L’inserto del lunedì – “La famiglia perbene” di Morena Fanti

Quando ho chiesto a Morena Fanti (autrice de “La centesima finestra” – del quale ho parlato in anteprima qui – e de “Orfana di mia figlia” – di cui ho parlato qui) se voleva farmi l’onore di darmi un suo racconto da pubblicare su Grafemi, lei mi ha giocato un piccolo scherzo: mi ha inviato un racconto che avevo letto qualche anno fa, ma questa volta in una forma completamente rinnovata. Avevo un discreto ricordo, della prima versione – se non ricordo male, avevo anche fatto un piccolo esercizio di “editing”, per confrontarmi con lei (di lì a poco, avremmo scritto un racconto a quattro mani, e quelle erano le prove di convivenza); tuttavia, mentre leggevo la nuova versione, non riuscivo a capire cosa fosse cambiato. Mi sarebbe venuto da dire tutto, e tutto in meglio, ma ho dovuto aspettare che lei mi dicesse che era passata dalla terza alla prima persona per focalizzare la differenza più sostanziale: il punto di vista.

Casualmente, proprio in questi giorni, approfittando di una promozione di Bookrepublic, il sito di vendita ebook, ho preso in mano “Il grande Gatsby”, di Fitzgerald (del quale avevo già letto, con scarsissima soddisfazione, “Tenera è la notte”), e ho scoperto diverse cose. La prima è che “Il grande Gatsby” è un romanzo meraviglioso, che sfiora il capolavoro. E’ moderno (il che significa che questo libro ha contribuito a creare il nostro mondo attuale). La seconda è che “Il giorno della locusta” di Nathanael West (che era grande amico di Fitzgerald) non nasce come un fiore in mezzo al deserto, ma segue un filone ben preciso: senza “Il grande Gatsby”, non credo che sarebbe mai nata la locusta di West. La terza, infine, è che una delle caratteristiche che definiscono questo libro deriva dalla scelta del suo autore di seguire i dettami di Henry James, uno dei quali è di abdicare al ruolo di scrittore onnisciente e di adottare, invece, il punto di vista di uno dei personaggi (nel caso di Gatsby, di Nick Carraway), e di guardare a tutto il resto del mondo con i suoi occhi.

La seconda versione de “La famiglia perbene”, dunque, sembra mettere anche a lei a frutto gli insegnamenti di James e, a mio parere, con grande profitto.

