L’inserto del lunedì – un racconto a quattro mani

L’autore del racconto di oggi si chiama M. F. Kane, ma in realtà si tratta di uno pseudonimo che nasconde il volto di due scrittori, che mantengono il più stretto anonimato, che hanno deciso di scrivere un romanzo a quattro mani. Non solo: hanno scelto anche di elaborare una sorta di “teoria della scrittura collettiva”, che viene esposta, un post alla volta, in un blog davvero interessante: Scrivere in due. E basta scorrere i titoli per capire di cosa si sta parlando: “Scrivere in due è più divertente”, “Scrivere a quattro mani: dove finisce l’individualità del singolo?”, “Nella testa dell’altro”. L’esperimento, dunque, non si propone solo di produrre un romanzo, ma anche di analizzare e studiare questa particolare modalità di scrittura, e di condividerla con tutti.

Il racconto di oggi è uno dei loro “prodotti”, e ci consente di valutare se la loro scrittura rispetti i paradigmi che M. F. Kane sta codificando.

Paternità

 

 

«Da dove arriva questo?» chiese Michele; lo indicò col dito e si voltò.

Francesca aveva una mano appoggiata allo stipite della porta, Ludovica riposava nella camera da letto. Si passò l’altra mano sul volto, a scacciare il velo di stanchezza; sospirò, si avvicinò e guardò il posacenere di ceramica con la scritta “Saluti da Savona”.

«Non ne ho idea. I miei non ci sono mai andati da quelle parti. Forse dei nostri parenti, però non so chi. Non siamo dei tipi da viaggio».

«Già» disse lui. Le baciò la tempia e si allontanò da lei. «Però quando sarà tutto a posto e la bambina più grande, dovremo fare qualche viaggio».

«D’accordo. Come vuoi tu».

«Tu non lo vuoi?».

Lei si strinse nelle spalle. «A me sta bene quello che decidi tu. Se pensi che sia un bene per la bambina».

Michele sospirò e appoggiò le mani sullo schienale di una sedia. Restò con la testa reclinata sul petto per qualche secondo.

Francesca lo guardò. «Qualcosa che non va? Possiamo cambiare mobili, il colore delle pareti, davvero, a me non importa».

«È tutto a posto, non preoccuparti. Deve piacere a entrambi».

«Voglio che piaccia a te». Francesca lo abbracciò; lui la strinse e restarono così per qualche istante. C’era solo il rumore del traffico sulla strada, le automobili che alla rotonda acceleravano, si lanciavano sul rettilineo verso il centro cittadino. La musica di un pianoforte, il suono di una pendola che batteva l’ora al piano di sopra.

Si staccò da lei, girò attorno al tavolo, osservò la cucina luminosa. Aprì e chiuse qualche cassetto, il frigorifero. Provò l’aspirazione della cappa.

«Buona». Si voltò verso Francesca. «Sei una fantastica padrona di casa».

«Mi prendi in giro».

«No. Sei il sogno di ogni uomo».

«Sono il tuo?».

«Si capisce».

Michele continuò ad ammirare l’ambiente, annuì un paio di volte. «Sì, mi piace questa casa». Passeggiò sino alla porta finestra, l’aprì e uscì sul terrazzo. Poggiò le mani sulla ringhiera; Francesca lo raggiunse e lo cinse con un braccio. Michele si passò una mano sul capo, sorrise per il sole che inondava il parcheggio, e dilagava per la pianura, oltre gli alberi.

«Lo pensi davvero?».

La voce di Francesca era così bassa che lui non la capì. «Come? Di che parli?».

«Hai detto che la casa ti piace. Ci vieni a vivere allora?».

«Siamo una famiglia ormai. E poi ho lo sfratto». Si schiarì la voce, l’abbracciò. «Il tempo di sistemare alcune cose, di fare i bagagli, e poi è fatta».

«Quali cose?».

«Roba burocratica, chiudere i contratti di luce e gas, segnalare il nuovo indirizzo all’anagrafe comunale».

