La biografia dell’autore

L’autore del racconto Moquette, pubblicato nell’inserto del lunedì di Grafemi, oggi 22 ottobre 2012, si chiama Marco Piazza, e ha uno splendido blog che seguo con costanza; per il sito dell’agenzia letteraria Vicolo Cannery ha tradotto alcuni brevi saggi e un racconto. Con lui ho una corrispondenza via mail che dura da diversi mesi: quando penso a lui, ho la certezza di stare per assistere alla nascita di uno scrittore (Marco è già uno scrittore: aspetto con impazienza che lo sappiano tutti).

Quando, qualche settimana fa, gli ho chiesto se aveva voglia di mandarmi un suo contributo per Grafemi, mi ha inviato un racconto ambientato negli Stati Uniti: tra le altre cose, il personaggio principale, Ray, ama frequentare i casinò di Las Vegas. Dopo averlo ricevuto, gli ho fatto una proposta: e se si provasse ad ambientarlo in Italia? Pensavo ai casinò di Nova Gorica, verso i quali tanti giovani veneti si mettevano in viaggio, il sabato sera, durante gli anni novanta. Marco ha gentilmente accettato; ma poiché lui non è veneto, Las Vegas è diventato Lugano, e Ray il signor Dario.

Il motivo per il quale gli avevo chiesto di provare a modificare l’ambientazione era semplice: mi pareva che quando un autore italiano scrive racconti che si svolgono in America, il risultato può essere scambiato per il tentativo di imitare gli autori d’oltre oceano.  Dopo aver letto la versione “italianizzata”, però, ci siamo resi conto che quella storia poteva svolgersi solo là, con quei personaggi, in quel contesto. Lugano, in altre parole, non è Las Vegas, e Las Vegas non è semplicemente una città in cui ci sono casinò. D’altra parte questo racconto non nasce dal nulla: Marco ha vissuto per diversi anni negli U.S.A.. Ciò che racconta fa parte della sua esperienza reale – tanto quanto i veneti che partono per Nova Gorica fanno parte della mia. Con questa informazione biografica sull’autore, il racconto aveva tutti i motivi per essere ambientato in America… Ma è davvero importante conoscere la vita di un autore per valutare la sua opera?

Massimiliano Santarossa, autore friulano di alcuni romanzi ambientati nel Triveneto, ha scritto un post su questo argomento, nell’agorà della Scuola Twain, domandosi, retoricamente: Cosa sarebbero le mie opere senza la biografia di ex “cattivo ragazzo di periferia” e di ex operaio? La risposta che si dà è questa: Penso, e lo dico in tutta sincerità, che non avrebbero avuto assolutamente, quei libri, analogo riscontro di critica e pubblico se non fossero appunto stati accompagnati dal corpo dello scrittore, quindi dall’immagine anche fisica d’un certo tipo di scrittore, e pure dalla ruvidezza di carattere che alcuni si portano addosso.

Per Marco Piazza, questo non è vero: l’opera deve essere giudicata senza alcun elemento esterno. Al riguardo, mi ha consigliato di dare un’occhiata al sito letterario “Finzioni – progetto di lettura creativa”, e in particolare a un post su Federico Baccomo, e i suoi libri Studio illegale La gente che sta bene. Nel primo, si raccontano le avventure di un giovane avvocato vessato dal suo capo (e Baccomo è un giovane avvocato che lavora in uno studio legale…); probabilmente per questo motivo, ogni giornalista che l’ha intervistato si è sentito in dovere di chiedergli quanto ci fosse di autobiografico nel suo romanzo. La risposta di Baccomo è stata molto divertente: ha scritto un altro libro, La gente che sta bene, dove il personaggio principale è il datore di lavoro del personaggio di Studio illegale. A quel punto, non ha più senso   provare a legare la biografia di Baccomo alle sue opere.

La domanda è davvero avvincente. Dal momento che il contributo era di Marco, ho sposato il suo punto di vista, lasciando che il racconto potesse essere letto senza che informazioni aggiuntive (l’autore è italiano, l’autore ha vissuto in America) condizionassero la lettura. La domanda, però, rimane aperta: un’opera è veramente separata dal suo autore?