La famiglia perbene

Morena Fanti

Il dottore mi scruta in silenzio; lui pensa che io stia dormendo perché me ne sto ferma e tengo le ciglia abbassate. Ha l’aria seria e concentrata, e un modo di fissarmi che non capisco bene.
Dottor Guerrina, si chiama: c’è scritto sulla targhetta che ha sul camice e poi l’ha detto anche l’infermiera: “Sei stata fortunata. Il dottor Guerrina è bravissimo, uno dei cardiologi migliori dell’ospedale. Non fa mai servizio al Pronto Soccorso ma stasera ha fatto un favore a un amico. Se non c’era lui…”.
Potevo morire, questo l’ho capito. Ho avuto una specie di arresto cardiaco, così mi pare di avere sentito, ma il dottor Guerrina mi ha rianimata e mi ha impedito di morire. Anche se mi ha salvata, non credo di essergli simpatica, lo capisco da come mi guarda.
“Stanno arrivando i tuoi genitori” dice Guerrina di fianco al mio letto.
“Poi mi lascerà andare a casa?” chiedo con una voce che non sembra la mia. Lui mi guarda in viso, guarda il mio corpo coperto dal lenzuolo bianco con la scritta “Ospedali riuniti Spa – Manutencoop” in azzurro e poi ritorna al mio viso. So cosa pensa di me, una tredicenne in reggiseno, minigonna e stivali bianchi a tacco alto, in giro da sola di notte. Ma non c’è solo questo. È il resto che mi preoccupa.
“Dovrò dirlo ai tuoi genitori. La droga è un problema serio e bisogna affrontarlo prima che diventi un guaio grosso. Tu stai facendo dei danni al tuo corpo, a te stessa, e hai bisogno di aiuto. Sono obbligato a parlarne con loro”.
“Ma io non mi drogo. Ho solo bevuto una cosa insieme agli amici e sono caduta, il bicchiere si è rotto e mi sono tagliata. La ferita guarirà, vero? Non mi resteranno dei segni in faccia?”.
“La tua faccia tornerà come nuova: ho fatto io la sutura e non rimarrà nessun segno”. Guerrina fa una pausa, mi guarda in un modo strano, allunga una mano come se volesse accarezzarmi il viso. Spero che non lo faccia. Ti prego non farlo. Sembra che mi abbia sentito, si ferma, ritira il braccio, mette la mano in tasca e riprende a parlare: “È il resto che non va. Hai avuto un collasso perché eri ubriaca e drogata; ho fatto gli esami del sangue, non puoi mentire. Il collasso è stato un avviso: ora devi smettere e per farlo hai bisogno di aiuto”.
“Le ho detto che non mi drogo. Stavamo festeggiando il compleanno di Dado e abbiamo fatto un brindisi. Non c’è bisogno di dirlo ai miei”. La mia voce è acuta e fa un suono stridulo. Deglutisco un po’ di saliva sperando che si ammorbidisca.  “E comunque” aggiungo fissandolo negli occhi, fingendo una sicurezza che non ho, “i miei non le crederanno”.
Guerrina continua a fissarmi, uno sguardo che non so decifrare, in cui leggo una cosa che sembra disprezzo ma forse è solo disapprovazione. Sta per aprire bocca e capisco che arriverà la predica. Prendo il lenzuolo e lo tiro per coprirmi le spalle, infilando le braccia nude sotto la stoffa ruvida; ora ho freddo, anche se siamo in maggio e la giornata è stata molto calda.
Un rumore di passi nel corridoio fa voltare il dottore verso la porta. Sono contenta perché si è distratto e non mi farà la predica. Lui va fuori dalla stanza e nel corridoio sento la voce di mio padre, così alta da farsi sentire anche negli altri reparti: “Siamo i genitori di Cristal Ferlini. Siamo venuti a prenderla”.
Mio padre non chiede mai se una cosa è possibile, lui la fa e basta. Non capisco la risposta di Guerrina, ma sento che discutono, ci sono scoppi di voce e rumori. Dopo qualche minuto le voci si allontanano e spariscono nel corridoio. C’è anche la mamma, sento il rumore dei tacchi e il suo camminare a passetti veloci per seguire papà e la sua camminata decisa.
Guerrina dirà ai miei della droga, di quello che lui pensa sia il mio “problema”; sono preoccupata, ma non tanto. Un dolore allo stomaco mi lancia dei brividi in tutto il corpo. Chissà dov’è il mio zainetto. Dentro c’è il giubbotto di jeans e me lo vorrei mettere: un po’ per il freddo, ma anche per non farmi trovare in reggiseno da papà. Già devo spiegare il resto – perché non indosso più i jeans e la maglietta che avevo quando sono uscita da casa, dove ho preso la minigonna e gli stivali, e perché ero in una discoteca -, il trucco pesante e l’uscita serale. Che io frequenti la disco, questo non lo sanno, loro sanno che ero dalla Ludo a guardare la tv. Dalla Ludo mi ha accompagnato papà nel pomeriggio; era contento perché non avrei intralciato i loro piani per la serata. Avevano organizzato una festa per il compleanno di mamma e si erano messi tutti eleganti. In casa c’era il caos fino dalla mattina, quando sono arrivati quelli del catering e hanno iniziato ad addobbare i tavoli intorno alla piscina, seguendo le direttive di papà e della mamma.
“Cristy” – mamma cerca sempre di adeguare il suo linguaggio a ciò che pensa sia adatto a un’adolescente e mi chiama come sente fare dalle mie amiche -, “tu sei fuori stasera?” aveva chiesto lei, mentre muoveva le braccia sottili indicando agli uomini dove mettere il tavolo del buffet. “Meno male. Altrimenti sai che noia per te” aveva risposto dopo il mio sì. In fondo era vero: alla festa mi sarei annoiata, con tutti gli adulti in abiti eleganti e i bicchieri a nascondere il viso. Si parla di niente a quelle feste, la musica è vecchia e non ci sono ragazzi con cui parlare. Invece a me i ragazzi piacciono; mi piace come mi guardano e come mi sorridono e mi cercano. Stare con gli amici è divertente, si balla e si beve, anche se il ballo è solo uno stare in piedi e muoversi tutti insieme con la musica che colpisce lo stomaco e rimbomba nel cuore. Bere non mi piace molto, ma finisce sempre che me l’offrono. Quando si balla sul cubo sei al centro dell’attenzione e tutti vogliono parlarti, starti accanto e vederti da vicino, e con il bicchiere in mano si parla meglio.
