Grafemi

Segni, parole, significato.

La gentilezza del carnefice

Quando qualcuno mi dice che sta scrivendo, mi chiedo quanta parte abbia, in quell’attività, il desiderio di vedere pubblicata la propria opera, e quanto ci sia di passione. Il test più efficace, e più pratico, consiste nel vedere cosa succede dopo che un romanzo, costato tempo e fatica, non viene pubblicato da nessuno.

Nel mio caso, so di scrivere per passione. La prova è il fatto che quando mi sono reso conto che un romanzo che avevo scritto, e che ritenevo “bello”, non sarebbe mai stato pubblicato, ho continuato a scrivere come prima – con lo stesso piacere e la stessa intensità. I commenti che ho ricevuto dagli editori che lo hanno letto (pochi, a dire il vero) parlavano di un problema di “distanza” (la voce non era abbastanza lontana dai fatti narrati), di “voce” (non era coerente), e di “struttura” (la prima parte, riflessiva, è troppo distante dall’azione, e dagli eccessi, della seconda). In realtà, questi difetti, che sono disposto a riconoscere, corrispondono a un’intenzione ben precisa – un’intenzione evidentemente poco utile, ai fini della pubblicazione, ma che ha una sua precisa ragion d’essere all’interno della storia che ho raccontato.

In realtà, è Lorenzo Bettini, il personaggio principale, a raccontare la sua storia in prima persona, passando dalla voce trattenuta e timorosa del primo capitolo  (“Amor borghese”), a quella retorica del secondo (“Amor cortese”), a quella diretta del terzo e ultimo capitolo (“Amor carnale”). Bettini, soffocato da due carnefici – il lavoro e la moglie – riesce a fuggire inseguendo un sogno fanciullesco; la realtà lo porterà a guardare in faccia la propria crudeltà, che gli darà una nuova percezione di se stesso.

Non ho mai postato nulla di questo libro, su nessun blog, per una forma di pudore. Ora, però, mi è venuta voglia di mettere qualcosa qua e là – non sto pensando neanche lontanamente a una pubblicazione del romanzo a puntate, una pratica che non mi è mai piaciuta e che trovo inutile, ma al rilascio graduale di pezzi che possono stare in piedi in autonomia.

Questo pezzo è preso dalla prima parte, dal capitolo “Amor borghese” e rappresenta una classica riunione aziendale (l’azienda, tra parentesi, è la stessa in cui lavora Marco Baganis, personaggio principale de “La felicità esiste”, il romanzo successivo a questo, dove Matteo De Angelis riassume in mezza paginetta il contenuto di questo primo libro).

——–

Eravamo in nove in una stanza un metro e mezzo per tre metri – la concentrazione di ossigeno ai limiti della legalità. Il mio capo si era seduto a capotavola, e aveva già attaccato il suo PC all’unica porta di rete libera: approfittando del fatto che nessuno poteva vedere il suo schermo, stava comprando e vendendo titoli sulle borse asiatiche, spacciando la sua frenesia per un’incondizionata dedizione verso il lavoro. Ai lati del tavolo, come apostoli, stavano il vice responsabile – un biondino sotto ogni aspetto, che aveva fatto carriera leccando un piede dopo l’altro, a volte anche in parallelo, con un’abilità irraggiungibile – e il vice vice responsabile – un elfo imperturbabile, legato da legami di parentela con uno dei misteriosi personaggi che detenevano la proprietà della Soluzioni Informatiche per le Banche S.p.a., detta anche, in modo meno formale, la SIB; stavano su lati opposti, e sfogliavano i fogli con i grafici che avevo realizzato io il pomeriggio precedente (la metà erano copie di grafici di qualche riunione precedente), corrucciando la fronte ad intervalli regolari, come per dare l’impressione che capissero il significato di quelle linee. Accanto a loro, in scala, altri quattro scagnozzi di età e statura e professionalità decrescente – individui che avevano letto l’autobiografia di Roberto Baggio, e che per quanto riguarda la letteratura o le arti in generale, gli era bastato quello. Avevano cravatte con nodi immensi; il mio, che avevo realizzato con la cravatta nuova, sembrava proporzionato alla mia posizione gerarchica in quella stanza: l’ultimo degli ultimi.
Io e il consulente irlandese, che guardava il mondo come se fosse semplicemente un fenomeno fisico che accadeva ogni tanto, per caso, da qualche parte, e nel quale lui non era mai coinvolto, eravamo seduti dalla parte opposta del mio capo, in due sul lato corto – io con le mani appoggiate alle mie cosce, lui con le gambe incrociate e lo sguardo naif. Aspettavamo che arrivassero i direttori naturali, cioè il capo del mio capo, il suo capo, e il capo di quest’ultimo – il ramo che partiva da me e arrivava all’amministratore delegato aveva qualche decina di nodi, che da un certo punto in poi erano avvolti da una nebbiolina mistica. Di colpo, si mise in moto, con un rantolo metallico e pauroso, il riscaldamento della stanza, che nel giro di pochi minuti diventò un bagno turco. Grondavo. I polsini iniziarono ad inzupparsi. Sentivo il solco tra le mie natiche inondato dall’acqua che le mie disperate ghiandole sudorifere spruzzavano – incredule: era pur sempre ottobre.
La pioggia riprese a cadere, questa volta con un’intensità maggiore: ora picchiava sui vetri marronati della stanza, e gli urti disegnavano minuscoli cerchi sulla finestra, che subito venivano cancellati dalla goccia successiva.

