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Segni, parole, significato.

Il teatro (shakesperiano) di Sabbath – le influenze di Philip Roth

Harold Bloom, uno dei più influenti critici letterari americani (e anche tra i più contestati, non solo per le sue idee controverse, ma anche per certe scelte professionali), ha posto, al centro della propria analisi, il concetto di influenza: a suo parere, tutta la letteratura “importante” (cioè non quella rivolta al mero intrattenimento) è il risultato del poderoso sforzo di geni (plurale di genio) che cercano di formulare la propria risposta ai geni che lo hanno preceduto. Ogni libro, dunque, non solo contiene  infiniti riferimenti ad altri libri, ma mostra anche i conflitti, più o meno sotterranei, che l’autore ha dovuto combattere, talvolta vincendo, talvolta soccombendo, contro il mostruoso peso della letteratura nella quale ogni scrittore è immerso.

Leggendo i romanzi di Philip Roth, che in my honest opinion è il più importante scrittore contemporaneo, e la cui influenza nella storia della letteratura mondiale supera di gran lunga quella di Mo Yan, Tomas Transtromer, Mario Varga Losa, Herta Mueller, Jean-Marie Gustave Le Clezio, Doris Lessing, Orhan Panuk, Harold Pinker, Elfride Jelinek e John Maxwell Coetze (cioè gli ultimi dieci vincitori del Premio Nobel per la Letteratura: quand’è che il mondo inizierà a indignarsi?), immergendosi nei suoi trenta romanzi, si trovano numerosissime conferme di questa teoria. Con chi ha deciso di confrontarsi, Philip Roth? Con quali geni il suo genio combatte? Il primo, il più banalmente evidente, è Saul Bellow, autore ebreo americano, che ha saputo elaborare il linguaggio dei bassifondi di Chicago, le chiacchiere delle persone qualunque, il gergo della televisione, fino a renderlo sublime; ma sebbene i temi trattati siano vicini, contigui, Roth porta alle estreme conseguenze quanto aveva già iniziato Bellow. Se confrontiamo Herzogche è considerato il capolavoro di Bellow, con Lamento di Portnoy. che è il romanzo con il quale un Roth poco più che trentenne ha raggiunto il successo, sembra di vedere, in mezzo, uno o due secoli – e invece sono passati cinque anni.

Ma in Roth c’è anche molto Flaubert: lo troviamo in La mia vita di uomo, del 1974, dove il primo alter ego dell’autore, il personaggio principale nonché  Peter Tarnopol (che nel libro è autore, a sua volta, di due racconti il cui personaggio principale è. udite udite, uno scrittore di nome Nathan Zuckerman: che dunque è un alter ego elevato al quadrato) continua a guardare all’inventore del romanzo occidentale per trovare ispirazione; e lo ritroviamo, ventitré anni dopo, molto più nascosto, in quello che è considerato il capolavoro di Roth, cioè Pastorale Americana, quando lo Svedese, soprannome di Seymour Levov, porta Rita, la terribile, la rivoluzionaria amica di sua figlia Merry, a visitare la sua fabbrica di guanti: la scena, la sua costruzione (ma non gli esiti: qui l’allievo supera il maestro), sono un meraviglioso omaggio a un episodio de L’educazione sentimentale di Flaubert, quando Marie, la moglie dell’editore e affarista Jacques Arnoux, porta Frédéric Moreau, suo eterno spasimante, in giro per la fabbrica di porcellane del marito. Le analogie, le simmetrie, e le differenze, sono fittissime, e tutte illuminanti, ed è evidente come Roth abbia avuto presente, durante tutto il processo di scrittura di questa scena, l’originale flaubertiano.

Un altro autore che Roth continua a sfidare, con successi alterni, è Kafka. Il romanzo The breastpubblicato da Bompiani, in italiano,  nel 1973 con il titolo La mammella, e riprodotto (con scarso successo) da Einaudi nel 2005, questa volta con il titolo Il seno, è la storia di un uomo, David Kepesh (che tornerà anche ne Il professore di desiderio e ne L’animale morente), che una mattina si sveglia trasformato non in scarafaggio, come il kafkiano Gregor Samsa, ma in una tetta. In questo caso la citazione è fin troppo smaccata, e suona quasi come una parodia – un genere con il quale Roth si è dilettato per gran parte degli anni settanta. Ma L’orgia di Praga (1985), un libro sottovalutato, forse perché considerato come una sorta di appendice alla cosiddetta prima trilogia di Zuckerman (che comprende Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato Lezione di anatomia), rivela chiaramente come Roth consideri Kafka il suo più illustre predecessore. (Kafka è un punto di riferimento per molti autori non propriamente kafkiani: Jonathan Franzen afferma che Kafka gli ha cambiato la vita, mentre Flannery O’Connor (amata sia da Franzen che da Roth) sosteneva che, anche a tutti i suoi racconti mancava sempre qualcosa di fondamentale, la loro lettura la spingeva a provare qualcosa di nuovo, a osare di più).

