Grafemi

Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – “Trieste non esiste” di Sabrina Campolongo

Quando ero bambino, e andavo in vacanza a Grado, città dei miei nonni, spesso passavamo le sere passeggiando lungo la diga, una lungo marciapiede che costeggiava il mare; da là, ogni tanto mio padre puntava il suo dito verso a est, e indicandoci le luci di una città, dall’altra parte del golfo, ci diceva: “Quella è Trieste”. E’ passato molto tempo, prima che io la vedessi di persona, che camminassi lungo le sue stradine, o mi affacciassi da Piazza Unità d’Italia, e guardassi, in lontananza, il profilo basso di Grado, come se fossi capitato dall’altra parte dello specchio: l’ho conosciuta nel 2001, quando, come per chiudere un cerchio perfetto, mi sono innamorato Dunja, la ragazza che l’anno dopo sarebbe diventata mia moglie, una mula triestina che, portandomi nella sua terra, me l’ha fatta amare.

Ponte Rosso, Trieste (foto di Sabrina Campolongo)

Da pochi giorni è uscito, in formato digitale, un libro su Trieste, scritto da Sabrina Campolongo, scrittrice e giornalista della quale avevo parlato (bene) un po’ di tempo fa a proposito del suo primo romanzo, Il cerchio imperfetto. Il titolo di questa nuova opera è Trieste non esiste. Voci, che già ci fa intuire come non ci si trovi di fronte a una guida turistica, o a un ritratto agiografico di una città, ma a una sorta di sfida che la Campolongo lancia a Trieste. Avevo avuto la fortuna di leggerlo in anteprima qualche mese fa, quando era ancora un progetto in divenire, e l’avevo subito amato per la prospettiva inusuale sotto la quale Trieste veniva guardata, spiata, e quindi rappresentata: un coro di voci che raccontano, ciascuna, una storia che li riguarda, e che riguarda, in modo inestricabile, la città che le ha partorite.

Al di là di qualsiasi retorica, Trieste è un mondo a parte, che sforna continui paradossi: votata da sempre a ricoprire un ruolo internazionale (era il porto dell’Impero Austroungarico), è da sempre orgogliosa della propria unicità,  della propria particolarità, e, per certi versi, della propria provincialità. Gli abitanti di Trieste sono, prima di ogni altra cosa, triestini; poi, molto dopo, sono reduci della Felix Austria, un modo di stare al mondo che qui continua a spiegare i suoi effetti, e poi, quasi per capriccio, italiani nazionalisti, sloveni con gli occhi puntati verso est, serbi in affari, ebrei orgogliosi, greci ortodossi. In tutti casi, comunque, diversi.

E la bravura della Campolongo sta  proprio nell’essere riuscita a trasformare quel magma ribollente di paradossi in una specie di piccola sinfonia, dove le dissonanze e l’armonia sono l’anima stessa di Trieste. Nell’inserto del lunedì di Grafemi, abbiamo la possibilità di leggere un estratto di una delle tante storie che animano Trieste non esiste.

Il libro, corredato di immagini, è in vendita su Amazon.it a 2.99 – il costo di tre caffè. Inutile dire che lo consiglio vivamente.

Voce della negra di Trieste

Il porto, la chiesa di Sant’Antonio, le Rive, via Cavana, il castello di Miramare.