«Quelle sono cose che puoi fare anche dopo». Francesca lo fissò; si era spostata all’indietro  e aveva incrociato le braccia davanti alla maglia blu. Lui le vide pulsare una vena nel collo. Ebbe voglia di baciarla. «Farle da qui o da là, non fa differenza, no? L’importante è farle, non da dove».

Michele reclinò il capo all’indietro, si sfregò il collo. «Immagino che tu abbia ragione. Ora mi aspettano due giorni a Bologna. Al mio rientro, raccolgo un po’ di roba e mi trasferisco. Il resto lo farò con calma».

Lei si alzò in punta di piedi e lo baciò. «Per Ludovica sarà bello avere il papà accanto. Grazie».

«Non ringraziarmi». La baciò sulla punta del naso e le sfiorò il viso con una carezza. Guardò l’ora e si mosse con uno scatto. «Adesso devo andare. Devo vedere dei clienti, raccogliere ordini. La rete dei contatti è in una condizione disastrosa».

Lei gli si mise davanti, come se fosse in attesa di qualcosa. «Sì» disse.

«Che hai?».

«Niente».

Michele la fissò per qualche istante. «Bene».

Le girò attorno e andò nella camera dove dormiva la figlia. Appoggiò le mani sul lettino e restò a osservarla in silenzio, respirando piano.

«Che capolavoro, vero?» sussurrò Francesca. Mise una mano sulla sua spalla e sospirò.

Lui non rispose, perso nell’ammirazione della figlia.

«Assieme sappiamo fare grandi cose». Francesca si era avvicinata e ora gli parlava nell’orecchio. Il fiato caldo, di arancia, gli piacque.

Michele la tirò a sé. «Anche da sola puoi fare grandi cose».

«No». Francesca frenò una risata. «Come potrei? Senza di te mi perdo».

«Non dire così».

«È la verità».

Lui alzò le spalle. «La verità, la verità». Uscì dalla stanza senza aggiungere altro. Sulla soglia di casa si chinò a baciarla.

«Fatti sentire» disse lei.

«Si capisce».

Michele scese le scale quasi di fretta. Si tolse la giacca, rimboccò le maniche della camicia, sedette al posto di guida e sospirò. Mise in moto, cercò una stazione radio che trasmettesse musica, e regolò il volume basso. Accese il telefonino; aveva già un paio di telefonate perse e una era di un collega. Mise l’auricolare e lo richiamò. Uscì dal parcheggio senza prestare attenzione al secondo piano del palazzo e si perse Francesca che lo salutava dalla terrazza.

Michele imboccò il lungo rettilineo che tagliava la pianura tra case, centri commerciali, capannoni. Dopo qualche centinaio di metri, comparvero ville e condomini, parchi e alberi. Nell’aria c’era il profumo di una campagna sempre più vigorosa, che rispondeva puntuale alle sollecitazioni di quell’inizio di giugno magnifico. Faceva già caldo; accese il condizionatore e lo regolò al minimo.

Passò davanti alla sede di Radio Reggio, ebbe quasi voglia di infilarsi nel parcheggio e salire a salutare i vecchi amici. I mesi passati alla Radio erano stati i più belli della sua vita: con i ragazzi c’era grande collaborazione, erano un gruppo molto unito e lui l’aveva vissuto come altri vivono gli anni dell’università. Cene chiassose, notti passate ad ascoltare musica, nessun impegno pressante, nessuno che pretendeva nulla. Ma ora anche quel lavoro se lo era lasciato alle spalle.

