Grafemi

Segni, parole, significato.

La missione impossibile

Lobotomia

Per la festa dei suoi diciotto anni (“i primi”, aveva detto scherzando), Sara aveva chiesto di prenotare il Tortuga per tutta la serata, e di chiamare DJ Tonyo a mettere su musica; lui, che avrebbe preferito organizzare qualcosa in campagna, dai suoi genitori – tipo grigliata sotto gli olivi -, alla fine aveva accettato, un po’ a malincuore. Intorno alle undici e mezza di sera era passato in discoteca, con sua moglie Carla, ad assistere al taglio della torta, e alla cerimonia delle diciotto candeline, e la gioia di sua figlia, avvolta nell’abbraccio caldo di tutti i suoi amici, lo aveva reso felice e malinconico allo stesso tempo. Quella giovinezza piena di energia, con i denti bianchi e la pelle liscia, era qualcosa che aveva perduto da tempo, consumata nelle migliaia di chilometri che aveva percorso in giro per l’Italia, o piegato su un libro, la sera tardi, quando tutti erano andati a dormire; ma il sorriso di Sara, la sua straripante vitalità, lo ammannivano come una piccola promessa di eternità. Brindarono con bottiglie di champagne, e lui forse bevette un po’ troppo perché quando tornò a casa, e si distese a letto, accanto a sua moglie, ebbe l’impressione che la camera fosse sul punto di crollare. Si addormentò alle due.

Alle quattro, svegliò Carla.
“Cosa succede?” chiese spaventata.
“Mm mm mm”.
“Non ho capito”.
Lui le indicò i tappi nelle orecchie, che lei infilava ogni notte, per resistere al poderoso russare di suo marito.
“Ora mi senti?”
“Sì. Che ore sono?”
“Le quattro”.
“Stai male? Hai bevuto troppo?”
“No… Ma non riesco a dormire”.
“E mi svegli per questo?”
“No, è che…”
“Cosa?”
“Ci sto pensando da un po’ di tempo. Sara ha diciotto anni e…”
“…ha diciotto anni e?”
“E io credo che sia arrivato il momento di dirle la verità”.
Lei rimase in silenzio.
“Dobbiamo dirglielo, Carla. Ormai è grande”.
“Perché? Che motivo c’è?”
“Perché tutto questo è assurdo… Sono stanco di continuare a mentire”.
“L’abbiamo deciso insieme”.
“Era piccola, avevamo paura di quello che avrebbero potuto dire i suoi compagni di classe, e i loro genitori… Avevamo paura che l’avrebbero ferita, avevamo paura della crudeltà dei bambini. Ma sono convinto che tutto questo sia durato troppo”.
“Non penso che sia questa l’ora per parlarne”.
“Glielo voglio dire adesso, quando torna”.
“Non farlo. Ti prego, non farlo. Scegliamo un momento diverso, chiediamo a qualcuno quale potrebbe essere il modo migliore per…”
“Per dire la verità?”
“Stefano, non puoi capovolgerle le vita. E per cosa, poi? Per liberarsi di questo peso? Lo portiamo tutti e due, non sei solo…”
“Capirà”.
“No, non capirà”.
“Allora crescerà”.

La aspettò in salotto, sul divano di canapa che avevano comprato quando era nata Sara, in modo che Carla avesse un posto comodo dove distendersi per allattarla. Intorno alle cinque il sole iniziò a rischiarare l’orizzonte, che si estendeva oltre il mare. Alle sei sentì il rumore delle chiavi girare nella toppa, e si alzò in piedi. Lei fu sorpresa di vederlo.
“Già sveglio?”
“Non ho dormito”.
“Se eri preoccupato, potevi chiamarmi” – tirò fuori il cellulare dalla borsetta per controllare che fosse accesso, o che non avesse perso le chiamate: lo girò verso suo padre, e gli fece vedere il telefono acceso. Sullo sfondo, c’era una foto di lui, sorridente.
“Ti devo parlare”, le disse tossendo.
Lei appoggiò un po’ di cose sul tavolino dell’entrata, e si sedette sul divano.
Stefano, che le dava le spalle, le disse sottovoce: “E’ meglio se ti siedi”.
“Sono già seduta”.
“Siediti di più”.
“Più di così?”
“Ti ho mentito, Sara”.
“Non si dicono le bugie”, ma le uscì una voce preoccupata.
“L’ho fatto per proteggerti”.
“Non capisco…”
“Il mio lavoro…”
“Cos’ha il tuo lavoro che…?”
“Non è quello che credi”.
“Immagino sia duro. Me l’hai ripetuto da quando sono bambina”.
“Lavoro nell’editoria”.
“Cosa significa ‘lavoro nell’editoria’?”
“Per vivere, lavoro nel mondo dell’editoria”.
“Cosa sei, uno che stampa libri?”
“No…”
“Recensioni sui giornali?”
“No… Sono un editore. E ogni tanto ho scritto dei racconti, che sono usciti in qualche antologia”.
“Un editore? E che cazzo vuol dire ‘editore’? Che pubblichi libri? Una cosa di questo tipo?”
“Ascolta, Sara, so che non è…”
“Perché me lo stai dicendo? E’ uno scherzo?”
“Perché volevo che tu sapessi la verità”.
“Non avresti dovuto farlo”.
“L’ho fatto per proteggerti”.
“No, non avresti dovuto dirmelo”.
“Ok, ma cosa cambia?”
“Cosa cambia? Cazzo, mi chiedi cosa cambia? Cambia tutto!”
“Sono sempre tuo padre!”
“Mi hai mentito ogni giorno, per diciotto anni. Quanti giorni sono? Diecimila? Tu, diecimila mattine ti sei alzato, mi hai guardato, e per diecimila volte mi hai raccontato una cazzata su di te! Cosa ti costava mentire anche oggi? E continuare a mentire fino a che non sarai morto?”
“Lo avresti preferito?”
“Tu pensi che preferisca questo? Sapere che sei un… un editore? Anzi: un editore che ogni tanto scrive! Cosa racconto domani ai miei amici? Con che coraggio li guarderò in faccia?” e poi, piangendo come in un dramma dell’ottocento, corse verso la sua camera, e si chiuse dentro sbattendo la porta.

