Grafemi

Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – Moquette

L’inserto di questa settimana è un racconto di un autore di cui parlerò nel prossimo post – che dovrebbe uscire in serata. Per il momento, quindi, possiamo concentrarci sul racconto, senza distrazioni. Buona lettura!

moquette

 Quando la forza di gravità ha la meglio sulla forza centrifuga, la pallina inizia a compiere rotazioni sempre più strette nel piatto della roulette. Poi rallenta la sua corsa con qualche saltello e infine si adagia in una delle caselle numerate. Ancora una volta in quella sbagliata. E allora Ray rimane con lo sguardo puntato sul tavolo mentre il croupier ritira le fiches. Poi alza la testa con uno scatto, spalanca gli occhi e si fruga nelle tasche dei pantaloni, davanti, dietro.

Cerca nel giubbotto.

Niente.

I soldi sono finiti.

Alex lo prende per un braccio e gli dice “basta, andiamo, è abbastanza per questa sera”, al che Ray esita per qualche istante, impreca sottovoce, e poi lo segue. Se tutte le volte fosse finita così, Alex gli avrebbe dato un pugno in faccia, o lo avrebbe legato a una sedia o comunque avrebbe fatto in modo che Ray non sperperasse i suoi soldi in quel modo. Era fatto così Alex, sempre pronto a dare un consiglio anche se non richiesto. A dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. A fare critiche e a dire “guarda che si fa così, ti faccio vedere io”. E lo diceva con un sorriso beffardo stampato in faccia, quasi come a prenderti in giro, “ma come, non lo sai, dai lascia stare che so io come si fa”. Faceva così coi suoi fratelli, con amici, colleghi, conoscenti, gente conosciuta per caso. E ora lo faceva con Ray.

Il fatto è che non sempre finiva così, e a volta capitava che tornassero da Las Vegas con Alex che guidava a tutta velocità, urlando, e Ray seduto sul sedile di fianco a contare i soldi vinti. Ed è per questo che Alex non gli diede mai un pugno in faccia. Anzi, in quei momenti avrebbe voluto forse abbracciarlo, ma lui gli uomini non li abbracciava mai.

 Ray glielo aveva presentato un amico quando venne a sapere che stava cercando qualcuno per dividere l’affitto. Gli disse che era un bravo ragazzo e che era pulito. Per lui andava benissimo, e comunque all’inizio si incontravano di rado. Ray aveva i suoi tre lavori e ogni fine settimana andava al casinò. Quella era la sua grande passione. Ci andava sempre da solo: tre ore di macchina, tutta la notte a giocare ai casinò e poi rientrava quando il sole stava per sorgere.

 Alex invece non andava a Las Vegas, lui aveva altro da fare. A quel tempo era già ingegnere e stava seguendo un corso di specializzazione all’università. Era sempre stato il suo sogno diventare ingegnere, fin da bambino. Passo dopo passo ha seguito il percorso che si era prefissato. A ogni ostacolo, a ogni possibile cambio di direzione, esaminava le opzioni e cercava di stabilire la mossa migliore. Questa regola l’aveva imparata quando, da piccolo, aveva iniziato a giocare a scacchi: analizzare la situazione, esaminare le mosse possibili, e per ognuna di esse valutarne le conseguenze. Seguendo questo metodo era diventato molto bravo e quindi gli risultò naturale applicare le stesse regole alla sua vita. Tutto continuava a procedere come previsto e già intravedeva le prossime mosse: un lavoro in una ditta importante, il matrimonio con Caterina, figli e una casa con la piscina.

 Ray a scuola aveva smesso presto di andarci. Suo padre lo avrebbe voluto militare ma gli diceva anche che non aveva il senso della disciplina necessario per essere un buon soldato. Non aveva le palle. E non aveva neanche il fisico. Era grande e grosso ma senza spina dorsale. Così gli diceva suo padre. E quindi Ray lavorava. Aveva iniziato fin da piccolo. Lavori insignificanti che prendeva e lasciava a seconda di come si sentiva. Uno valeva l’altro, bastava guadagnare il necessario per vivere e per andare a Las Vegas.

Il nuovo lavoro era in un negozio di poltrone. Tutte le sere, dopo l’orario di chiusura, passava l’aspirapolvere sui duecento metri quadri dell’esposizione. Le poltrone erano di quelle con lo schienale reclinabile e il poggiapiedi estraibile, di quelle che si trovano nel salotto di ogni casa. Anche i suoi ne avevano una. Dalla strada si vedevano le grandi vetrine illuminate e dentro il ragazzone biondo con l’aspirapolvere in mano.