Ogni lavoro gli aveva lasciato qualcosa ma quello della radio l’aveva fatto sentire più simile all’idea che aveva di sé. Poi c’era stata la palestra, la concessionaria e ora questa rappresentanza che era arrivata a colmare un vuoto. Gli utensili e i generi di consumo per officine non erano il suo campo, ma lui si era sempre vantato di essere uno che impara in fretta. La sua zona, oltre a Reggio Emilia, comprendeva Bologna; i precedenti rappresentanti avevano trascurato il lavoro e ora era necessario, gli aveva detto il capo area, che qualcuno capace riprendesse in mano la situazione, per riallacciare rapporti di lavori dissoltisi o compromessi. Tutto questo a bordo di un’autovettura fornita dalla ditta, un’Alfa Romeo nera, arrivo provvidenziale dopo la fusione del motore della Golf che aveva da sette anni. Di recente gli avevano comunicato che presto l’avrebbero sostituita con un modello più economico; ma quello che a lui importava era girare. Star lontano da posti chiusi, dove c’erano orari fissi, capi che ti controllavano.

A Michele piaceva vedere gente, ma amava anche lasciare scorrere lo sguardo sul paesaggio regolare dietro i vetri dell’auto, e lasciarsi condurre nel territorio del silenzio. Non gli dispiaceva ritrovarsi con la sua parte più intima, quella che non mostrava a nessuno, anche se la scoperta era che non sapeva ancora cosa stava combinando della sua vita. Aveva trentacinque anni, una relazione con una donna che, una settimana prima, gli aveva dato una bambina, un lavoro, ma non riusciva a riconoscersi in quella persona che andava in giro a parlare di cose di cui non si era mai interessato. Quello non era il lavoro che Michele Stevanin aveva sognato, non era nemmeno la vita per la quale valeva la pena di impegnarsi sul serio. Sotto le apparenze composte e ciarliere che si portava in giro agiva un appetito che nessun cibo riusciva a saziare. I fatti dicevano che tutto marciava nel migliore dei modi; lui invece, se fermava lo sguardo, sentiva l’irrequietezza ballargli nello stomaco. Solo Ludovica riusciva a tranquillizzarlo; la prendeva in braccio e tutto si chetava, per poi ricominciare a ballare quando, come in quel momento, era lontano da lei.

Perché non posso accontentarmi? si chiedeva mentre ammirava la perfezione della figlia. Perché a me non basta quello che per gli altri va bene?

Ci rimuginava anche mentre guidava e così aveva superato uno stop senza fermarsi; un’altra volta a una rotonda non aveva dato la precedenza a un furgone. Aveva pensato con terrore cosa ne sarebbe stato di Francesca e di Ludovica, se gli fosse successo qualcosa. D’un tratto, l’idea di morire aveva avuto un sapore prepotente, era stata una dimensione non più distante, ma aveva fatto capolino nella sua esistenza e vi aveva piantato il seme della paura.

Non poteva parlarne con Francesca, che già faceva un piccolo miracolo a non soccombere al suo disagio. E i colleghi di lavoro erano buoni per qualche bevuta, una cena. Così tornava a riflettere, a pensare, nei ritagli di tempo tra un appuntamento con un cliente e l’altro, mentre il traffico stradale lo inchiodava in vie sempre troppo strette.

Chiuse la telefonata e si concentrò sulla guida per godersi il viaggio. Imboccò l’autostrada deciso a non schiacciare l’acceleratore; negli ultimi mesi aveva preso due multe e perso sei punti nella patente. Ora aveva la responsabilità di una famiglia, non era più da solo. Chiamò un cliente  e fissò un appuntamento. Guardò l’ora: gli restavano oltre quaranta minuti di viaggio prima di raggiungere Bologna. Tolse dall’orecchio l’auricolare  e alzò il volume della radio.

Davanti a sé aveva una luce accecante; orizzonte e cielo parevano scomparsi in una nebbia leggera. Prese gli occhiali da sole e li inforcò. Percorse la corsia di centro e superò una fila di autobotti, bisarche e tir con targhe della Polonia e della Germania. I filari di vite, gli alberi, i capannoni industriali e le case gli scorrevano accanto come una scenografia fissata su un gigantesco nastro trasportatore.

Per un lungo tratto le barriere anti-rumore nascosero il paesaggio circostante. Non era male quella corsa verso la luce, peccato che non inghiottisse nulla ma si limitasse a occupare quanto c’era là davanti. Non si accorse dell’uscita Modena nord, nemmeno di quella successiva. Francesca e Ludovica erano già in un altro mondo.

