Grafemi

Segni, parole, significato.

A Pompei

Provo a proporre un altro pezzo del romanzo “La gentilezza del carnefice”, che ho scritto tra il 2008 e il 2009 e che non è mai stato pubblicato. Nel primo estratto, che avevo postato qui, Lorenzo Bettini, anonimo dipendente della SIB, ha dovuto partecipare a una riunione estenuante. Poco dopo, però, la sua vita viene trasformata da un evento violento nel quale viene suo malgrado coinvolto; da qui, però, si inizia a intravedere una possibilità di redenzione – dal lavoro, che lo umilia ogni giorno, e da una famiglia che non sente sua.

L’occasione del riscatto è una prostituta romena, Bernardett, che lui libera uccidendo, involontariamente, il suo protettore. Convinto di essere, per la ragazza, una specie di padre, parte con lei per una lunga fuga in giro per l’Italia; lentamente, però, emerge un amore, e un desiderio, che lui non riesce più a nascondere: i due (lui over quaranta anni, over 100 kg, lei minuta ventenne) diventano amanti. La relazione è a senso unico: lui la ama, lei no.

Il pezzo qui sotto è la parte conclusiva del secondo capitolo (in tutto sono tre: “Amor borghese”, dove si racconta la vita di Bettini prigioniero del suo lavoro e della sua famiglia, “Amor cortese”, che descrive il corteggiamento di Bettini, e “Amor carnale”, del quale magari parlerò in un altro post), e riprende alcune idee di un mio vecchio post che non trovo più.

A Pompei

Arrivammo a Pompei mercoledì 29 aprile. Durante il tragitto cercai di spiegarle cosa era successo da quelle parti, nel 79 d.C., e mi sembrò di capire che a scuola, quando era più piccola, qualcuno le avesse già raccontato la storia dell’eruzione, della città sepolta sotto metri di lapilli, e del suo fortunoso ritrovamento secoli e secoli dopo – no, ritrovata secoli e secoli fa, ma secoli e secoli dopo l’eruzione. Lo so, cara, non è semplice. Ma non è nemmeno importante.

La camera che prendemmo stava appena sopra la soglia della vivibilità. Gli scarafaggi venivano imprigionati in enormi tele di ragno che per fortuna non vidi mai. Le lenzuola erano piene di macchie. Le piastrelle del bagno avevano perso anche il ricordo della loro lucidità. Dormimmo male – c’era caldo, e lei aveva le mestruazioni, e io non riuscii a convincerla ad amarmi in nessun altro modo. Alle sei, guardavo la lurida stradina sotto le finestre, dove macchinisti sempre diversi si incastravano sempre nello stesso identico punto. Una tortora solitaria tubava su un filo della luce. Il cielo era una cappa bianca piena di umidità. Sul letto, Bernadett dormiva abbracciando il cuscino; sotto il bordo della maglietta lunga che indossava la notte, si intravedevano le sue mutande rosa, che rispondevano ai canoni di un modello austero che da qualche giorno aveva preso il posto di quello interdentale. Intravedevo la sua guancia sinistra girata verso il muro opposto a quello della mia finestra; l’orecchio a sventola che sbucava da sotto i capelli, sembrava una vela rossa e tesa. Respirava piano; era così innocente che pareva fosse nata ieri.

 Camminammo attraverso le strette strade di Pompei per tutto il giorno. Lei guardava ogni cosa, come se si trovasse di fronte ad un mistero che prima o poi avrebbe dovuto spiegare a qualcuno. La città era desolata: i suoi antichi cittadini erano morti da duemila anni, ma pareva che qualche epidemia avesse sterminato anche i turisti del ventunesimo secolo. C’era un caldo asfissiante: io grondavo, mentre Bernadett si limitava ad imperlare di sudore il labbro superiore, che ogni tanto asciugava con il dorso della mano. I muri delle case restituivano l’eco attutito dei nostri passi, duplicando, in tono minore, la nostra presenza spettrale; ma oltre a questo, un silenzio limaccioso si era steso su ogni cosa. Eppure qui, una volta, ce n’era stata, di vita.