Sento le voci provenire dal corridoio; quella di mio padre sovrasta le altre con il suo tono deciso e il volume alto di quando è arrabbiato. Mi sembra di vederlo. Povero dottor Guerrina! Papà non gli crederà di certo. Però un po’ di paura ce l’ho lo stesso, ma non tanta. Il dottor Guerrina è un bigotto, un vecchio, papà lo metterà a tacere. Lui crede solo a me.
Papà mi vuole bene e vuole che io sia felice; capirà che non ho fatto niente di male e tutto finirà come al solito. Sabato prossimo, alla disco, c’è un’altra festa e non posso mancare. Se non mi lasciano andare alla festa morirò; non posso stare a casa e lasciare che le altre abbiano il cubo tutto per loro. Il cubo e i ragazzi. Fili e Massi sono troppo belli, non li lascerò alla Ludo e alla Francy.
Ecco papà che entra, seguito dalla mamma e da Guerrina: ha il viso tirato, si capisce che il dottore l’ha fatto arrabbiare. La mamma, invece, ha il viso bianco, e barcolla come uno che sta per cadere. Le lancio un sorriso, lei mi guarda e poi guarda papà: gli chiede il permesso di sorridermi. Lui le fa un cenno con il sopracciglio destro e lei finalmente si rilassa e mi viene vicino. Mi prende la mano, ma non dice niente: lascia sempre che sia lui a parlare per primo.
Guardo papà; sto cercando di capire cosa gli ha detto Guerrina e se lui gli ha creduto. Lui è sempre serio e scuro in viso come quando è entrato. Quando parla, ha la voce brusca e un tono che non riconosco: “Come stai, Cristal? Fammi vedere”. Mi prende il viso e lo volta cercando di intuire la grandezza della ferita. Rimane a fissare le bende messe da Guerrina, poi si volta verso di lui e gli chiede: “Non rimarrà sfigurata, vero?” e dopo il cenno di Guerrina prosegue: “Spero che lei sappia il fatto suo. Cristal è bellissima e non oso pensare…”. Si ferma e mi guarda: “Il dottor Guerrina dice che eri ubriaca quando sei caduta, ma io so che non è possibile. Vuoi dirlo tu al medico?”. Ha parlato come se Guerrina non fosse presente: la mamma ha sussultato quando lui ha detto “ubriaca” e la sua mano ha stretto forte la mia. Mi ha fatto male.
“Io non bevo. L’alcol mi fa schifo”. Pronuncio le parole senza guardarlo; solo alla fine alzo gli occhi e guardo i suoi. Lui si volta subito verso Guerrina e gli dice: “Ha visto? Cristal non beve, gliel’avevo detto.” Ha alzato ancora di più la testa e ora guarda il dottore dall’alto. Si gira di nuovo verso di me e dice: “Il dottore ha detto anche che sei drogata.” Ha parlato rivolto al muro sopra la mia testa; gli occhi si sono stretti e poi allargati di nuovo. “Io gli ho detto che è impossibile e che tu non faresti mai uso di droghe. È vero, Tesoro, che tu non usi droghe?”.
Tremo, ma so che devo giocare fino in fondo, altrimenti perderò la partita. Ho sentito l’inflessione della voce di papà, come una minaccia latente che vaga indecisa su chi colpire. E ho sentito anche altro nella sua voce: non so cosa sia, ma so che devo rassicurare i miei; devo spararla forte, essere convincente. Alzo gli occhi – sono sempre distesa sotto quel lenzuolo di stoffa rigida con la scritta in azzurro – e lo guardo con quella che spero sia un’espressione fiduciosa e sottomessa: “Io non uso quelle porcherie. Tu mi credi, vero, papà?” Gli cerco la mano e m’infiltro con le dita finché lui non allarga il suo palmo e prende la mia mano.
“Certo che ti credo, Cristal. Tesoro. So che sei una brava bambina, la mia bambina, e che non fai quelle cose”. Si volta deciso verso Guerrina: “E ora posso portare a casa la mia famiglia, dottore? Le persone perbene a quest’ora sono a casa”.
Il medico si stringe nelle spalle e fa un segno con le mani aperte con il palmo all’insù. Mamma mi aiuta a scendere dal lettino, spalanca gli occhi quando vede come sono vestita, ma papà mi ha già messo sulle spalle la sua giacca blu a bottoni dorati, e insieme ci avviamo verso l’uscita.
Non abbiamo salutato Guerrina, me ne accorgo che siamo già nel corridoio. Mi volto a metà e lo vedo, sull’uscio dell’ambulatorio, che ci guarda andare via. Chissà se ha dei figli. Perché non gliel’ho chiesto? Vorrei tornare indietro e chiedergli se ha dei figli e come si comporta con loro. Non posso tornare indietro; papà mi sostiene con il braccio destro intorno alle spalle. Mentre cammina, solleva il braccio sinistro, guarda l’orologio e dice, rivolto alla mamma che mi sostiene dall’altra parte: “Sono le tre. Facciamo ancora in tempo per l’ultimo brindisi. I nostri amici ci aspettano”. Lei annuisce mentre arranca sui tacchi dei sandali da sera.
“Sei stanca Tesoro?” chiede rivolto a me. Scuoto la testa e lui riprende soddisfatto: “Quel dottore è tremendo. Non capisce che i ragazzi hanno bisogno di divertirsi. È solo uno stupido bacchettone”.
Stiamo andando a casa; posso rilassarmi. Sabato prossimo sarò alla disco come al solito. Papà mi ama e la mia è una famiglia perbene. Vorrei girarmi per vedere se Guerrina ci sta ancora guardando.