Ogni tanto vedeva un cavalcavia, il fumo di un falò nei campi. Una vecchia casa abbandonata con finestre e porte del piano terra chiuse con assi di legno, l’intonaco della facciata che si sbriciolava e lasciava vedere le pietre dei muri.

Pensava alle cose che doveva portare nella casa di Francesca; abiti, biancheria, i cd musicali  e qualche libro. Viveva da meno di due anni in centro città, in un appartamento ammobiliato di proprietà di un amico. Gli aveva fatto un prezzo di favore e lui ci stava bene, ma ora l’amico gli aveva chiesto di cercarsi un’altra casa con urgenza: la sorella si era lasciata con il ragazzo con cui conviveva e aveva un bambino di tredici mesi. Perciò Michele aveva accettato di andarsene senza tante storie.

Per qualche settimana aveva tenuto nascosto lo sfratto. Francesca era incinta e lui sapeva che la nascita della bambina avrebbe fissato per molto tempo la sua vita all’interno di una cornice precisa. Non gli interessava indagare se gli andava bene; conosceva già la risposta, e assomigliava a un no sommesso, una specie di scricchiolio che lo faceva muovere nella casa di Francesca con la cautela di un ospite. Sapeva che quella sensazione sarebbe rimasta a lungo e che forse non se ne sarebbe mai andata.

Un colpo di clacson lo fece sobbalzare. La carreggiata dell’autostrada era diventata a quattro corsie. Lui diede un’occhiata allo specchietto retrovisore, inserì le frecce e si spostò sulla seconda. Il contachilometri segnava ottanta; schiacciò l’acceleratore mentre l’auto che lo aveva strappato ai pensieri si allontanava.

Alzò il volume della radio, ma nel giro di pochi minuti divenne solo rumore di fondo; c’erano i pensieri a dominare nella sua testa, la musica sembrava perdere forza. Dall’autostrada, vide la sede della propria ditta. Il cellulare squillò, recuperò l’auricolare, disse “Pronto” e si immerse in una conversazione che lo impegnò fino al casello di Borgo Panigale.

Il resto della mattinata lo trascorse alle prese con il traffico cittadino, per recarsi in due officine e in un magazzino di ricambi auto.

Alla mezza era seduto al tavolo di un bar a mangiare un piatto di trofie al pesto troppo cotte. Vedeva la sua figura riflessa nella vetrina; dietro il traffico cittadino, gente con la testa incassata nelle spalle che camminava di fretta.

Gettò un’occhiata a una ragazza mora che lo fissava dal tavolo davanti a lui. Lei si fece aria con le mani, sbottonò il colletto della camicia bianca, poi un altro bottone e un altro ancora finché non svelò il reggiseno di pizzo. Michele dirottò lo sguardo e tirò fuori l’agenda. Scrisse a lungo – appunti sui clienti e sui prodotti che poteva suggerire -, con il piatto e le posate sul bordo del tavolino che nessuno veniva a ritirare. Alzò gli occhi e chiese, rivolto al banco: «Il secondo? Si può avere, grazie». Qualcuno arrivò e tolse il piatto; dopo qualche minuto arrivò un piatto con due fette di arrosto e patate fritte, fredde all’interno ma con la crosta bollente. Mangiò qualche boccone, trovando tutto orribile, e gli venne quasi da ridere. Rilesse quello che aveva scritto come se fosse qualcosa di importante: cancellò una riga, finse di correggere una parte. Quando lui alzò lo sguardo, la ragazza si passò l’indice sulle labbra rosse.

Non terminò la carne. Abbandonò le posate nel piatto, svuotò il bicchiere d’acqua. Pensò alla cucina di Francesca, che non era delle migliori. Sapeva che stava provando a cambiare. Aveva acquistato per alcune settimane delle dispense sulla cucina mediterranea e si era avventurata in quel territorio vergine che era la cucina vera, non come l’altra a cui era abituata: pietanze surgelate, sughi profumati ma senza gusto, vino colorato di rosso privo di aroma.