Bel tempo di merda”, disse, imitando un accento milanese, uno dei quattro scagnozzi – un uomo tutto rughe e capelli brizzolati. L’irlandese si voltò verso di me, e mosse la testa, come per chiedere la traduzione.
“Bad weather, isn’it?” sussurrai “or something like this”. Lui guardò fuori e annuì; poi disse due o tre frasi, tutte di seguito, ognuna incomprensibile; poi mi fissò, in attesa di una risposta. Erano dunque delle domande, quelle cose che aveva detto.
“Be’, yes..” dissi sorridendo, imbarazzato.
“Really?” chiese sorpreso.
“Oh no”, risposi, facendo un gesto con la mano come dire “stavo scherzando”.
Lui mi fissò, e, perplesso, mi chiese di nuovo “Really?”. Pareva un po’ disgustato. Riprese a guardare il mondo con lo sguardo di prima. Io iniziai a fissarmi la punta dei piedi, sperando che quella giornata finisse presto.

Bussarono alla porta, ed entrarono i direttori; fuori, smise addirittura di piovere. Erano eleganti come tre mafiosi newyorkesi, o una piccola società di becchini. Il mio capo chiuse lo schermo del suo portatile, staccò il cavo di rete e si alzò per stringere le loro mani, ma inutilmente: ci salutarono in gruppo, muovendo le mani come fanno i candidati alle elezioni presidenziali americane, quando entrano in quei palazzetti pieni di persone impazzite che agitano bandierine con una foto della loro faccia di dieci anni prima. Presero posizione, uno su ogni lato del tavolo, escluso quello che condividevo con il mio irlandese. Sembravano creature di un altro pianeta – ed è questo il segreto che gli straccioni (che vedevo passare sotto la nostra finestra, nelle loro macchine a metano uguali alla mia), non sapevano, e neppure immaginavano: i potenti hanno una vita a parte. Gli uomini che avevo davanti erano ultraterreni. I loro riccioli erano diversi dai nostri; la loro pelle non aveva imperfezioni: niente nei, o i ricordi di brufoli di un’adolescenza – adolescenza che loro di sicuro avevano passato in qualche località esclusiva, accuditi da tate tedesche ed istruttori di sci. Uno dei tre sembrava truccato, e aveva un naso che qualsiasi essere umano non avrebbe nemmeno potuto sostenere, ma che lui, come Sarkozy (con il quale probabilmente condivideva uno o due etti di DNA), portava come un monumento dedicato alla propria gloria. Quelle mani abbronzate, abituate a tirare gomene di barche di sedici metri, noi non le avremmo mai avute: perché era una questione di genetica. La selezione aveva spiegato i suoi effetti – i direttori erano il risultato, animali al vertice di qualsiasi gerarchia da decine di generazioni: erano stati, di volta in volta, faraoni, consoli, condottieri di crociate, proprietari di castelli con tutta la gente e le bestie che c’erano dentro – la ragione della loro potenza si trovava nell’Origine della Specie o in qualche capitolo della Bibbia: era qualcosa che aveva a che fare più con Darwin o Dio che con Marx o Weber.