Non si può raccontare una città senza parlare dell’odore della sua pelle. Il corpo di Trieste sa di mare e dell’odore vetroso del vento. Spesso è un mare addomesticato, un mare riserva di pesce, un mare solcato da merci e petrolio. L’odore di quel pesce, di quelle merci, di quel petrolio, sovrasta l’odore selvaggio del largo, dove i triestini non si avventurano. Gente di porto, molto più che di mare. Le loro barchette le spostano di pochissimo, e sempre lungo la costa, come se temessero la vendetta delle incomprese vastità, se si avventurassero un poco più in là. Dalla loro terrazza staccata da tutto osservano con un misto di desiderio e diffidenza: da una parte il mare, dall’altra il nordeuropa, di là i Balcani e infine l’Italia, quel Paese che non sono ancora sicuri di aver mai voluto e di cui percepiscono la distanza.
Ti guardano, se sei ’talian come se un po’ li avessi gabbati, annessi a un altrove distante e diverso. Loro diversi da tutti, tedeschi senza passaporto e senza passato, slavi dai cognomi truccati, italiani perché qualcosa si doveva, ma in fondo solo triestini, al sicuro soltanto dentro il loro lembo di terra a parte, a respirare l’odore rugginoso del porto, quello salmastro lievemente stagnante delle rive, il profumo di pesce fritto, quello irresistibile del prosciutto cotto nel pane, servito ancora caldo nelle osterie, quello aspro del vino, quello acido dei crauti, d’inverno, quello gelido e pulito della bora, quello forte e dolce della tostatura del caffè, che invade le corsie della tangenziale sopraelevata, quando si transita nelle vicinanze di via Flavia. Non capita sempre, dipende dall’orario e dalla direzione del vento, per questo è sempre un regalo sorprendente e gradito, quando l’abitacolo dell’auto viene invaso da quell’aroma che dà alla testa.
Sa di casa, per me, ha l’odore di un tavolo di cucina, sedie spaiate, di un pentolone enorme in cui sobbolliva minestra a tutte le ore, di un altro pentolone appena più piccolo in cui si bolliva la miscela di caffè e cicoria, il caffè freschissimo però, acquistato in piccole quantità nonostante lo smodato consumo, perché fosse sempre appena tostato, acquistato in grani alla torrefazione di via Carducci, ora chiusa, (al suo posto c’è un brutto bar da happy hour), e macinato al momento dalle mani della zia Lia.

Tu sei di Trieste, ha detto il direttore editoriale, no? E poi, al mio annuire come distratto, a mascherare il senso crescente di allarme, ha spiegato: stiamo mettendo in cantiere una serie di monografie sulle principali città d’Italia, ti affiderei quella sulla tua città.
Ma ho vissuto di più a Roma, avrei voluto dire, ma mi sono morsa la lingua, era già chiaro chi avrebbe scritto quella su Roma; ma ho vissuto tanto tempo a Genova, ho provato a obiettare, ma lui mi ha liquidato in fretta, bè, ma Trieste è la tua città, sei la più adatta.
Spiegare perché no sarebbe stato troppo complicato.
In fondo, una risposta non ce l’ho nemmeno. La mia città, già.
Chissà se in fondo alla monografia, sul risvolto di copertina, metteranno la mia foto. La mia pelle nera accanto alle parole “nata a Trieste” suscita sempre divertito stupore. I più pensano che sia semplicemente stata adottata.