 Comprai due bottigliette di acqua calda da un abusivo. Non mangiammo nulla per tutto il giorno. A pranzo, ci limitammo a sedere su una grande scalinata bianca, il cui riverbero era quasi accecante, per prendere il sole. Mentre ero disteso in un mare bianco di luce, mi venne in mente che qualche mese prima avevo visto al telegiornale un servizio che raccontava la morte di un operaio del Burkina Faso schiacciato da una pressa d’acciaio. Il servizio, filmato da tre o quattro avvoltoi con telecamere che comparivano, ciascuno, nelle riprese degli altri, in un’illuminante gioco di autoreferenzialità, mostravano la fabbrica rettangolare dove era avvenuto l’incidente, la pianura della Brianza con zoom, gli operai attoniti davanti all’entrata, e una donna di colore che correva piangendo e gridando, con la faccia avvolta in un velo blu. L’uomo con la quale era partita dall’Africa – cosa si erano detti, quando avevano deciso di lasciare ogni cosa per tentare di trovare più fortuna in Europa? con quali sguardi, pieni di lacrime e speranze? – la persona con la quale aveva deciso di condividere la propria esistenza, era morta: niente domani, niente fine settimana, niente quest’anno né il prossimo né la vita né i figli che forse avevano desiderato. In quella mancanza di corrispondenza, in quell’incolmabile divario, dentro al solco che la morte aveva scavato tra quelle due persone, stava il significato di quel velo, che non nascondeva il viso della donna al mondo, ma che nascondeva tutto il mondo agli occhi della donna. C’era buio, là sotto: lo stesso al quale le pupille sorprese dell’operaio, precipitato in chissà quale inferno, si stavano appena abituando.

Che pensi?”, mi chiese Bernadett, la quale alternava allo spirito da archeologa una curiosità da ventenne.

Vincendo il mio desiderio di non mostrare mai la vera natura dei miei pensieri, iniziai un discorso che non riusciva a stare in piedi. “Non so… C’è un mistero che pare perseguitarci. Nasciamo soli, e passiamo tutta la vita a cercare qualcuno da avere accanto. I miei sono stati fortunati a morire insieme. Tu credi in Dio, vero, Bernadett?”

Certo…” e pareva sorpresa che qualcuno glielo chiedesse – come se fosse qualcosa che non poteva che essere così. A quel punto però, non ebbe il coraggio di domandarlo anche a me.

Sai perché Dio ha cacciato Adamo ed Eva dall’Eden?”

Per la mela” – aveva l’aria di una scolaretta con le trecce che ha appena risposto “25” ad un ovvio problema i cui lati erano 15 e 20. Ma chi aveva messo in giro quella storia della mela, che tutti raccontavano come se fosse vera?

Dio era geloso, Bernadett. Dell’amore che c’era tra le sue due creature – un amore che gli sarebbe stato negato per sempre. Adamo era a sua immagine e somiglianza. Quando Dio crea la donna – una donna che di sicuro era uguale a te – lo eleva sopra di lui: Eva è l’unico atto di umiltà che Dio fa in tutta la Bibbia. L’uomo amato è superiore a Dio.”

Bernadett mi guardava allibita. Sperava di non aver capito. Io, pentito, la convinsi che davvero non aveva capito, e che sarebbe stato troppo difficile spiegarle meglio. E in ogni caso, non avevo voglia di parlare. La donna del Burkina Faso pareva seguirmi da vicino con il suo dolore: avevo appena capito che quando correva con il velo blu in testa, piangeva non per la morte di lui, ma per la vita di lei, per quella luce che lei vedeva ancora e lui no; per aver spezzato il loro patto, sopravvivendo.