La riunione ebbe inizio. Il nasone descrisse in modo sommario quali sarebbero stati i temi che avremmo affrontato, ed ovviamente non c’entravano nulla con i motivi per i quali eravamo stati convocati. Esisteva un continuo, profondo scollamento tra il dire e il fare, tra le idee che la direzione, o addirittura la proprietà, avevano e il modo con il quale esse venivano messe in pratica: più alto era il ramo dell’albero sul quale si stava seduti, e più distorta era la percezione della realtà. La nostra azienda aveva un numero impressionante di dipendenti: questo era ciò che percepivano i direttori naturali; la nostra azienda aveva un numero impressionante di incompetenti, fannulloni ed imbroglioni: questo era il mondo nel quale vivevamo. Il sarkoziano e i suoi amici parlavano con i loro corrispondenti nelle strutture dei nostri clienti e dei nostri fornitori, come quando i nostri generali incontravano i generali nemici, e intanto la truppa era dentro ad una trincea con venti centimetri di acqua, topi e lettere di amori perduti strette tra le mani nere. Vendevano e compravano soluzioni che non sarebbero mai esistite, se non nelle loro teste. I grafici, i project plan, che avevo disegnato e che ora erano sopra il tavolo, descrivevano in modo onesto e accurato i tempi che sarebbero stati necessari per realizzare un nuovo progetto, le risorse che qualcuno avrebbe dovuto allocare, le condizioni che tutti avrebbero dovuto rispettare; in realtà, nessuno di loro aveva la minima idea di cosa rappresentassero – arte contemporanea, forse.

Mentre il direttore parlava, c’era chi si toglieva pelucchi dal maglione, chi si grattava la testa o la barba o una gamba, chi si puliva le lenti degli occhiali, spolverava il tavolo con il dorso della mano, si toccava la punta del naso, e soprattutto evitava di incrociare lo sguardo degli altri. Alla fine di quel discorso di introduzione (che avevo sentito, uguale, almeno una decina di volte), il mio capo (che quella mattina, visto l’andamento generale delle borse, doveva aver perso almeno metà del suo patrimonio) si limitò ad annuire con un’aria pensosa – quel gesto era la sua specialità – e non aggiunse nulla: la sua posizione intermedia nella gerarchia aziendale era tale per cui non capiva né il mondo delle idee dei suoi capi, né quello delle cose di chi gli stava sotto. Decise di presentare il consulente, che era stato chiamato perché desse un parere autorevole sulla soluzione che intendevamo adottare: scoprii, però, che nessuno di noi, nemmeno i direttori, conosceva davvero l’inglese. Il dio nasone ogni tanto provava a mettere in piedi una frase che avesse più di tre parole; quando arrivava alla fine, faceva un sorriso soddisfatto che mi ricordava quello che faceva mio figlio quando finiva di recitare una poesia di dieci versi che aveva imparato in un pomeriggio intero, con una fatica immane; dopo di che, non faceva neanche finta di ascoltare la risposta di Mulligan, che un po’ alla volta si rese conto che avrebbe potuto parlare dei ricordi della sua infanzia, o di sua moglie, se mai ne aveva avuta una, e sarebbe stato lo stesso.

Mulligan, che ad un certo punto si era quasi convinto che gli stessimo facendo uno scherzo, alla fine si arrese e decise di passare alla proiezione di alcune diapositive di Power Point. In meno di un quarto d’ora vedemmo passare davanti ai nostri occhi il futuro dell’informatica, così come avrebbe dovuto essere. Il mio capo aveva riaperto il suo pc, e cliccava icone a caso, pur di non dover continuare a guardare tutti i segreti del prodotto di cui non avrebbe mai capito nulla – non in questa vita. I direttori erano immobili, con lo sguardo fisso verso la parete illuminata dal proiettore (che aveva alzato la temperatura della stanza di altri due o tre gradi); tuttavia, assomigliavano più a statue di cera che a studenti attenti – erano uomini d’azione, gente che avrebbe vinto a mani nude qualsiasi lotta per il dominio del branco: non intellettuali senza spina dorsale.