La mia pelle invece è figlia della baldoria, del momento in cui Trieste è stata una balera a cielo aperto, persino sui bastioni del castello si era allestita una pista da ballo, quando ancora i carri armati americani sostavano nel piazzale, figlia del momento in cui i baristi hanno imparato a preparare cocktail dai nomi esotici, prima di tornare, nella rimozione generale, a servire solo “bicièr”, di rosso o bianco, al più qualche spritz. Figlia del jazz, del boogie woogie, dei “diavoli blu” americani posteggiati all’Hotel de La Ville, delle sigarette Philip Morris, del pane bianco gommoso e della cioccolata, delle Amlire e della libera uscita e dell’ubriacatura generale da guerra finita, da pericolo scampato.
Figlia del momento in cui Trieste è stata un’indecorosa, sfacciata puttana. Quando molte madri hanno spinto le figlie ad andare a ballare, e altre invece le hanno chiuse in casa a tripla mandata; figlia dell’era del GMA. Si ballava davanti a mura sventrate dagli obici, sopra le macerie, sopra il sangue assorbito dalla terra, sopra i rifugi antiaerei, una girandola continua, snervante e ipnotica, folle e inebriante.
Mia madre, tra le recluse in casa “per il loro bene”, ha deciso per una fuga, il 15 gennaio 1950, dalla campagna al centro, giù per via Costalunga a piedi, assieme alla sua più cara amica, con le sue scarpe migliori, quelle della messa della domenica, e un cappotto fatto con una coperta militare, ma cucito sapientemente da una vecchia zia sarta, e un fiocco rosso di seta trovato un mattino da sua madre abbandonato a terra, davanti al mercato ortofrutticolo, all’alba.
Il fiocco rosso, le scarpe troppo pesanti ma lucide, forse anche una generosa passata di rossetto, mia madre correva a vedere il matrimonio dell’anno, quello tra il bellissimo pugile con la faccia da guascone, Tiberio Mitri, e la Miss Italia dagli occhi di velluto e dal sorriso timido, Fulvia Franco. La chiesa di Sant’Antonio e tutto il piazzale erano invasi dalla folla, il sogno, perfetto e irraggiungibile ha toccato terra quel giorno, ha camminato nelle strade. Splendidi come giovani semidei, i due divi, lei con il semplice abito di seta bianca, lui elegantissimo nell’abito scuro, erano la Trieste migliore che andava incontro al sogno americano, gli Studios di Hollywood che avrebbero offerto alla bella mula un provino, il ring del Madison Square Garden che attendeva la giovane promessa del pugilato per fargli incontrare Toro Scatenato, Jack La Motta.
E mia madre è andata dritta incontro al suo destino, al soldato con la pelle scura e i denti così bianchi come lei non ne aveva mai visti, la parlata strana, le poche parole in italiano, le mani lunghe e i piedi velocissimi sulla pista da ballo, la divisa bianca della marina. Nessun abito bianco, per lei, ma l’abbaglio di un paio di blue jeans che lui le aveva voluto regalare, al mercato di Ponterosso, dove l’amica l’aveva dirottata, dopo la cerimonia. Tanto, le aveva detto, il guaio ormai l’abbiamo fatto, che senso ha tornare subito a casa?
Non so se l’abbia ripetuta ancora, questa formula, o se non ce n’è stato più bisogno, dopo che al mercato hanno conosciuto i due giovani marinai, quello biondo e quello con la pelle scura, che le hanno portate a mangiare pizza e a bere al Bar da Mario, dove, dirà sempre mia madre, che non ci andrà mai, sembrava proprio di essere a Nuova York. E poi a ballare.
Tale doveva essere la fame di vita delle due ragazze, che a ripensarci viene solo da sorridere.

E, nove mesi dopo, come nelle canzonette da osteria, la nave già partita, eccomi, i riccioli corvini incollati alla testa, niente denti ancora, ma la pelle più scura di quella di qualsiasi italiano, anche del più profondo sud o della Sicilia, più scura, diceva la mamma, addirittura di quella di mio padre, ammesso che se la ricordi bene, che lei e l’amica a quelle bevande colorate non erano proprio abituate, ma erano dolci e sapevano di frutta, e la fuga era riuscita, e stavano ballando con quei giovanotti così belli e allegri, e la guerra era finita, loro erano ancora vive e si doveva festeggiare.
“La prima volta che ho aperto le gambe, e son rimasta fregata!”, mi diceva sconsolata certe sere, quando aveva bevuto un bicchiere più del solito, ma poi le scappava quasi da ridere, in fondo non ce l’ha mai avuta davvero con il destino.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

6 commenti su “L’inserto del lunedì – “Trieste non esiste” di Sabrina Campolongo

  1. sabrinacampolongo
    15/10/2012

    Grazie, Paolo, per questo debutto in società. La mia debuttante, come sai, ha avuto già abbastanza guai da guardare Cenerentola con sufficienza, ma il cammino ora sarà luminoso e, soprattutto, libero. L’ebook sarà presto disponibile anche in formato epub sui vari vendors. Un abbraccio

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  2. Marina
    15/10/2012

    mi affascina il tuo stile e bella è la storia… complimenti Sabrina!

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  3. sabrinacampolongo
    15/10/2012

    Grazie, Marina.

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  4. Pingback: L’inserto del lunedì – “Trieste non esiste” di Sabrina Campolongo « Passaggi Mimetici

  5. Nina
    19/10/2012

    Complimenti Sabrina: hai una scrittura che cattura e rende partecipi!
    Felice di averti incontrata

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 15/10/2012 da in Letteratura, Recensioni, Romanzo con tag , , , .

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