“Cosa ti aspettavi? Che ti ringraziasse?”
“No, no… ma pensavo che le sarebbe passata presto, che avrebbe capito – mi sono persino illuso che avrebbe apprezzato la mia sincerità, e la forza con la quale l’ho protetta per tutti questi anni. E invece… quanti mesi sono che non mi parla?”
“Tre”.
“E a te non dice niente?”
“Dice che non te lo perdonerà mai…”
“E tu non le dici niente?”
“Cosa dovrei dirle?”
“La verità! Che questa è la fottutissima verità, e che non può andare tutta la vita a far finta che non sia così!”.
“Tu ci sei riuscito per diciotto anni”.
“Dici che devo aspettare fino al suo trentaquattresimo compleanno per essere perdonato?”
“Trentaseiesimo”.
“Cristo santo, è assurdo! Ok, non sono il padre che pensava ma… ma è così terribile essere figlia di un editore?”
“Tu che dici?”
“Dico di no! Dico che mi faccio un culo come una casa per cercare di portare un po’ di… di cultura, di bellezza, in giro per l’Italia, e non mi devo vergognare!”
“Ma ti senti? Ti senti come stai parlando? Dove stai vivendo, Stefano? In che mondo credi di vivere? Guarda la gente che entra nelle librerie. Guarda la gente che gira per le fiere. Il tuo bestseller ha venduto diecimila copie, e sei entrato tra i venti libri più venduti in Italia… Ma lo sai quanta gente ha guardato ieri ‘Amici’ della De Filippi?”
“Non era morta?”
“Era morto suo marito”.
“E quanti cazzo di anni ha, adesso?”
“Non è questa la cosa importante: quello che tu non capisci è che ieri sera c’erano otto milioni di persone davanti alla televisione, e oggi queste otto milioni di persone condividono la stessa esperienza. Le tue diecimila persone non occupano neanche metà dello stadio del Pescara; i telespettatori di ieri sera sono tanti quanti gli abitanti di New York”.
“E cosa devo fare? Pensare che la quantità sia più importante della qualità?”
“Perché, non è così?”
“No che non è così!”
“Sì, che è così. E’ così, e non me ne frega niente se ieri c’erano otto milioni di persone davanti alla De Filippi! Erano le otto milioni di persone sbagliate, le otto milioni di persone che non mi sono mai interessate”.
“E’ per questo che non hai mai venduto più di diecimila copie. Perché non sai cosa vuole la gente, non sai chi sono le persone che vivono qui in Italia, perché pensi che di avere una missione da portare avanti – una missione così grande che sei stato disposto a rinunciare a tutto!”
“Ho mantenuto la mia famiglia”.
“Certo, ma con i soldi che facevi nel tempo libero, dando una mano a tuo zio, alle pompe funebri. Sei invecchiato per due persone”.
“Ma l’ho fatto per i libri…”
“L’hai fatto per te”.
“Sì, perché sono convinto che il mondo abbia bisogno di questo… Che non si debba pensare a quello che vuole la gente, ma a quello che si può fare alla gente – a quello che si deve fare per… per…”.
Avrebbe voluto continuare, ma non sapeva più cosa dire. A forza di essere mortificato, aveva dimenticato persino quello in cui aveva sempre creduto, sommerso da tutte le parole inutili che riempivano ogni anfratto del mondo. Era iniziata con gli omogeneizzati, quella storia: cibo già masticato. Poi la gente prendeva la macchina per spostarsi, andava in sauna per sudare, pedalava a tutta forza su cyclette che non andavano da nessuna parte. Leggere non serviva davvero più a niente, se tutte le parole arrivavano già pulite, pensate, digerite, e cagate. Sì, sapeva che la sua missione era inutile, ma sua figlia… Perché sua figlia non voleva saperne di accettarlo? Cosa avrebbe dovuto fare? Continuare a farle credere, per tutta la vita, che era davvero un attore porno?