La riunione si trasformò in una seduta spiritica quando il direttore, il maschio dominante di quello spicchio di mondo rinchiuso tra quelle quattro pareti, fu chiamato al telefono dal suo capo, che gli espresse il desiderio di partecipare all’incontro.
“Viene qui ora?”
La risposta fu evidentemente no, perché il direttore, che nel frattempo era rimpicciolito di due o tre taglie, posò il cellulare in viva voce in mezzo al tavolo, e lo lasciò lì, acceso. Ogni tanto quell’uomo lontano, che io non avevo mai visto dal vivo, gracchiava qualcosa di incomprensibile; tutti i presenti, terrorizzati, si domandavano a gesti cosa avesse detto, e qualcuno più coraggioso provava ad interpretare quei suoni misteriosi, che parevano arrivare da un altro mondo – in ogni caso, tutti gli davano ragione, ma per quello che ne sapevo io, quella voce poteva essere di un morto che noi cercavamo di far parlare dall’aldilà. Continuammo così per altri dieci interminabili minuti. I direttori erano sicuramente eterni, ma prima o poi sarebbero dovuti andare al cesso pure loro: io, l’umano, già non riuscivo più a resistere. Finalmente il morto ci salutò – ci parve di capire che dovesse partecipare ad altre tre o quattro riunioni di quel tipo – e noi ci sollevammo dalle nostre sedie per esprimere tutto il nostro ossequio. Quando il capo di tutto si alzò in piedi, fu la fine di un supplizio. Ci stringemmo le mani, il consulente distribuì il suo biglietto da visita, tutti gli altri gli diedero il loro, e per un minuto sembravamo bambini che si scambiavano figurine – sorridevamo con la stessa ingenuità. Alla fine, rimanemmo soli io e Buck.
“Bathroom”, gli dissi sottovoce.
“No, thank you”, rispose, con un cenno della mano.”
No, me, me bathroom, not you. Now” e gli indicai lo stomaco. Sorrise, quasi complice. Uscii piegato in due.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “La gentilezza del carnefice

  1. bcartdevivre
    18/10/2012

    Mi piace!! 🙂 Ho rivissuto circa un milioni di riunioni con la stessa atmosfera!!!! Pubblicalo dai!!! 🙂 C.

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    • irene
      18/10/2012

      ciao Paolo, questo brano mi ricorda un pò le atmosfere del tuo romanzo, la felicità esiste, anche se qui lo stile è più “ridanciano” e grottesco. Sono curiosa di sapere qualcosa di più su questo!
      @C: se non hai letto la felicità esiste e questo pezzo ti è piaciuto te lo consiglio

      Mi piace

  2. emmeffekane
    19/10/2012

    Atmosfera interessante e molto ben resa. Riunioni insulse e gente che pensa ad altro. È spesso così.

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  3. Marina Salomone
    21/10/2012

    mi piacerebbe molto che tu lo pubblicassi tutto a puntate….lo trovo eccellente!!!!

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      21/10/2012

      Grazie Marina, gentilissima! La mia idea attuale è di postare dei pezzetti qua e là – ma magari un domani cambio opinione, chissà!
      Intanto ancora grazie!

      Mi piace

  4. masticone
    16/11/2012

    Pezzetti qua e là…
    merita molto di più amico
    trust me
    (sai che sono un fine critico….)

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  5. carloesse
    18/11/2012

    Molto realistico (anche io vivo spesso di queste insulse riunioni, anche se da noi i rami sono pochi e piccoli: piccola è infatti la Società per cui lavoro), e trattato con una giusta dose di ironia. Sarà però per questo realismo a me (troppo) familiare che alla fine ne fa il genere di lettura che preferisco evitare (questo naturalmente non vuol dire che il romanzo, o il presente pezzo anche a sè stante, non sia bello).
    Vado comunque a vedere il pezzo postato successivamente.

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Questa voce è stata pubblicata il 18/10/2012 da in La gentilezza del carnefice con tag .

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