Ci sono poi altri autori che si intravedono, in modo più o meno evidente, nelle opere di Roth: c’è Nabokov, con il quale condivide un umorismo geniale e disincantato; c’è Cechov, i cui sentimenti emergono in controluce in quasi tutte le sue opere; c’è Conrad, la sua potenza, la sua asciuttezza – un autore che Zuckerman, ne Il fantasma esce di scena, capitolo conclusivo della vita del personaggio più importante di Roth, continua a leggere e citare. E Shakespeare? Bloom sostiene che la letteratura occidentale contemporanea è stata inventata dal bardo inglese – una posizione che ripresenta in tutti i suoi libri, fino alla nausea. Questo discorso vale anche per Philip Roth? Il libro Il teatro di Sabbath, uscito nel 1995, dopo Operazione Shylock: una confessione (ecco un libro decisamente kafkiano di Roth) e prima di Pastorale Americana, fornisce una risposta inequivocabile: sì, Philip Roth ha guardato verso Shakespeare, si è messo in competizione con lui, ha combattuto, e convissuto, con l’influenza del più grande genio di tutti i tempi.

Il teatro di Sabbath rappresenta, per certi versi, un’anomalia nell’opera di Roth: da un punto di vista superficiale, si può notare che il personaggio principale, Mickey Sabbath, non compare in nessun altro libro (cosa che succede a pochissimi personaggi rothiani: a quelli dei suoi primissimi romanzi, e a quelli delle sue ultime opere brevi); è ebreo ma, come ammette il personaggio stesso all’interno del romanzo, “solo per una certa moderazione nel bere, e per il cazzo circonciso”; e la scabrosa voce narrante sposa il punto di vista di Sabbath così profondamente che in molti punti la terza persona diventa una prima, senza che questo passaggio presenti alcuna soluzione di continuità. Ma a un livello più profondo, ciò che più si nota, in questo libro, è la presenza imponente dei due più grandi personaggi che Shakespeare abbia prodotto: Amleto, il tormentato re di Danimarca, principe del soliloquio, e Falstaff, il cavaliere grasso e smargiasso che attraversa, con la sua figura, sia nelle due parti che compongono Enrico IV sia ne Le allegri comari di Windsor. L’ambizione di Roth è dunque sconfinata: fondere la forza ironica, sarcastica, dionisiaca, distruttiva, esilarante di Falstaff, con la profondità cognitiva dell’introspezione che Amleto applica a se stesso, al mondo e alla morte. Ogni pagina de Il teatro di Sabbath affonda la lama acuminata del sarcasmo nell’abisso tumultuoso delle spinte primordiali dell’uomo – il sesso, che in nessun altro libro di Roth raggiunge simili livelli di oscenità, e la morte, che mai risulta così implacabile e terribilmente presente.

La trama è semplice e riprende, nella sua struttura, i punti salienti di Lezione di anatomia: un uomo di sessantaquattro anni, ex burattinaio, malato, che ha passato la vita a distruggere, con le parole o con in fatti, tutto ciò che gli si è parato davanti – due mogli, la propria carriera, se stesso – e che ha dedicato tutti i propri sforzi a portarsi a letto quante più donne possibile, percorre, nel giro di tre giorni, un cammino verso la propria morte, la propria autodistruzione, l’ultimo atto creativo e vitale che gli resta da compiere. Sabbath è un uomo finito, che ha smarrito se stesso ma non la capacità di mordere ancora: aggredisce tutto ciò che di sacro c’è al mondo, per cercare di comprendere, con questo sforzo inumano, il senso della vita: e il risultato è che la vita non ha senso. Nonostante i difetti di questo libro (tutti i libri di Roth sono pieni di difetti: il solipsismo, l’autocompiacimento, una presenza inverosimile di persone intelligenti, i dialoghi impossibili, la sensazione che in fondo si tratti sempre della stessa storia, di variazioni su un unico tema), pagina dopo pagina Roth sonda l’animo umano con una profondità cognitiva che nessun altro libro – di Roth o di qualsiasi altro autore – ha mai avuto.

