrativa americana, insieme con Philip Roth, Thomas Pynchon e Don DeLillo. Non avevo mai letto niente di suo, sebbene mi fosse stato consigliato a più riprese (e nonostante io stesso lo avessi consigliato a qualcuno, sulla base delle informazioni che erano in mio possesso); dopo il festival di Sugarpulp, dopo le abbondanti suggestioni noir che hanno pervaso quei giorni, mi sono deciso a leggere “La strada”, uno dei suoi romanzi più recenti e, a detta di molti, tra i più belli.

L’ho iniziato lunedì sera. Da allora, sono precipitato in una specie di incubo che angoscia le mie notti, e si riverbera durante il giorno. In una qualche realtà, ci sono due persone, un uomo e il suo bambino, che stanno sperimentando ogni genere di orrore, in un mondo disumano, ridotto in cenere, attraversato da bande di cannibali che mangiano tutto quello che trovano. Il dolore nel quale sono immersi viene portato avanti con implacabile determinazione: non ci sono varchi, mai, in nessun momento. Tutti gli alberi sono tronchi neri, le strade sono ricoperte di detriti, le case piene di cadaveri pietrificati nel loro ultimo momento, o di carcasse liquefatte. Il freddo, sempre. Il silenzio. E una fame assoluta. Mi accosto a questo mondo terrificante la sera, nel mio letto, o la mattina, in autobus, e quella realtà immaginata, inventata da McCarthy, invade la mia realtà – la sfonda, la devasta. Sono arrivato a pagina 78; mi mancano 50 pagine per arrivare alla fine, e non ho il coraggio di andare avanti. Dieci pagine fa le cose hanno iniziato a sistemarsi, e questo può significare solo una cosa: la situazione precipiterà prima di pagina 100. E io non sono in grado di sopportare che l’uomo e il suo bambino soffrano ancora, e allo stesso tempo devo sapere che ne sarà di loro, perché covo la sottile, disperata speranza che riescano ad arrivare fino alla costa, che riescano a lasciarsi dietro le spalle l’orrore dei boschi scuri, della neve, del gelo.

Queste persone non esistono. Platone direbbe che si tratta di un inganno che umilia il lettore. Non è neppure una storia che potrebbe essere vera, perché il mondo nel quale si muovono non assomiglia a nessuno dei mondi conosciuti. Anche il tempo potrebbe essere altrove. Il loro destino, deciso da McCarthy quando ha pensato il libro, è già determinato – è, letteralmente, già stato scritto. In giro ci sono persone che sanno se ce le faranno o se verranno sopraffatti, e in quale modo: il loro futuro che io immagino con tanta trepidazione è il passato di qualcun altro. Eppure, tutto ciò che muovono dentro di me – la paura ancestrale, la disperazione, il terrore puro – è vero, esiste: è qualcosa di concreto, che io sperimento fino in fondo, senza possibilità di scampo. Non mi confondo tra ciò che vedo davanti a me in questo momento – il monitor appoggiato a una pila di libri, i colleghi che non smettono di parlare, gli armadi marroncini appoggiati al muro, le finestre aperte sul giardino aziendale – e tutto quello che sta succedendo tra le pagine de “La strada”; ma ciò non significa che quello che sto leggendo, quelle parole che sto trasferendo dalla carta (in questo caso di un eReader) alla mia testa, non sia realtà. Una realtà più vera dello spread che sale e che scende, della guerra in Siria, delle applicazioni che contribuisco a scrivere, della cronaca nera sul Gazzettino, della gravidanza della Fico o della moviola della domenica sera. Quel mondo, quell’uomo e il suo bambino, non sono una finzione, perché i miei pensieri ne garantiscono l’esistenza: un’esistenza portata fino alle sue estreme conseguenze. Non è questa la forza devastante della scrittura?

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12 thoughts on “La realtà che non esiste

  1. Proprio vero Paolo, anche per me un libro indimenticabile. Ogni tanto ripenso ai dialoghi, alla voce di quel bambino, non so perché ma in lui riconosco alcuni tratti di Useppe della Morante. Sono personaggi che riescono a scatenare la voglia di provare a salvarli : dalla penna dello scrittore, dalla storia, dal mondo… Invece bisogna restare fino all’ultima pagina e osservarli da lontano, impotenti. 🙂 Bellissima recensione!