A volte capitava che Alex andasse a prenderlo. Parcheggiava di fronte al negozio e aspettava che finisse di lavorare. “Sembrava quasi che stessi ballando” gli disse quando Ray lo raggiunse in macchina.
“Non è divertente” rispose senza voltare lo sguardo. “E poi questo lavoro non è così male”.
Fece manovra e si misero in strada. Era buio, le luci delle altre automobili rigavano i loro volti e Ray diceva che era meglio passare l’aspirapolvere sulla moquette che impacchettare panini o svuotare bidoni di olio in officina.
“Ma non ti annoi ?” provò a chiedergli Alex.
“No, tutt’altro” disse lui. “Il più delle volte, non penso a niente, mi preoccupo solo di girare intorno alle poltrone facendo attenzione che non rimanga nessun granello di sporco, e poi il pelo della moquette è lungo e passando l’aspirapolvere avanti e indietro si creano delle righe, chiaro scuro, pelo e contro pelo, capisci, no? È come disegnare. Mi piace. Vado avanti così senza pensare a niente”.

“Sarà…” disse Alex con uno sbadiglio. “Guarda che se vuoi io un lavoro migliore te lo trovo”.

A Las Vegas Ray ci era praticamente nato. Da casa sua, di notte, si poteva vedere il bagliore dei casinò nel cielo. Erano lì, appena dietro il costone di roccia nel deserto. Ci andava di domenica, con suo nonno, facendo tintinnare la manciata di monete che gli aveva regalato. Continuò ad andarci da ragazzino, facendo l’autostop: sigaretta in bocca, mano sulla leva della slot machine a provare a fare il duro. Il suono metallico delle monete, il panno verde dei tavoli, l’odore della moquette intrisa di alcol: da sempre erano parte di lui. Gli piaceva il concetto di fortuna, disponibile a chiunque aveva fegato per provarci. Ma c’era anche l’adrenalina del rischio e la soddisfazione della vincita, che poi voleva significare qualche birra gratis o, se gli andava proprio bene, qualcosa di più. Come quella volta che riuscì a comprarsi un’auto usata, salvo poi doverla rivendere pochi mesi dopo per pagare un debito. Era un continuo flusso in entrata ed in uscita. Lui era solo il tramite. Rimaneva seduto immobile a guardar girare le ruote della slot machine o con gli occhi puntati sulla pallina della roulette. Questo era Ray, immobile davanti alla vita che scorre. Anche quando puntava tutto su un numero o su un colore, lo faceva senza calcoli o comunque seguendo una teoria che lui stesso non riusciva a spiegare. Si immergeva nel turbine vorticoso della vita e poi ritirava il braccio, a volte con una manciata di soldi, altre volte leccandosi le ferite. Per questo cambiava continuamente lavoro. Gli piacevano quelli che poteva prendere e lasciare senza creare problemi, né a lui né a chi il lavoro gliel’aveva dato. Era così anche con le donne: si cacciava sempre in relazioni senza speranza. Troppo giovani, troppo vecchie, troppo sposate.

Non ci volle molto perché Alex si interessasse alle sortite di Ray a Las Vegas. Iniziò a punzecchiarlo. “Ma come giochi ? – gli chiedeva – che tecnica usi? ma vinci qualche volta? e quanto vinci?” E subito dopo, tronfio, gli disse “Se ci metto mano io diventiamo milionari, vedrai!” Nel giro di un paio di settimane si era informato, aveva letto, ci aveva studiato sopra e una sera, mentre Ray preparava una frittata gli disse, Ci sono! La prossima volta a Las Vegas ci vengo anche io.

Il metodo di Alex non era altro che una serie di giocate a salire in modo graduale, alternando puntate sicure ad altre più rischiose. La cosa funzionava. Un rischio controllato che li portava a vincere spesso, seppur somme minime. E anche quando perdevano non rimanevano mai completamente a secco. Alex era entusiasta. Ray invece giocava ma non era convinto. Dov’è l’adrenalina? si chiedeva. Quei secondi di apnea mentre la roulette gira silenziosa, liscia, senza attrito. Giocare in quel modo voleva dire annullare quella sensazione di salto nel vuoto. Sia che il salto significasse passare dall’avere niente all’avere tutto, o comunque tanto, sia l’inverso, ovvero puntare tutto e perderlo in una sola giocata.

 Una mattina, appena tornati dal casinò, squillò il telefono, Ray alzò il ricevitore, disse pronto e rimase in ascolto per pochi istanti. Non disse altro, prese la sua borsa e ripartì in macchina. Sua madre era morta mentre stava dormendo, sulla poltrona reclinabile con il poggia piedi estraibile. E fu allora che Ray cominciò a bere. Non che prima non lo facesse, ma ora beveva in modo più molesto, più che altro per se stesso. A Las Vegas ci voleva andare da solo e riprese a giocare a modo suo. Qualche volta vinceva e qualche volta perdeva. Come al solito. Alex provò a dirgli che con la mente lucida avrebbe giocato meglio e vinto di più, ma pensava anche che in quel momento il modo migliore per essergli vicino era di stargli vicino. E per questo riprese ad andare a giocare con Ray.