Con una lingua che non è mai sembrata così vicina all’essenza del suo autore, Roth  porta avanti, implacabilmente, il terribile soliloquio di Sabbath, che continua a domandarsi, senza mai trovare pace, se sia meglio essere, o non essere. Shakespeare risuona in ogni pagina – adorato, sbeffeggiato, imitato e parodiato. Come  Amleto, Sabbath si affaccia alle soglie del proprio essere, e osa guardare giù, nel buio della propria anima; come Falstaff, e a differenza di Amleto, Sabbath conosce la poderosa spinta della vita, la sua forza misteriosa, la potenza devastante del sesso, e i suoi richiami che finiscono per distruggere ogni cosa. Sabbath, dunque, estende Amleto verso la carne, e Falstaff verso la coscienza, ma, a differenza di quanto accade in Shakespeare, qui siamo al crepuscolo dell’uomo: con Amleto, il drammaturgo inglese inventa l’uomo moderno (assomigliamo molto di più noi ad Amleto di quanto Amleto assomigli ai suoi contemporanei), con il suo umanesimo, con la convinzione ambiziosa, e arrogante, che l’uomo possa fare da sè; Sabbath è l’epilogo, tragico e terribile, di questa folle cavalcata solitaria dell’uomo senza Dio. Falstaff muore per il dispiacere di essere stato ripudiato dal re; Sabbath corre verso la morte per il dolore di essere stato ripudiato da se stesso. Il sonno della ragione genera mostri, sembra dire Sabbath, ma la ragione da sola non è sufficiente per dare un senso alla propria vita. Ma come i suoi predecessori, Sabbath è un gigante – un gigante di oscenità, disperazione, e umanità. Tragica, comica, farsesca e grottesca allo stesso tempo, la sua storia ha confini così vasti in ogni direzione da risultare inafferrabile, e irriducibile a qualsiasi semplificazione. Pastorale Americana parla della fine dell’America, della famiglia e della borghesia; Il teatro di Sabbath mette in scena la fine dell’uomo moderno, nella sua interezza.

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Foto di copertina: un’opera in vetro dell’artista Mauro Bonaventura

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

8 commenti su “Il teatro (shakesperiano) di Sabbath – le influenze di Philip Roth

  1. carloesse
    01/11/2012

    Bel post, molto interessante e molto d’accordo su quanto tu scrivi, anche se di Roth non ho letto molto (ma tra questi Portnoy, Pastorale, e poco altro). Sicuramente metterò in lista delle cose da leggere questo Sabbath, dietro la tua spinta.
    Flaubert, Kafka e (almeno per la letteratura nordamericana) Bellow sono anche per me i punti imprescindibili della storia del romanzo, della letteratura moderna e contemporanea (più di Proust, più dei russi, più di chiunque altro) e credo non solo Roth si sia confrontato con questi punti fermi essenziali. Ma ritrovare i precisi riferimenti da te suggeriti è un vero piacere. Quanto al Bardo non si discute, e credo che Bloom non abbia torto.

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  2. Marina Salomone
    01/11/2012

    molto interessante! uno scrittore di cui conosco solo il nome ….ora mi è venuta la curiosità di leggerlo ma devo avere lo stato d’animo adatto perciò mi limito a prendere nota! ciao, buona settimana!

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  3. dhr
    03/11/2012

    >(cioè gli ultimi dieci vincitori del Premio Nobel per la Letteratura: quand’è che il mondo inizierà a indignarsi?)

    fosse solo per quello … e dei Nobel per la pace, ne vojjamo parlà? 😀

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    • Paolo Zardi
      05/11/2012

      Per il Nobel sulla Pace, bisognerebbe adottare il criterio che, banalmente, si usa per le vie: solo ai morti. Penso a Kissinger, ad Arafat… Ma nel caso della letteratura, ci sono fenomeni evidenti già ora: perché ignorarli? Roth ha indirizzato la letteratura di mezzo mondo – perché si continuano a premiare autori che spesso hanno meriti più politici che artistici? Nabokov, Borges furono bellamente ignorati, mentre è stato premiato Dario Fo – un comico che stimo, ma la cui rilevanza nella letteratura mondiale è prossima allo zero!

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      • dhr
        05/11/2012

        >perché si continuano a premiare autori che spesso hanno meriti più politici che artistici?

        perché la cultura è in mano a una “certa sinistra” 😛

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        • Paolo Zardi
          05/11/2012

          La storia che la cultura è in mano a una certa sinistra la sento ripetere da anni, e mi sono sempre chiesto due cose: se esiste un motivo per cui la cultura è in mano alla sinistra, e, soprattutto, se è vero che la cultura è in mano alla sinistra.
          Nel caso italiano, i quattro principali gruppi editoriali sono: Mondadori (che sta pubblicando un libro per ogni politico del PDL), RCS (espressione dei poteri economici milanesi), Feltrinelli, e il gruppo editoriale Mauri Spagnol, che nasce dal Gruppo Messaggerie. Sebbene la Feltrinelli nasca con una forte impronta politica (anche se il suo primo grande successo è “Dottor Zivago”, un libro piuttosto critico nei confronti dell’Unione Sovietica), sfido chiunque a trovare tracce di una qualsiasi militanza politica che si esprima attraverso una linea editoriale… Banana Yoshimoto? Erri De Luca? Federico Moccia?
          Il mio parere è che la cultura, quella vera, non abbia “segno” – penso a Flaubert e il suo “Educazione sentimentale”, e ancora di più al suo “Dizionario delle idee comuni”; a Nabokov e le sue considerazioni sul comunismo e sul nazismo, a Borges, a Roth… e anche a Pasolini, critico verso qualsiasi forma di stupidità.
          Da uomo di sinistra quale sono, considero comunque abominevoli i criteri adottati dall’Accademia di Svezia nell’assegnare i premi Nobel per la letteratura, che nulla hanno a che fare con il valore artistico, o il genio…

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  4. elinepal
    04/12/2012

    molto, molto interessante. Segnato.

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