 Entrammo ed uscimmo da ogni casa. Lei cercò di leggere le scritte sui muri: alcune erano antiche, altre orribilmente recenti. Si stupì per un piatto pieno di pane di gesso; si commosse per il cane con le gambe incrociate e la bocca aperta. La morte, lì, da quelle parti, aveva dato spettacolo. Su una guida che avevamo comprato all’entrata da un guardiano con una pancia esplosa, leggemmo che non morirono tutti insieme, di colpo: la fine di Pompei durò 24 ore, e fu piena di ogni genere di tormenti. Prima, caddero lapilli di pietra pomice – i più fortunati furono centrati da macigni grandi come una lavatrice, e a loro fu risparmiato tutto il resto; poi ci fu un velocissimo fumo a 350 gradi che vaporizzò quelli che erano riusciti a scappare oltre le mura della città (c’erano i calchi di gesso di tredici pompeiani, tutti in fila, caduti come birilli l’uno sull’altro, sorpresi nel buio della notte mentre cercavano riparo in una baracca); per quelli rimasti in casa, infine, tutti ormai consapevoli che da lì non sarebbero mai più usciti, rimase l’asfissia. E c’era una camera, ben conservata, con una specie di letto, e su questo letto stavano distesi due corpi – i loro resti, gli scheletri – e questi due corpi erano… erano abbracciati, erano accucchiaiati, erano di fianco, per sempre – il corpo di lui che pareva custodire il corpo di lei nell’incavo del proprio profilo – ciascuno cercando nell’altro, non la protezione – da cosa? da quell’invincibile mostro di fuoco che soffiava fuori dalle loro finestre? – e non la vita, che ormai, con ogni evidenza, li avrebbe lasciati nel giro di qualche ora, ma piuttosto, a tentoni, l’ultimo passo del loro cammino, il salto da compiere insieme, avvolti dal calore che i loro corpi uniti creavano nel silenzio dei loro sospiri: il disperato coraggio che hanno due minuscole creature quando si stringono, ancora in piedi, di fronte ad una morte grande come tutto l’Universo. Poi erano passati gli anni, e i loro corpi, piano piano, si erano consumati – evaporata la loro sostanza umana, nella coltre calda della terra che li aveva imprigionati – ma il tempo, quel rotolare incessante e privo di scopo di una ruota fatta di vita e morte e vita e morte ancora, aveva lasciato lì, in quella stanza di quella casa di Pompei, tra quei corpi abbracciati nel loro atto finale, tutto il senso dell’amore.

 Quando quella sera andammo a dormire, casti come due bambini per il fastidioso prolungarsi delle sue mestruazioni, e ci accuchiammo, mi sorpresi a pregare che la morte – sotto l’aspetto di una nuova, imponente eruzione del Vesuvio – potesse coglierci, insieme, distesi su quel letto a Pompei, per sempre.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

4 commenti su “A Pompei

  1. masticone
    16/11/2012

    Devi assolutamente riprenderlo in mano e non buttarlo su un blog…
    Trovo che ci sia molto materiale super interessante

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  2. Nina
    17/11/2012

    Avevo letto il primo pezzo e ora anche questo. Se continuerai non mi dispiacerà: a mano a mano che leggevo, la storia mi ha coinvolto e volentieri ne avrei letto ancora…

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  3. Marina Salomone
    17/11/2012

    lo strovo assolutamente entusiasmante!!!! di sicuro vale la pena continuare …complimenti!!!! molto poetica l’idea di immortalare l’amore nell’istante della morte con il retroscena che però questo amore non era pieno e reciproco ma è come se quell’istantanea in cui si venisse sorpresi desse valore ai tanti contenuti non detti e a quelli che erano ancora da venire…una fantasia che in forme diverse faccio spesso pure io …ma poi mi dico che è crudele e cambio argomento nel cicaleccio interiore:-)

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  4. carloesse
    18/11/2012

    Preferisco di gran lunga questo, anche se plumbeo e drammatico (l’altro era plumbeo, ma ironico) al precedente. Amore e corpi, amore e morte. Temi trattati da sempre e che sempre continueranno a essere trattati in letteratura. Sorprende come chi sa scrivere ogni volta sappia trattarli in modo originale.
    E’ da questo che mi appare chiaro che tu sai scrivere.
    E poi mi piace molto quell’idea dell’unico atto di umiltà fatto da Dio in tutta la bibbia.
    Chapeau.

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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