——————————————–

Questo raccontino, che è poco più di uno scherzo, nasce da una chiacchierata fatta all’una di notte, a Roma, con Francesco, Angelo, Marco, Corrado  e Tommaso ed è dedicata a tutti quelli che non mollano.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

18 commenti su “La missione impossibile

  1. Zio Scriba
    08/12/2012

    Una chiacchierata che intensamente ti invidio. E da cui non poteva non scaturire un racconto. 🙂

    A tutti quelli che non mollano? Allora di questa bella dedica me ne prendo un pezzetto pure io…

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      09/12/2012

      Come si usa dire in questi casi: mancavi solo tu! 😉
      Serata molto bella – presentazione in una libreria piccolissima, per cui piena di calore umano, birra prima e birra dopo. Compagni di avventura piacevolissimi.
      Alla prossima!

      Mi piace

  2. elinepal
    08/12/2012

    🙂 attore porto eh? Secondo me ci avete seriamente pensato…

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      09/12/2012

      Eh eh.. in realtà l’idea era venuta fuori in altro modo: Corrado, che legge manoscritti per professione, diceva che quando nei ritagli di tempo leggeva qualcosa di sé (in questo periodo, Limonov, ed. Adelphi), si sente come un attore porno che tornato a casa, la sera, si fa una scopatina con amore! 😉

      Mi piace

  3. carloesse
    08/12/2012

    A volte, al rivedere cicciare lo zombie Silvione ricandidarsi, o l’orrendo Brunetta ringalluzzito in tv, convinto che la destra possa nuovamente vincere le elezioni, mi viene da strabuzzare gli occhi e da chiedermi se tutto ciò possa essere vero. Ecco, se davvero vincessero un’altra volta (ma non posso, non voglio crederci!) penserei proprio che no, che non ne vale proprio la pena! Mi sentirei catapultato in uno dei peggiori incubi di P.K. Dick. E che allora sarebbe proprio meglio andarsene da qui. Almeno per mio figlio.

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    • Paolo Zardi
      09/12/2012

      Che fosse questa la fine del mondo di cui parlavano i Maya? Berlusconi e Brunetta che cercano di tornare in sella?

      Mi piace

  4. Grazia Bruschi
    09/12/2012

    metti il bottone mi piace, ne sento il bisogno. certi tuoi post lo pretendono

    Liked by 1 persona

    • Paolo Zardi
      09/12/2012

      😉
      è il particolare layout che non lo prevede… ma credo si possa ovviare così: in alto, sulla barra nera di wordpress, quando si apre un post, dovrebbe comparire un “mi piace”, che funziona allo stesso modo
      grazie e buona domenica!

      Mi piace

  5. luciaguida
    09/12/2012

    La cultura, questa fiera spaventosa … Ma noi, a questo non crediamo, giusto?
    P.s. Allo stand della Neo di Più Libri Più Liberi giovedì 6 dicembre ho lasciato i miei saluti e un abbraccio per te, te l’hanno detto? Spero di si! Baci

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      09/12/2012

      Cara Lucia, sì, mi hanno riportato i tuoi saluti – o meglio: è passata una certa Giulia, o Silvia, e ci ha chiesto di salutarti. Aspettavo che questa figura evanescente acquistasse un nome e un volto conosciuti! 😉
      Ricambio l’abbraccio, e peccato che non ci sia incrociati a Roma!

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  6. simona
    10/12/2012

    mi piace, mi diverte, ci siete tutti voi, anzi ci siamo tutti noi!

    Mi piace

  7. Gianni Tetti
    11/12/2012

    eilà! bello, significativo.

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  8. Sik
    11/12/2012

    AHAHAH… ce lo vedo il Cosh che si spaccia per un attore porno. Annalù apprezzerà moltissimo, fra circa sedici anni.

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  9. Nina
    11/12/2012

    L’efficacia del paradosso!

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  10. marina
    12/12/2012

    ah ah ah fantastico questo racconto!!!!…mi inquieta però il fatto che potremmo fare tutti questa fine!!!

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  11. Francesco
    14/12/2012

    Se non altro, caro Paolo, mi hai dato degli ottimi suggerimenti su come gestire la mia vita professionale da adesso ad almeno i trentasei anni a venire. L’importante è avere delle certezze e la cosa bella è che le trovo leggendo questo gran racconto! Appunto, le trovo leggendo. Figlia mia che verrai, non volermene, qui siamo dei casi disperati.

    Liked by 1 persona

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