    Ce la caveremo, vero, papà?
    Sì. Ce la caveremo.
    E non ci succederà niente di male.
    Esatto.
    Perché noi portiamo il fuoco.
    Sì, perché noi portiamo il fuoco.

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    1. E’ un libro straziante. E per un padre di due bambini, forse ancora di più – anche se penso che il sentimento di paternità, e maternità, sia qualcosa di profondo e ancestrale, condiviso e sperimentato molto prima di avere figli.
      Che dici? Oso arrivare fino alla fine? Avrei solo bisogno di qualcuno che mi dicesse: non farà troppo male…

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  2. È uno dei libri più toccanti e commoventi che abbia mai letto. La storia non sarà “reale” in senso stretto, ma lo diventa per due motivi. ll primo è che, come sempre nei grandi romanzi, si parla in definitiva di “noi” e della nostra anima, comunque la vogliamo chiamare. Il secondo è che, con quello che stiamo facendo a noi stessi e al pianeta, questa storia si avvicina di moltissimo a una neanche tanto strampalata profezia.
    Non ho mai amato le troppo nette investiture dei critici, il loro personalissimo podio fatto di assoluti e indiscutibili magnifici quattro o magnifici otto o magnifici venti, ma di sicuro Cormac McCarthy è un grande Scrittore.

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  3. p.s.
    confermo: il sentimento di paternità è profondo e ancestrale, perché se di una cosa sono certo è che quel padre sono anch’io, che figli non ho.

    p.p.s.
    DEVI arrivare fino in fondo, altrimenti vengo lì e ti meno. 🙂

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  4. sono daccordo e lo stesso vale per certi tipi di film… insomma fare contenuti artificiosamente senza scampo mi sembra un voler manipolare chi legge . Tecnica Neurolinguistica sarebbe una definizione appropriata. buona settimana!

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  5. Di Cormac McCarthy ho letto soltanto Sunset Limited (e ne ho scritto brevemente qui: http://countryzeb.wordpress.com/2011/09/12/sunset-limited-cormac-mccarthy/). Ciò che scrivi su ‘La Strada’ conferma le impressioni che mi ero fatto leggendo alcune recensioni ed è per questo che avevo rimandato la lettura a quando mi sarei sentito “pronto” per affrontare la sfida. Questo tipo di invasione mentale mi capita più spesso guardando film ma ora, pensandoci, la mia memoria malconcia mi ricorda di aver provato sensazioni paragonabili a ciò che hai descritto (come coinvolgimento, non come tematica) leggendo ‘Un uomo finito’ di Papini e ‘No longer human’ di Osamu Dazai. E comunque,lo leggerò.

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  6. Un’atmosfera simile, di dura lotta per la sopravvivenza, in tutt’altro contesto (assedio di Leningrado 1941) l’ho trovata nel bel libro “La città dei ladri” di Benioff David. Non ho letto invece il libro di Cormac McCarthy, ma ho visto il film che ne è stato tratto, presentato qualche anno fa alla mostra del cinema di Venezia, per la regia di Hillcoat.
    Ciò che dite del libro mi fa pensare come non sempre il cinema riesca a portarsi dietro sullo schermo l’efficacia della pagina scritta.
    Sarò cinica ma a me il film non è piaciuto, più che coinvolgente mi è parso quasi caricaturale. In ogni caso non riporterò il pensiero che mi è venuto uscendo dal cinema, dato che non so se hai finito di leggere il libro.
    Con simpatia, Nina

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  7. Per me Cormac McCarthy è una delle migliori voci statunitensi di questi tempi. Da quando lo scoprii con “Cavalli selvaggi” a mio parere non ha sbagliato nulla o quasi. Ho tutti i suoi libri. “La strada” è la pietra tombale su tanta narrativa “ombelicale” che riscuote così grande successo nel nostro Paese. Gli ombelichi continueranno a sbraitare, ma almeno c’è qualcosa di potente da usare contro di essi: Cormac McCarthy.

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  8. E’un libro estremamente coinvolgente, e indimenticabile. Raramente ho visto trattare così profondamente il senso della paternità, che è il perno su cui ruota tutto il libro, al di là di tutto l’orrore (reale o fittizio che sia) che gli ruota intorno.
    Forse ora l’avrai anche finito. Ma hai fatto una bella recensione, cogliendo il segno, anche in corso di lettura.

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