Quattro soli a motore

Amo la Neo Edizioni – non credo sia un segreto. E non c’entra il fatto che abbiano pubblicato un mio libro: anzi, è vero proprio il contrario. L’amore nasce quando si sente di avere molto in comune, e in questo mondo abbastanza complicato dell’editoria e della scrittura, Francesco Coscioni e Angelo Biasella (e Corrado Melluso, che però non lavora alla Neo) sono le due persone con le quali sento di avere più cose in comune.

Per questo non posso non essere felice di sapere che oggi è uscito un nuovo libro della Neo: Quattro soli a motore di Nicola Pezzoli. Nel caso specifico la soddisfazione è doppia, perché conosco bene questo romanzo, del quale ho parlato in termini entusiastici più di un anno fa, in questo post (quando ancora la Neo non era entrata nella vita di Pezzoli ) e che oggi riscriverei pari pari. L’ho visto  che era ancora un file, e ora, che è di carta e con la copertina, mi piace riconoscere i lineamenti di quanto era piccino.

Questo romanzo, lo dico con grande attenzione nella scelta delle parole, merita di essere letto da molte, molte persone. La promozione non è nelle mie corde (me ne rendo conto quando vedo come altri autori si sono spesi per i loro libri: io, sono sempre troppo pudico e riguardoso), ma nei prossimi mesi parlerò più di qualche volta di questo libro.

Nel frattempo, con il consenso dell’autore, pubblico un pezzo non particolarmente rappresentativo del libro (che mescola noir, ricordi di infanzia, formazione, e mille altre cose), ma che a me fa impazzire. Parla di uno zio storno del personaggio principale.

Da

Quattro soli a motore 

di Nicola Pezzoli

In una sera primaverile, lo zio storno invece di telefonare era piombato giù a trovarci dopo cena. Lo zio storno, che s’interessava di politica ma non si capiva mai da quale parte pendesse, ce l’aveva col governo che non voleva saperne di trattare con le Brigate Rosse per il rilascio di Aldo Moro. I telegiornali su quel rapimento erano stati in assoluto la cosa più scioccante che avessi mai visto. Quei corpi dei carabinieri della scorta crivellati di colpi in via Fani, e i nomi dei cinque carabinieri, e il numero dei figli piccoli che avevano, e il fatto che uno di loro si fosse trovato lì proprio quella mattina per sostituire un collega malato. E ogni volta che i grandi ne parlavano, sentivo in loro uno sgomento, una fifa lugubre, un senso d’inadeguatezza che mi deludeva sul loro essere adulti.

Sedettero in sala e andarono avanti per ore, lo zio storno che baccagliava come un ossesso, papà che parlava pianissimo perché tanto ormai dava per scontato che quello non capiva un’ostia in ogni caso. Anche perché quello là monopolizzava il discorso, mentre papà se ne sbatteva sostanzialmente le balle, e pensava alla sveglia che sarebbe suonata presto la mattina dopo.

“Io con le Brigate Rosse tratto!” gridava lo zio storno, come se il governo fosse stato lui. “Tratto, ma non cedo. T’è capì?” gridava.
“Cos’è questa storia che non tratto non tratto, coi terroristi non si tratta” riprendeva ancor più infervorato. “Io con le Brigate Rosse tratto eccome. Tratto. Ma non cedo. Però tratto. T’è capì!”
“Sì, in effetti…”
“Eh?”
“…”
“T’è capì me l’è la storia? Non si cede di un’unghia, con quella gente lì. Però si tratta”.
“Bisognerebbe però considerare…”
“Cosa?”
“No, dico…”

La mamma non interloquiva, ma aveva occhi che dicevano quando avete finito di intavolare trattative coi terroristi, io qui ci avrei Portobello, da vedere, o il film con Spencer Tracy.
“Frega un casso, a me, dell’Aldo Morto. Se devo dirla tutta. Ch’el me par el fiö bastard d’ul Sturzo e d’ul Togliatti, dio ignorante! Però bisogna averlo chiaro: io con le Brigate Rosse qui non cedo. Però tratto. T’è capì. È mica vero che trattare vuol dire debolezza. Io, con le Brigate Rosse, tratto!”

“Ma non cedi”.
“Eh?”
“…”
“T’è capì? Non bisogna averci paura di trattare, con quelle carogne lì vigliacche che màzen i carìba e i giurnalist. Perciò si tratta, sapendo già che non si cede, ‘acca merenda”.
“…”
“Cosa chiedete per liberare ‘sto Aldo Moro? Benissimo, parliamone. Trattiamo. Ma senza cedere. Si tratta e non si cede. Così si dimostra la forza. Non nascondendo la testa come gli sturzi”.
“Gli struzzi”.
“Se l’è?”
“Gli struzzi!”
“Se l’è-cusè?”
“Nagótt” s’arrese papà.
“STRUZZI!” provò a spolmonarsi la mamma.
“Ma se u faj il bagn ier sira” protestò lo zio storno.
“I urécch però t’è y mia lavà” malignò Videla.
“Eh? T’è capì, me l’è”.
La finiva più.
“Kighinscì bisogn trattàa”.
“Mmm”.
“Senza cedimenti”.
“…”
“T’è capì! Care Bierre: io-non-cedo!”
“Però tratti, cazzo”.
“T’è capì. T’è capì me l’è. Vacca merenda”.

A un certo punto papà, tanto per mandare un mezzo segnale, s’era alzato in piedi e aveva cominciato lentamente a dirigersi verso la porta d’ingresso. Ma quello, lo zio storno, niente. S’era alzato anche lui, ma mica la smetteva, mica dava segno di volersene andare. Aveva continuato il monologo. Aveva proseguito il comizio anche in posizione eretta. Ogni tanto percorreva una decina di centimetri, poi si fermava e riprendeva a parlare. A gridare. A papà usciva il fumo nero dalle orecchie e mi guardava malissimo, ma lo zio storno aveva continuato  a trattare con le Brigate Rosse, però, va detto, senza cedere, anche per tutto il corridoio, sempre gridando a squarciagola. Dopo cinque o dieci minuti cambiava piastrella, e riprendeva a trattare. Ma non cedeva. Mai. Alla fine aveva continuato a baccagliare e a credersi il governo anche davanti alla porta aperta, anche sul balcone, anche giù per le scale. La signora Beatrice era venuta ad affacciarsi sotto il portico e a sbirciare verso il nostro fazzoletto di terra per vedere cosa diavolo stesse succedendo, cosa ostia g’avea da vosare, quel mona.

Poi papà me le aveva date.

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7 thoughts on “Quattro soli a motore

  1. L’ho iniziato un paio di giorni fa e devo dire che faccio molta fatica a staccarmene, ad aspettare il momento libero per poter andare avanti, mi dà fastidio dover “lavorare, sbrigare le faccende di casa, ecc, ecc” e non poter dire “scusate, io stacco un attimo la spina, devo leggere un libro”. Mi piace molto, mi piace come è scritto, per alcuni aspetti mi ricorda Bukowski, ma sono solo all’inizio, alle prime 60 pagine. Bello, bello davvero.

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      1. Sì! Finito! Molto molto bello. Davvero, mi è piaciuto tantissimo. La storia, il modo in cui è stata scritta. Sembrava di essere lì, in ogni momento. Eh niente, quelli della NEO. non sbagliano un colpo. Tutti i libri che ho letto fino ad ora, sebbene diversi tra loro, mi sono piaciuti un sacco. Mi manca il tuo, non l’ho ancora letto, ma provvederò al più presto, appena avrò terminato di leggere l’autobiografia di Johnny Cash (è una mia fissa..!). Ciao!

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