All’una era in giro con l’auto per Bologna, senza meta perché c’era almeno un’ora prima che i magazzini aprissero. Trovò un parcheggio lungo una via, scese ed entrò in un bar dove ordinò un altro caffè.

Sfogliò il quotidiano abbandonato sul banco dei gelati che aveva l’adesivo “Sanson” scolorito, infine salutò; invece di recarsi subito verso la macchina restò sulla soglia per qualche istante. Si guardò a destra, a sinistra, si strinse nelle spalle e si incamminò. Aveva ancora qualche minuto prima di riprendere il giro e pensò di passarlo ancora in compagnia dei suoi pensieri. Spense il cellulare.

Michele diceva di essere in grado “a occhi chiusi” di percepire l’ingresso di una bella donna in un ambiente. Era una spacconata forse, eppure quel giorno gli amici ed ex colleghi ebbero la conferma che non lo era affatto.

Era nell’ufficio del direttore, alla concessionaria auto dove aveva lavorato per oltre tre anni prima di licenziarsi per l’impiego attuale. Aveva finito in anticipo gli appuntamenti previsti e voleva proporre i suoi prodotti al capo officina, ma appena entrato aveva incontrato Bruno, che l’aveva chiamato nel suo ufficio per “due chiacchiere”.

«Come va?» aveva esordito l’uomo, dopo i saluti e i complimenti su come stava bene e il tempo che non passava.

Michele si era stretto nelle spalle e aveva iniziato a raccontare. E persino in quel momento non lo abbandonava l’idea di recitare una lezione. Erano parole ovvie, soddisfazioni di serie. Come a scuola, quando ripeteva a memoria ciò che l’insegnante di italiano voleva sentire.

Era quindi entrato un altro ex collega, Paolo, che conosceva da bambino perché era un reggiano come lui, con cui aveva fatto le scuole e giocato a calcio dai Salesiani, e via di nuovo con le strette di mano, le pacche sulle spalle, i “Come va?”. Aveva ricominciato a raccontare, la voce già stanca di ripetere.

«Una figlia! Allora ci devi offrire almeno un caffè!». Paolo era entusiasta; sembrava felice della notizia. Ma il sorriso che calò sul volto di Michele non era quello che ci si aspettava da un neo padre, lui sapeva che Ludovica meritava il massimo e anche Francesca. Sperò che Paolo non lo notasse, in fondo era un affare suo. “Lo zingaro” lo chiamavano alla scuola di ragioneria. Non lo ricordava quasi più, ormai, ma il soprannome gli era sempre piaciuto. A volte i nomi hanno una fermezza che le persone non possiedono.

I minuti passarono veloci, lui dava le spalle all’ingresso, dove le auto dietro le ampie vetrine tirate a lucido, si offrivano ai passanti, cercavano di adescarne la curiosità: “Usato sicuro”. “Km zero”. “Interessi zero. Prima rata tra otto mesi”.

Sentì il bisogno di tacere, di cercare attorno a sé qualcosa che rappresentasse una via di fuga. Forse le parole erano state troppe, tutte uguali, oppure era stato il suono di tacchi che giungeva attraverso la porta socchiusa a catturare la sua attenzione.

Disse: «C’è una donna bellissima che sta attraversando ora il salone». Li guardò, e negli occhi c’era la sfida già vinta.

I due uomini si scambiarono un’occhiata e sorrisero. Lui si voltò e la vide. Camminava verso la macchinetta del caffè all’estremità opposta del salone. Ne godette ogni passo, finché i Suv ne nascosero la figura.

Bruno disse: «È Alessandra. Vende pubblicità ed è single. Mentre tu».

Michele lo guardò e ne interpretò il sorriso. Capì che ci aveva provato con lei e l’occhio gli scivolò sulla mano di lui, dove brillava la fede.

