Grafemi

Segni, parole, significato.

Quella volta era diverso?

Quando passo qualche giorno nella casa natale di mia moglie, dalle parti di Trieste, dove vive ancora sua madre, trovo, in giro per le stanze, i resti dei miei soggiorni precedenti: un paio di occhialini subacquei dell’estate, una camicia che avevo sporcato mangiando il gulash e che ora si ripresenta pulita e stirata nell’armadio, vecchi giornali, che sfoglio sempre con un misto di curiosità e tenerezza. I quotidiani non rappresentano solo ciò che è stato, ma quello che avrebbe potuto essere; si affacciano alle soglie del loro futuro cercando di fornire un’analisi capace di immaginare l’evoluzione del presente. Nella maggior parte dei casi non ci riescono – il mondo evolve secondo le regole di un sistema non lineare, simile, per intenderci, a quello che governa la formazione delle nuvole sopra i nostri prossimi weeekend – ma quando colgono tracce del futuro che li aspetta (futuro che, nel frattempo, è diventato il mio passato) sento sempre un pizzico di rabbia: se si sapeva, perché non si è fatto nulla?
La crisi economica del 2008 è arrivata in Italia come lo tsunami che segue di poche ore un terremoto a qualche centinaio di chilometri, del quale si è avvertita l’esistenza in termini di tintinnio di lampadari. Fino a qualche giorno prima, pochissimi avevano capito quello che stava succedendo, e quelli che lo avevano capito, e lo dicevano, come l’allora Governatore della Banca d’Italia Draghi, venivano accusati dai nostri geniali politici di allora (Tremonti, Berlusconi, Gasparri) di un pessimismo anti patriottico. Ma Draghi non era solo. In un giornale del 18 agosto 2007, in un periodo che ricordo molto bene dal punto di vista “umano” (eravamo tornati da poco da una settimana a Grado, trascorsa in un bellissimo appartamento con una terrazza nella quale la sera, io e mia moglie, rimanevano a parlottare, seduti su comodissimi divani pieni di cuscini; nei ritagli di tempo avevo letto la ricca biografia di Oppenheimer, e la raccolta di racconti di Wallace “Brevi interviste con uomini schifosi”, e avevo comprato (ma non ancora letto) la splendida biografia di Edmund White sulla vita di Jean Genet – tutti libri che considero, in un modo o nell’altro – fondamentali nella mia crescita personale; tornati a Trieste, avevo già ripreso a lavorare (dovevo finire un’applicazione per Banca Popolare di Sondrio) e intravedevo, in quei tramonti che arrivano sempre prima, uno struggimento difficile da controllare), in quel giornale, dunque, che ammetto di non ricordare se non per la prima pagina, ho trovato un articolo di Rosario Patalano, professore all’Università Federico II di Napoli, dal titolo “Un caso chiaro di speculazione protetta”.
L’articolo inizia con alcune considerazioni sull’ultimo (allora) rapporto annuale della Bank for International Settlements, che si lancia in valutazioni molto ottimistiche sul consolidamento delle istituzioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti. Il rapporto, racconta Patalano, spiega che i profitti sia delle banche d’affari che di quelle commerciali sono cresciuti sensibilmente in questi anni, e questa è la prova che la deregolamentazione del settore finanziario è una tendenza virtuosa che va sostenuta (!). Lo stesso rapporto riconosce che il rafforzamento complessivo del settore finanziario ha determinato una maggior propensione dell’impiego dei capitali verso gli investimenti rischiosi. Gli indici del valore di rischio (conosciuti come VaR, value-at-risk) per le maggiori banche d’affari sono quasi raddoppiati dal 2002 (siamo nel 2007: sono bastati solo cinque anni); una crescente massa di capitali si è così riversata sui fondi speculativi (hedge fund), alla ricerca continua di impieghi più remunerativi e senza curarsi troppo dell’esposizione al rischio di default – una parola che, nel 2007, non significava niente per nessuno.
I primi cenni di crisi del 2007, continua Patalano, sono la conseguenza inevitabile di tendenze che sono state tollerate dalle autorità monetarie preposte alla regolamentazione e al controllo. Dal 1997 si sta assistendo a una progressiva deregolamentazione del settore finanziario che ha invertito l’orientamento normativo precedente, affermatosi dopo il crollo del 1929, che considerava l’attività bancaria un pubblico servizio da sottoporre a rigide norme regolamentari. L’intera struttura del sistema finanziario si sta così volgendo (siamo sempre nel 2007) verso la speculazione. Anche le banche centrali si sono limitate a fornire una rete di protezione alla speculazione, immettendo cifre considerevoli per soddisfare la sete di liquidità e sedare il panico. Questo capitalismo contemporaneo (è sempre Patalano che parla) sembra aver perso ogni memoria storica, ubriacato dalla sua folle euforia per l’arricchimento facile. Sulla base dell’esperienza accumulata nella gestione delle crisi finanziarie passate, le autorità monetarie pensano di avere nelle mani una serie di strumenti collaudati per intervenire ad evitare crolli sistemici; nel 2012, possiamo dire che si trattava di una tragica, colpevole illusione.
Pantalano conclude dicendo che è necessario, prima che sia troppo tardi, che il mercato finanziario sia di nuovo regolamentato e che le autorità monetarie non assecondino più processi speculativi decisi da oligarchie finanziarie, ma riportino entro il giusto alveo “produttivo” l’attività di intermediazione: perché chi pagherà le conseguenze di una crisi finanziaria sistemica saranno soprattutto i soggetti più deboli, e non certo i rentiers che le hanno causate.