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7 thoughts on “L’inserto del lunedì – “La famiglia perbene” di Morena Fanti

  1. Optima Morena. Gran bel ritratto di famiglia. Cristal è anche un nome talmente improbabile da essere azzeccatissimo. E qui c’è tutta la cattiveria che un po’ mi è mancata nella “Centesima finestra”.

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    1. Grazie della lettura, Carlo. Sorrido della ‘cattiveria’ che ho espresso in questo racconto che fa parte di una raccolta che, ora che ci penso, un po’ di cattiveria ce l’ha.

      Ringrazio Paolo dello spazio e anche di questo post in cui sono, indegnamente, accanto a Scott e a Henry James.
      La scelta della prima persona è obbligata in tutta la raccolta. Un obbligo che, naturalmente, mi sono data da sola.

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  2. Non ho letto la prima versione, ma questo racconto decisamente è bellissimo, si sente a pelle l’ansia della figlia, ma anche la sua faccia tosta da tredicenne, la superiorità e in fin dei conti l’indifferenza del padre, con un amore di semplice facciata. E la madre “cagnolino” che segue, ma non ha voce in capitolo.
    Brava Morena!

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  3. Molto interessante, soprattutto per come conduce alla conclusione (amara), che poi conclusione non è: chiudere gli occhi e prima o poi doverci fare i conti. Quante volte cose del genere si sono viste…

    Mi è piaciuta la scelta della prima persona, niente affatto facile da gestire. In particolare credo sia complesso entrare nel punto di vista di una tredicenne (di oggi, confusa, impaurita, sbandata, ribelle in modo ingenuosconsiderato). In molte parti l’immersione nel suo P.O.V. mi sembra riuscita. Qua e là tentenna – si fa troppo adulta come linguaggio e punto di vista, si legge lo sforzo dell’autrice matura che deve calarsi nei suoi panni.
    Nel complesso ottimo lavoro 🙂

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