Si girò verso il luogo dove la donna era sparita; si alzò in piedi, si avvicinò alla vetrata dell’ufficio, e si piazzò accanto alla stampante Canon. Appoggiò la punta delle dita al vetro; riusciva di nuovo a vederla.

Lei aveva un seno generoso e belle gambe, capelli biondi lunghi e un modo deciso di andare incontro al mondo. Lui provò un calore al petto. La presenza dei due uomini che lo osservavano  divenne insopportabile.

«Vado a prendere un caffè» disse uscendo.

Camminò verso la donna. Pensò a Ludovica, ma fu un’immagine quasi trasparente, poi un’ombra. La donna era a pochi metri da lui, sempre più vicina, e la sua figura cancellò tutto il resto. Le sorrise, frugò in tasca alla ricerca di monete.

Lei si fece da parte e confezionò un sorriso di circostanza sul volto regolare.

Fu lui a parlare. Disse che sapeva del suo lavoro di raccolta pubblicitaria. Gli occhi le brillarono, sorrise mostrando i denti bianchi, e quando lui spiegò che no, non era lui a decidere come spendere il budget, non lo cancellò.

Le disse che era un ex dipendente della concessionaria. «Qui ho ancora qualche amico. Mi piace passare a salutarli». Si dilungò a spiegare quello che faceva e raccontò della ditta, e che viaggiava per tutta la provincia di Bologna.

Alessandra gli porse un biglietto da visita. «Se serve della pubblicità che funzioni, io ho quello che fa per te».

Michele dimenticò il caffè dentro la macchinetta; ringraziò, prese il biglietto e ripeté il nome di lei: «Alessandra». La fissò. «Un nome che di solito appartiene a persone determinate». La guardò per qualche istante, mentre sentiva che il fiato gli stava mancando. Aveva ancora quel calore addosso. Deglutì prima di parlare. «Resto in città per qualche giorno. Almeno sino a giovedì. Devo vedere alcuni clienti». Sfregò le dita sul biglietto, alzò gli occhi e li posò nei suoi, neri, senza paura.

Lei disse: «Una buona notizia, forse».

Michele infilò il biglietto nella tasca della giacca, si accorse del bicchiere di caffè nella macchinetta e lo recuperò. «Lo credo anch’io. Forse».

Le telefonò quella sera stessa, verso le sette. La invitò a cena e lei all’inizio sembrò decisa a rifiutare. Era rientrata da pochi minuti dopo essere stata al supermercato, e non voleva rischiare di sprecare ciò che aveva appena comprato.

«Sprecare cosa?» chiese Michele, e soffocò una risata. Anche lei rise e accettò.

Cenarono in un ristorante dalle volte in mattoni a vista, in una saletta in disparte. Non c’era molta gente: solo una coppia di anziani che non scambiarono una sola parola per tutta la durata della cena e due donne più impegnate a parlare sottovoce che a mangiare. Vicino alle vetrate che davano sulla via, un uomo solo, che scriveva ogni tanto qualcosa su un’agenda dalla copertina nera; Michele pensò fosse un rappresentante.

Il menu era particolare: la serata era a tema, dedicata alla Liguria. Nessuno dei due era mai stato da quelle parti. Presero buridda di pesce preceduta da un antipasto di torta pasqualina. Il secondo fu agnello in fricassea e carciofi, accompagnato da una bottiglia di Rossese che bevvero lentamente.

Parlò soprattutto lei. Del lavoro per un quotidiano online di cui curava la raccolta pubblicitaria da alcuni anni. Di quella città dove lei era nata e che amava. Di altri ristoranti dove aveva pranzato e cenato, senza accennare se da sola e in compagnia. Lui decise che non aveva titolo per investigare.

Alessandra raccontò anche della nebbia che la spaventava da bambina: le cose svanivano al suo interno e lei temeva di non vederle mai più. Avevano quasi finito di mangiare quando s’interruppe, lo guardò e chiese: «Come mai un uomo che ascolta?».