(La foto di copertina è di Noise-Less – tutti i diritti sono suoi)

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12 thoughts on “La biografia dell’autore

  1. Grazie, Paolo, il racconto mi è piaciuto moltissimo. Mai, davvero, nell’opera c’è sempre un pò del suo autore e del suo modo di leggere il mondo. Tra le righe, forse, e non urlata, ma c’è….

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    1. Sicuramente l’autore entra “intero” in ciò che si scrive.. ma il dubbio è se la biografia di un autore può dare un senso diverso al testo, o se può modificare il giudizio. Un caso eclatante, e rappresentativo, è dato dal libro “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa”, dell’autore J. T. Leroy (qui la sua biografia: http://it.wikipedia.org/wiki/J.T._Leroy ): in teoria era un ragazzo pieno di problemi che inizia a scrivere a 13 anni, in realtà era una donna abbastanza esperta che aveva creato, inventato, questo autore fittizio. Io ho letto il libro quando ancora la vera identità dell’autore era sconosciuta, e ne ero rimasto sconvolto; ora mi rendo conto di essermi fatto abbindolare da un abile manovra di marketing….ma è proprio così? In che modo la biografia di Leroy mi aveva fatto apprezzare il libro, e la vera identità dell’autrice no?

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  2. Grazie Paolo, sono contento che un mio racconto, a prescindere dal suo valore, possa stimolare un dialogo sul tuo blog. Ho letto il post di Santarossa che hai citato e mi chiedo se, forse, ciò di cui stiamo parlando non sia una questione principalmente di credibilità. Sul fatto che un testo sia figlio del proprio autore non credo ci siano dubbi, per quanto l’autore voglia provare a nascondersi. Il discorso della credibilità invece è più sottile. Se le descrizioni della vita di montagna di Corona foseero in realtà scritte da un ragioniere di Rimini, come cambierebbe la percezione del testo da parte del lettore? Ecco, secondo me, il fatto di accertare una certa credibilità (stiamo comunque parlando di fiction) viene in secondo piano rispetto all’esperienza immediata della lettura. Mi fermo qui, per ora, ma ne scriverò ancora anche sul mio blog. Tra le altre cose mi fa piacere che a qualcuno il racconto sia piaciuto, prima e dopo avergli associato un nome (e un frammento di storia).

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  3. sono convinta che ciò che scrive l’autore è sempre autobiografico anche se si tratta di un’autobiografia del pensiero. Non si può prescindere dalla sua vita come non si può staccare il timbro di voce dalla fisicità di chi canta!!!

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  4. Ciao Paolo. (Come stai?) Proprio nel caso da te citato di Leroy (ma si tratta di un caso estremo) se togli la biografia crolla tutto (almeno editorialmente parlando) – a prescindere dallo spessore del testo. Ho pensato qualcosa di simile anche riguardo a Santarossa, ma almeno lì la coincidenza vissuto/narrato non genera scalpore glamour, e serve solo a leggere l’autore in modo diverso. Forse è meglio circoscrivere il vostro discorso al di là dell’auto-fiction (nella quale le regole cambiano).
    Secondo me il racconto di Marco Piazza non avrebbe perso valore se italianizzato. Non credo che la parola “casinò” sia indissolubilmente legata a un immaginario americano. Anzi, ripensare il tutto in Italia avrebbe forse fatto nascere nuovi elementi. Italia o America, il racconto è bello a prescindere, e proprio per questo motivo l’ambientazione oltreoceano (che a molti, me compreso, suscita dubbi) diventa opinabile.

    Ti segnalo uno speciale di Oblique su Leroy, leggi – se ti incuriosisce – l’ultimo paragrafo:

    http://www.oblique.it/images/formazione/dispense/girlboygirl_leroy_dic10.pdf

    Un caro saluto e a presto,

    M.M.

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    1. Ciao Mauro,
      tutto bene!
      Grazie per le tue considerazioni, che trovo molto interessanti – e grazie per la segnalazione dello speciale su Leroy, che ho letto molto volentieri. Anch’io rimasi molto deluso dalla rivelazione della vera identità: credo che per nessun motivo al mondo avrei affrontato un libro simile se sotto non ci fosse la speranza che una persona vera stava uscendo dal suo inferno…
      A presto!
      Paolo

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