george bushLeggere un articolo simile a distanza di cinque anni (e quattro anni dopo che tutte le considerazioni e i timori di Patalano si sono rivelati, ahimè, corretti), mi fa pensare al mondo di allora, alla sua euforia finanziaria, alla sua presunzione di una ricchezza che poteva crescere all’infinito, semplicemente moltiplicando a dismisura di debiti e vendendoli a qualcun altro, utilizzando lo stesso approccio che il barone di Munchausen adoperò per scendere dalla Luna. E’ come rivedere le foto del Titanic mentre sta salpando dal porto, o degli astronauti dello Shuttle che salutano sorridenti il mondo pochi giorni prima di esplodere in cielo: era già tutto previsto, qualcuno lo sapeva, ma nessuno voleva ascoltare.
Qualche mese fa ho letto un libro particolarmente chiarificatore, fin dal titolo: “Questa volta è diverso”. E’ il resoconto, documentato con centinaia di grafici e tabelle di dati, di tutti i default di stato dal 1100 (!) in poi. La tesi del libro, curato da tre importanti economisti americani, è che tutte le crisi nascono da periodi di grandissima espansione finanziaria, dove tutti continuavano a ripetersi che questa volta non sarebbe successo quello che era successo in tutte le crisi precedenti: perché i fondamentali erano diversi, perché ora c’erano regole più severe, o meno restrittive, o più efficaci. Il sogno della pietra filosofale che ha tormentato il mondo per secoli e secoli è stato sostituito dagli esperimenti, sempre fallimentari, di chi promette di poter moltiplicare il denaro semplicemente moltiplicandolo. E ogni volta, mezzo mondo ci casca, e ogni volta l’altra metà del mondo cade con il culo a terra.
Rimane comunque la domanda: dov’erano i politici che dovevano intervenire? Non sapevano, o non potevano, o appartenevano alla stessa cricca dei banchieri? Negli Stati Uniti c’era George Bush: se un docente di Napoli aveva descritto la situazione in modo così chiaro, come è possibile che gli esperti economici americani che gestiscono la FED o il Ministero del Tesoro non fossero a conoscenza di quello che stava succedendo? Come nel celebre incipit de “L’odio”, il film di Kassovitz, eravamo come un uomo che, cadendo da un palazzo di cinquanta piani, tra un piano e l’altro continuava a ripetersi, per farsi coraggio, “fin qui tutto bene”. Il problema non è la caduta. E’ l’atterraggio. Ci siamo schiantati al suolo, che abbiamo riconosciuto solo a un metro di distanza, quando non era possibile fare più nulla; e quelli che dovevano darsi da fare per proteggere i passeggeri non hanno mosso un dito, e quando ci siamo sfracellati, nessuno ha mosso un dito per far pagare loro gli errori commessi.
Ma forse possiamo intuire perché non abbiano fatto nulla: perché anche loro, come Patalano, avevano chiaro il fatto che le conseguenze inevitabili di una crisi finanziaria sistemica (anch’essa inevitabile) sarebbero ricadute solo sui soggetti deboli. Tacito diceva che il desiderio di ricchezza è la principale causa di povertà; duemila anni fa, possiamo aggiungere: degli altri.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

Un commento su “Quella volta era diverso?

  1. Marina
    15/10/2012

    la cosa triste è infatti che sapevano ma non era un loro problema

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 14/10/2012 da in Politica, Storia con tag , , , , , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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