Michele si strinse nelle spalle. «È così raro?».

«Rarissimo».

Fecero un brindisi: “Agli affari”, e lui si sentì ridicolo perché aveva altro da dire. Voleva appoggiare le labbra su quelle labbra rosse, sentire il suo respiro. Assaporare la grana della sua pelle.

«Dimmi qualcosa di te. Degli amici che hai alla concessionaria. Di quelli che hai nella città dove vivi».

«Paolo è un amico di quando ero bambino. Allora abitava a Reggio e abbiamo fatto tutte le scuole insieme. Quando ci siamo ritrovati per caso alla concessionaria è stata una festa. È uno degli amici più cari che ho anche se non abitiamo vicini e non ci vediamo spesso. A Reggio ho tutti gli altri, amici con cui esco qualche volta ma nessuno è come Paolo».

Lei annuì. «È bello avere un amico così». Sospirò e lui si chiese se nella sua vita mancasse qualcuno.

«Andiamo? Possiamo camminare un po’» propose lui dopo qualche minuto di silenzio.

Lei insistette per conti separati, e Michele ne approfittò per dire: «Deve essere bello». Tacque, abbassò il capo, piegò il tovagliolo e lo mise sul tavolo.

Lei svuotò il bicchiere dell’ultimo sorso di vino, allungò il collo. «Come?».

«Deve essere bello avere accanto una donna che non vuole favori».

«Lo credi davvero o lo dici tanto per dire?».

La cameriera arrivò con il conto e lui non riuscì a replicare nulla.

L’accompagnò a casa attorno alle undici, perché il giorno seguente sarebbe stato in giro per i paesi vicini, per visitare vecchi clienti; i tempi non permettevano di ignorare nemmeno le briciole.

Lei disse: «È proprio vero». Appoggiò la nuca al poggiatesta e chiuse gli occhi. Lui le sorrise per un attimo e tornò a concentrarsi alla guida.

Michele si sentiva bene anche se non parlarono più per tutto il viaggio. Si schiarì la voce e disse: «Con certe persone il silenzio diventa leggero».

Alessandra aprì gli occhi e lo guardò; lui capì che la frase l’aveva colpita, forse aveva scavato qualcosa dentro di lei. L’accompagnò sino al portone di casa, le chiese a che piano abitasse. Alessandra rispose ‘al terzo’, e lui alzò il capo, guardò in alto e, mentre osservava il nero della notte, le stelle, ripeté: «Il terzo».

Si avvicinò a lei ed esitò qualche secondo: l’odore della sua pelle lo stordiva. Alessandra si fece immobile e attese, con gli occhi socchiusi. Michele sentì un’onda di felicità scaldargli il petto. La baciò su una guancia e stette ancora un po’ per imprimere sulle labbra il ricordo della sua pelle.

Quando si distaccò sentì una gioia che non provava da tanto quando salutava Francesca. Ma non si sentì in colpa.

La sera dopo, a sorpresa, lui le aveva telefonato: «So che è presto ma vorrei rivederti».

«Facciamo da me?» aveva risposto lei. «Faccio un piatto di pasta. Niente di speciale. Ti va?».

«Adoro la pasta». Michele aveva risposto con entusiasmo; per tutto il giorno aveva pensato ad Alessandra, al suo camminare spedito, alle sue mani che si muovevano mentre lei parlava, e a quei capelli che gli creavano visioni di letti e di notti impastate di passione. Aveva lavorato con questi pensieri e aveva anche convinto un paio di clienti a fare un ordine più corposo del solito. Era su di giri, era sicuro che conoscere Alessandra gli avesse fatto bene.

Arrivò alle venti, come lei gli aveva chiesto, con la regolamentare bottiglia di Prosecco e una rosa rossa, acquistata d’impulso dal fiorista davanti al parcheggio dell’ultimo cliente che aveva visitato a San Lazzaro.

Lei era tutta un sorriso, in un abito blu con le maniche corte. Le ginocchia erano scoperte, magre ma non spigolose, e lui le notò con piacere.

