Grafemi

Segni, parole, significato.

Cosa sarebbe rimasto?

A volte è necessario riaprire gli occhi, come se ci si avvicinasse al blog per la prima volta; guardarle, tutte queste parole che i blogger riversano ogni giorno in rete, con lo stupore di uno scienziato che punta il suo cannocchiale verso una galassia sconosciuta, o il suo microscopio sulla superficie di un mondo piccolissimo e mai visto prima.

 Dopo averlo fatto, dopo aver cercato di recuperare quello spirito ingenuo – aggiungerei “nel senso buono del termine”, se ne esistesse uno cattivo – scopro che ciascuno di noi sta portando avanti il proprio personalissimo progetto artistico.

I blog non sono esternazioni estemporanee e casuali, non sono appunti gettati nell’etere indistinto, no: rispondono a criteri estetici coerenti, complessi, individuali. Ognuno di noi cura il proprio blog come se fosse un quadro al quale si aggiunge ogni giorno un nuovo particolare, un giardino zen che evolve nel tempo, un libro che va più a fondo, capitolo dopo capitolo – ed è un’opera che cresce con noi, perché quando ci fermiamo a riguardare cosa abbiamo lasciato in questo spazio, quali parole, quali sentimenti, quali idee, scopriamo, di noi, cose che neppure immaginavamo – che avevamo una sensibilità che non sapevamo, un coraggio che non credevamo, una paura che nascondevamo, una voglia di bellezza che abbiamo tenuto dentro di noi per anni, perché non esisteva niente, nessun luogo, nessun mondo, dove questa voglia potesse trovare il suo spazio, il suo tempo, la sua ragione.

Il blog – perché aver paura di dirlo? – ha salvato molti di noi: c’era qualcosa, dentro, che sarebbe morto, un giorno alla volta, senza che potessimo fare niente per impedirlo – non c’eravamo già rassegnati? buttati via i quaderni di poesie e di racconti abbozzati, i diari, i taccuini da viaggio? Dove sarebbe finito, tutto questo sentire, sperare, credere, vedere, immaginare, se non avessimo avuto il blog? In quale armadio del tempo, in quale sgabuzzino polveroso, in quale discarica delle cose che non si usano più? Dove saremmo finiti noi – cosa sarebbe rimasto, di noi, senza tutte queste parole?

Non importa cosa si scrive, davvero. Importa solo che ci sia qualcuno, da qualche parte, che ha ancora voglia di perdere un’ora del suo tempo per sfamare un’insaziabile voglia di scrivere.

(pubblicato il 30 aprile 2008 su un mio vecchio blog, mi rappresenta bene anche adesso, quattro anni dopo)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

14 commenti su “Cosa sarebbe rimasto?

  1. dhr
    31/10/2012

    condivido 🙂

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  2. bcartdevivre
    31/10/2012

    Condivido e sottoscrivo… Mi sono permessa di condividere questo tuo pezzo sulla nostra pagina FB talmente ci rappresenta. Grazie, B.

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      05/11/2012

      Grazie per la condivisione – molto apprezzata! 😉
      un abbraccio e grazie a te,
      Paolo

      Mi piace

  3. stravagaria
    31/10/2012

    Io non ho ancora festeggiato un anno di blog ma condivido ciò che scrivi anche se nel mio caso è declinato in senso manuale. Salva i pensieri perduti nei cassetti, i progetti e se non salva la vita, salva una certa qualità della vita proprio per la sua immaterialità. Mi ha aiutato in un momento difficile e mi ha messo in contatto con realtà nuove. V.

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    • Paolo Zardi
      05/11/2012

      La cosa bella del blog è che serve a mille cose diverse – e che può contenere qualsiasi cosa: il fatto che si usi un nome che prima non esisteva lascia la possibilità di farne l’uso che si ritiene più proficuo… Bello sapere che nel tuo caso ha salvato una certa qualità della vita – è successo così anche a me!
      Un caro saluto,
      Paolo

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  4. Stefania
    31/10/2012

    eh, sì, ciò che è scritto resta…quanta saggezza in queste parole…

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      05/11/2012

      Non solo: ciò che scritto esiste….
      Un abbraccio, cara Stefania, e grazie per essere passata!