Caterina non sopportava il sapore di alcol nella bocca di Alex quando lo baciava. E glielo disse.
“Mi fa schifo, non mi piace che tu beva, non mi piace che tu stia fuori tutta la notte, non mi piace Ray”.
“Amore, ma Ray è un bravo ragazzo” e lo disse con un tono quasi paterno.
“Non mi importa di Ray, è di te che mi importa”.
“Ma, amore non ti preoccupare”.
“Non mi piace che tu viva con lui”.
“Ma, amore…”
“E non chiamarmi amore, detto così… non ha senso, dimostramelo il tuo amore, non dirmelo solo a parole”.
“Mando via Ray. È questo che vuoi?”
“Non so Alex, non so più cosa voglio”.
“E allora vieni a stare con me. Te l’ho già chiesto, sei tu che non hai voluto”.
“No Alex”.
“Perché non vieni a stare con me?”
“No Alex, non chiedermelo più. E butta via quelle sigarette.”

Alex non aveva mai fumato ma quando uno vince al casinò poi vuole comprare tutto, le cose più inutili: orologi, cappellini stupidi con le orecchie, conigli di peluche che la tua ragazza ti scaglierà addosso durante un litigio. E sigarette, perché fanno parte della coreografia del gioco d’azzardo. E una sera tornando da Las Vegas, urlando come un folle, provi ad accenderne una mentre guidi, avvicini la bocca al volante e sposti lo sguardo sulla fiamma dell’accendino. E perdi il controllo. Non fu un vero e proprio schianto, ma la macchina uscì di strada, saltò oltre un valletto e si fermò contro degli arbusti. Quando la nuvola di polvere si posò a terra Alex e Ray si toccarono la fronte, videro il sangue sulle dita e scoppiarono in una risata fragorosa.

La mattina successiva Alex doveva passare a prendere Caterina. Arrivò in ritardo e quando lei vide la ferita sulla sua fronte non volle neanche salire in auto. Non gli chiese neanche cosa si era fatto. Era l’anniversario di matrimonio dei suoi genitori ed erano stati invitati per pranzo. Caterina gli aveva chiesto di essere presentabile. Lei indossava un vestito rosa con una sottile cintura nera e anche Alex era vestito elegante ma il suo volto sembrava come se gli fosse passato sopra un treno. Parlarono per un po’ di tempo ma alla fine lei non salì in macchina e gli disse di non cercarla più. E questo, francamente, Alex non lo aveva previsto.

 Quattro mesi dopo Ray lasciò l’appartamento. Questa volta era morto suo padre. Al funerale non lo vide piangere, ma Alex pensò che fosse sbronzo. Doveva esser stato un pezzo grosso, suo padre. Erano tutti vestiti in uniforme militare e c’era anche una piccola banda che suonava. Fecero un discorso e poi Ray disse che si sarebbe cercato un altro appartamento. Quando andò a portare via le sue cose indossava un vestito elegante e Alex lo vide scendere da una macchina nuova. Gli disse che aveva vinto un po’ di soldi, ma in giro si sapeva che aveva ereditato una bella somma. Abbastanza da potersi ritenere sistemato per tutta la vita.

 Ogni tanto si incontravano ancora e Ray sembrava contento, mostrava ad Alex un orologio nuovo o gli presentava la sua nuova fiamma. Ray gli chiedeva di Caterina ma lui cambiava sempre discorso. Non voleva dirgli che Caterina non c’era più e neanche la casa con piscina. Non aveva più niente da dirgli. Non aveva neanche un consiglio da dare. Poi quando seppe che Ray era in ospedale Alex andò subito a trovarlo. Arrivò trafelato, alcuni minuti oltre l’orario delle visite. Riuscì a corrompere un’infermiera e quando entrò in camera vide Ray disteso sul letto, gli occhi socchiusi. Questa volta ci era veramente quasi rimasto. Parlava adagio, ma parlava e gli disse che gli mancava sua madre. Gli mancava l’odore della moquette pulita. Disse anche che al momento dell’incidente aveva avuto una visione e ora sapeva esattamente su quale colore e su quale numero puntare. Uscendo, l’infermiera era fiduciosa: ci sarebbe voluto un po’ di tempo, ma ce l’avrebbe fatta a rimettersi in piedi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

8 commenti su “L’inserto del lunedì – Moquette

  1. Grazia Bruschi
    22/10/2012

    mi piace, ma non c’è il tasto da cliccare

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    • Paolo Zardi
      22/10/2012

      E’ vero… oggi ho provato questo nuovo tema, sembra proprio che manchi il tasto… comunque l’autore sarà contento di questo tuo commento! 😉

      Mi piace

  2. countryzeb
    23/10/2012

    Sono contento che ti sia piaciuto, Grazia!

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  3. Pingback: Guardami negli occhi « Country Zeb

  4. Marina Salomone
    27/10/2012

    lo trovo bello per il modo in cui esprime la tristezza

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  5. Nina
    29/10/2012

    E’ piaciuto molto anche a me. Pur nel respiro breve del racconto, i personaggi fanno percepire una profondità che cattura.
    Complimenti!

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Questa voce è stata pubblicata il 22/10/2012 da in Inserto del lunedì, Racconti, Scrittura con tag , .

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