«Siediti mentre si cuoce» disse Alessandra. «Anzi, apri il vino per favore». Gli passò il cavatappi e portò due calici. Lui versò per entrambi e la invitò al brindisi.

Ciò che accadde dopo, la pasta, il gelato mangiato insieme sul divano dalla stessa coppa e forse anche dallo stesso cucchiaino, i cioccolatini divisi a morsi, la musica, la morbidezza del divano, la luce che entrava dalla finestra e la notte che avanzava, furono una miscela di cui Michele non ricordava i dettagli ma gli odori, i sapori, le sensazioni che gli entrarono nel cuore e gli fecero allargare i polmoni.

L’amore fu come camminare in salita sul costone di una montagna, fino ad arrivare in una cima da cui si poteva ammirare un panorama di una bellezza tale da troncare il fiato. Michele si lasciò andare sul divano spingendo a terra i cuscini di velluto. Era sudato ma non provava fastidio. Chiuse gli occhi e vide il volto di Alessandra come l’aveva visto pochi minuti prima, con i capelli di lei che gli solleticavano il naso. La luce del lampione la illuminava a metà e scivolava sul seno fino ad accarezzarle il fianco. Lui l’aveva stretta e, con le mani sulla schiena, l’aveva premuta verso il suo torace. Lei gemeva piano e lui aveva perso la testa.

«Sei bella» le disse aprendo gli occhi e sfiorandole il viso.

«Anche tu» rispose lei accarezzandogli il braccio.

Restarono fermi per qualche minuto. Alessandra si alzò e andò in bagno, lui si sollevò e si mise i pantaloni, si sedette sul divano e sospirò. Ho fatto una cazzata, si disse. Ma volevo farla, si consolò subito dopo. A casa c’era Francesca, ma era a novanta chilometri di distanza e la sua visione era sfuocata. Alessandra invece era perfettamente a fuoco e uscì in quel momento dal bagno. Il suo corpo, controluce con la finestra che spioveva sulle rotondità morbide, era una strada luminosa che sembrava salire in cielo; lui desiderava percorrere tutti i gradini per scoprire dove conduceva. Si alzò, si abbracciarono in piedi nell’ingresso.

«Ho sete» disse lei. «Poi ce ne andiamo a dormire. Resti qui?».

Lui disse sì all’acqua e al letto; all’Holiday Inn vicino alla Fiera non avrebbero sentito la sua mancanza.

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12 thoughts on “L’inserto del lunedì – un racconto a quattro mani

  1. Ho un vago sospetto su chi stia dietro a queste 4 mani.
    Il racconto comunque non è male, ma sarei curioso di sapere se è veramente un racconto o una parte del romanzo che (da quanto dice il fantomatico M.F.Kane sul suo stesso blog) la coppia sta scrivendo (o ha già scritto, almeno in una prima versione).
    E’ questo finale decisamente tronco (che pare quasi un’accettata) a lasciarmelo supporre….

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    1. Domanda che giro a M. F. Kane…. Quanto ai sospetti, pure io ne ho qualcuno, ma mi sembra corretto rispettare la loro scelta.. 😉
      E comunque sì, confermo, questo è un pezzo di un romanzo, non un racconto. E’ la prima uscita ufficiale di M. F. Kane!

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    2. Generare sospetti è il nostro mestiere. Vedremo se saranno confermati. Grazie a Carlo della lettura e a Paolo per lo spazio.
      Il brano fa parte di un romanzo che si sta avviando alla conclusione. Ci è piaciuto postarlo qui perché, così estrapolato dal resto, sembra un racconto a sé.
      Comunque, poi ci direte da cosa avete dedotto questi vostri sospetti.

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    1. Grazie. Se nasce irritazione significa che la scrittura ha colpito. Questo brano, che non è l’incipit del romanzo, ma lo sembra, ora che lo rileggiamo da solo, è basilare per comprendere alcune cose dei personaggi. Il tradimento è un accessorio, ma fondamentale.

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