      Mi piace

  5. Marina Salomone
    01/11/2012

    concordo in pieno! Io ho sempre avuto molte idee in campo sanitario (il mio lavoro) e sempre molto critiche verso un certo ensablishment e non per questo ingenue e credulone su tutte le novità che si autoreferenziano come “naturali”… tuttavia prima che ci fosse anche solo l’uso del pc quando e a quanti avrei potuto comunicarle e al tempo stesso quando e quanto avrei avuto modo di mettere in ordine il mio filo conduttore di pensiero? Certo, dicevo, ” lo faccio per puro egoismo ma ciò non toglie che possa rivelarsi (come poi è stato) utile anche per i lettori”. CRedo che il tuo discorso valga per tutti grandi e piccoli blogger perchè se non si abbandona dopo i primi 2-3 post, vuol dire che il “daimon” c’è sempre! Nel tuo caso credo si possa riferire a molti perchè trovo che i tuoi post abbiano un livello alto come “nutrimento culturale” 😉

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    • Paolo Zardi
      05/11/2012

      E’ bello leggere il tuo entusiasmo per questa tua avventura di blogger! Ed è proprio come dici tu: se non si abbandona dopo i primi due o tre post, vuol dire che sotto c’è qualcosa che arde!

      Mi piace

  6. lucadic67
    01/11/2012

    Bravo.Il blog e’ il taccuino personale tecnologicamente avanzato.Sentimenti,dolori,speranze e concetti personali su varie tematiche.E’ vero,il blog ti salva,eccome.Ciao.

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  7. Nina
    05/11/2012

    Mi piace la tua riflessione, che un po’ risponde anche a tante domande che mi faccio sul significato, l’opportunità, il valore di gestire un blog.
    Avere qualche lettore per le cose che scrivo è gratificante, però ogni volta è per me un tormento decidermi a pubblicare qualsiasi cosa. E leggo e rileggo i miei testi prima di considerare degno di condivisione ciò che scrivo.
    L’altra cosa bella è leggere gli altri e trovare assonanze, affinità ma anche motivi di discussione e confronto.
    In campo letterario, che è quello che mi interessa di più, ho trovato una miniera: tanti autori interessanti, alcuni strepitosi. Logico che l’aspirazione massima è il libro di carta con tanto di copertina, editore e riconoscimenti ufficiali, Ma quanta ricchezza c’è in giro per i blog!

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    • Paolo Zardi
      05/11/2012

      E’ vero: i blog sono pieni di una ricchezza che spesso non trova spazio nell’editoria cartacea. che spesso non ha tempo, voglia o coraggio per seguire tutto ciò che vale la pena di essere letto…
      Conosco il tormento di non considerare degni i propri testi da pubblicare: la soluzione, però, è semplicemente non curarsi di questo. Si fa quello che si riesce a fare, con il poco tempo a disposizione, e sperando nella clemenza dei lettori… il blog, poi, viene scritto in velocità – spesso conta più cogliere l’attimo preciso, che raggiungere la cura stilistica (che magari si dedica ad altre cose scritte…)
      Sarei comunque curioso di leggere qualcosa di tuo – i tuoi commenti sono sempre molto curati – quasi bulinati, direi! – e sono convinto che hai davvero qualcosa da dire… a quando il grande salto? 😉
      grazie per essere passata, cara Nina!

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  8. Nina
    05/11/2012

    ecco l’indirizzo del mio blog;
    http://paroleintrecciate.blogspot.it
    sarai il benvenuto!

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    • Paolo Zardi
      13/11/2012

      Sono passato a trovarti, ma non mi prende i commenti che lascio… 😦 ne avevo scritto uno parecchio lungo sulla signora Coppolino, ma non lo vedo!

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Questa voce è stata pubblicata il 31/10/2012 da in Blog, Scrittura con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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