ESC – quando tutto finisce

cover esc

Quando tutto finisce, tutto inizia. Il 2012 è agli sgoccioli – giusto il tempo per una pasta e fagioli, una fiasca di spumante, e poi  quest’anno non ci riguarderà più – passato, finito, spirato, morto, andato a far conoscenza con il Creatore, come il pappagallo dei Monty Python. E il nuovo? Le solite speranze, che puntualmente si avverano: altrimenti, perché continueremmo a sperare, ogni anno?

E il modo migliore di chiudere quest’anno, è con il libro “ESC – quando tutto finisce”, a cura di Rossano Astremo e Mauro Maraschi, edito da Hacca Editrice (che è stata una bellissima sorpresa, per me). In rete, inizia già a trovarsi qualcosa – l’uscita ufficiale è tra qualche giorno, ma già si parla di questa raccolta che non è dissacrante, non è pop, e non è apocalittica: è un ottimo libro di ottimi racconti (uno dei quali, per inciso, è mio: una favoletta su due fratellini che aspettano la fine del mondo).  Sotto, riporto la nota dei curatori (che sono stati davvero esemplari). Buon 2013 a tutti!

LA NOTA DEI CURATORI

di Rossano Astremo e Mauro Maraschi

Il presupposto che ci ha spinto a curare il volume che avete tra le mani è stato chiaro fin dall’inizio: affrontare un argomento di ampia fruizione come la “fine del mondo” con un piglio d’autore, tramite l’attenta elusione di quei connotati che possono condurre a narrazioni “commerciali”. Eravamo certi che di libri ad alto contenuto sensazionalistico ce ne sarebbero stati e, a dire il vero, la deriva apocalittica non ha mai rappresentato per noi una prospettiva ad alto grado seduttivo. Il primo passo verso questo obiettivo è stata la selezione degli autori, tutti con pubblicazioni di livello alle spalle e ognuno con una propria coerenza stilistica e tematica. In secondo luogo li abbiamo invogliati a non trattare il tema in sé, ma ad usarlo come scenario, nonché a schivare la componente catastrofista a favore di quella affettiva, morale, esistenzialistica, sociologica e via dicendo. Si è poi innescato quell’emozionante processo di dialogo, a volte minimo, altre intenso, nel quale l’editor accompagna umilmente l’autore verso la quadratura del testo, di cui l’autore mantiene in ogni caso il merito e la paternità. Riteniamo il risultato finale molto più che soddisfacente. Se facendo un passo indietro dovessimo spiegare il perché del tema, risponderemmo che la fine del mondo è un argomento vastissimo, dalla potenzialità drammaturgiche enormi. Che la chiusura definitiva del sipario costringe, in maniera ineluttabile, a confrontarsi non solo con il senso della fine, ma anche con ciò che la nostra vita ha significato davvero fino a quel punto. Che l’esito narrativo di una resa dei conti con se stessi rappresenta per noi motivo di profondo interesse. E risponderemmo anche che, sul versante metaforico, la fine del mondo è una raffigurazione ideale della condizione umana – rischiando però di incappare in parole e concetti oggi abusati come “precarietà”, “perdita dei valori” e “sradicamento”. Decisamente più abili di noi i nostri autori, che hanno raccontato il loro ultimo giorno senza sfiorare cliché o cataclismi, ma piuttosto attraverso la raffinatezza di un gesto inusuale, di una riflessione dolceamara, di un confronto emotivo irripetibile o di una pacificante e cinica ironia. Come nel caso di Gallico, che evita coloriture grevi per dar voce a un anziano boss mafioso. Dadati, per contro, sposta l’ambientazione sui ghiacciai, che combinati alla sua prosa “esangue”, congelano le pulsioni dei suoi personaggi. Suggestivo è anche l’im maginario di Carola Susani, che alla fine del mondo antepone il declino di certe sovrastrutture sociali. De Paolis, Zazza e Zardi vogliono come protagoniste le famiglie, spesso disastrate; Sgambati e Viola alimentano un “falò delle vanità” dalle intuizioni simili; Bomoll e Santi scelgono punti di vista fuori dal coro; e Meacci torna a regalarci un racconto dalla partitura complessa quanto affascinante. Il paesaggio della nostra antologia è multiforme e imprevedibile. La visione generale non reca tracce di allarmismo, non sfiora i Maya e, addirittura, non è davvero disperata. Quasi tutti i personaggi affrontano la fine con una certa freddezza, chi con dignità chi con il gusto per la provocazione. La sensazione diffusa è di disorientamento, soprattutto quando ci si è aggrappati a ideali fasulli, come la fama, il successo, i soldi, l’ascesa sociale. Sono le famiglie a dare ancora qualche vaga certezza, come forse ci si aspetta che sia, almeno in Italia. Mentre l’individualismo, che per certi versi non ci è proprio, è destinato a soccombere di fronte all’assenza di posteri. Ma soprattutto, a nostro modo di vedere, tutti i racconti testimoniano che la narrativa italiana vive uno stato di buona salute e che la forma racconto, spesso bistrattata dal mercato editoriale italiano, è in grado di creare micro-mondi articolati e di affascinare i propri lettori. La nostra speranza è che il lettore non subisca solo un certo fascino, ma, nelle modalità più consone a ciascun lettore, anche piccoli dolori sparsi nel corpo e nella mente, in accordo con quanto scritto da un certo Franz Kafka in una lettera a Oskar Pollak nel 1904: “Dovremmo leggere soltanto quei libri che ci fanno male e che ci feriscono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sconvolge come un colpo alla testa, perché ci dovremmo prendere il fastidio di leggerlo?”. Già, perché?

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2 thoughts on “ESC – quando tutto finisce

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