Grafemi

Segni, parole, significato.

Le relazioni sociali su Twitter

twitters

Dietro a tutto ciò che ora chiamiamo “social network” – il fenomeno più rilevante di questo inizio di secolo, capace di cambiare non solo la vita delle persone, ma anche il loro modo di rappresentare la realtà affettiva che le circonda – dietro a Twitter, a Facebook e Pinterest, e anche a Youtube, a Google+ e ai blog, ci sono applicazioni software, scritte da programmatori più o meno professionisti, che hanno dovuto risolvere un sacco di problemi, e prendere tante decisioni che poi hanno determinato la struttura stessa della piattaforma. Questo post parla di Twitter, e del suo uso deteriore, ma prima di arrivare al nocciolo della questione voglio dedicare qualche riga a quello che sta dietro le quinte, cercando di essere il più chiaro possibile.

Scrivere un programma significa fornire istruzioni a un processore, il quale le esegue. Esistono molti linguaggi, ciascuno dei quali ha le proprie specialità. Ed esistono molti tipi di database, che vanno immaginati come magazzini (in certi casi davvero enormi) dentro ai quali vengono stipate le informazioni. Una volta che avrò pubblicato questo post, ad esempio, il suo contenuto sarà salvato (da un programma) in un archivio al quale un altro programma accederà ogni volta che qualcuno chiederà di leggerlo. WordPress utilizza un linguaggio di programmazione che si chiama PHP (il cui significato è un acronimo ricorsivo: PHP: HypertextPreprocessor) e che viene usato per scrivere applicazioni per il web, come appunto è la piattaforma WordPress. Anche Facebook è scritto in PHP: su Wikipedia (un’altra piattaforma scritta in PHP) leggo che le pagine Facebook sono scritte in linguaggio PHP e sono poi tradotte in C++ dal convertitore HipHop for PHP, ideato appositamente da Facebook. Grazie a questa tecnologia, Facebook dichiara un risparmio del 50% nell’utilizzo del processore dei propri server. C++, per chi non lo sapesse, è un altro linguaggio di applicazione che tipicamente viene insegnato all’Università.

Twitter, invece, è stato scritto con Ruby on Rails (conosciuto anche come RoR o Rails, che è un framework (cioè, semplificando, una piattaforma che presenta cose già fatte)) e da poco è stato convertito in Java; i messaggi sono salvati in un server programmato con Scala, una scelta tutto sommato inusuale, ma che evidentemente garantisce performance molto elevate. I dati salvati, ovviamente, occupano spazio – spazio su RAM, e spazio su disco. Il dimensionamento dello storage dipende da quali dati vengono salvati: se pubblico un tweet, il software di Twitter salverà il messaggio (al massimo 140 caratteri), l’autore (io), il momento in cui è stato scritto, e lo renderà disponibile sullo stream dei miei follower collegati in quel momento, attraverso un altro set di informazioni che legano gli utenti tra loro. Ed è probabile che andrà ad aggiornare il contatore dei miei tweet, sommando uno al numero corrente. Ma come vengono salvati, i numeri, in informatica? E’ l’ultimo argomento che voglio affrontare prima di arrivare a parlare (e insultare) i twitter con un numero elevato di tweet.

Tutti sanno che i computer possono memorizzare solo bit, cioè sequenze di zeri e di uno. Otto bit corrispondono a un byte, che è il blocco minimo che è possibile salvare. Quanti numeri posso scrivere con un byte? Be’, posso scrivere 00000000, poi 00000001, poi 00000010, fino ad arrivare a 11111111. Totale? 256 numeri (questo valore si ottiene elevando il numero di simboli a disposizione, in questo caso 2, per la quantità di numeri che voglio scrivere, in questo caso 8: con un sistema basato su dieci simboli, come quello decimale, con 1 cifra posso scrivere 10 numeri, con 2 cifre 100 numeri, e via dicendo). E con due byte? Due byte contengono 16 bit; e due elevato alla sedicesima fa 65536, quindi posso scrivere tutti i numeri tra 0 e 65535 (qualcuno si ricorda, per caso, che questo è esattamente il numero massimo di righe che poteva contenere foglio Excel 97?) ; se voglio gestire anche i numeri negativi, uso un bit per il segno, e quindi posso scrivere i numeri tra -32768 e 32767. Se cerco di scrivere un numero fuori da questo intervallo, il sistema va in overflow. I sistemi a 32 bit (quattro byte) possono scrivere, nativamente, numeri fino a 4.294.967.295, cioè 4 gigabyte, che, guarda caso, è la dimensione massima teorica della RAM di un sistema di questo tipo. Ma non voglio complicare troppo le cose. Il mio interesse riguarda le dimensioni che gli sviluppatori hanno assegnato al campo che contiene il numero di twitt di un utente: due byte o quattro byte?

Se io avessi sviluppato Twitter, e avessi pensato all’uso che se ne sarebbe fatto, avrei scelto due byte, ma poiché 64000 mi sarebbe sembrato un numero eccessivo, avrei bloccato un bit, portando il numero massimo di tweet a 32000. Se un utente avesse superato questo limite, avrei fatto due cose: gli avrei bloccato l’account, e l’avrei invitato a farsi visitare in qualche clinica per disintossicazione da dipendenze. Guardando un po’ in giro, però, scopro che evidentemente la scelta non è stata questa: anche cercando solo tra le persone che seguo, c’è almeno un utente con più di 45.000 tweet. Quarantacinquemila tweet. Ho fatto due conti: se mediamente un messaggio ha cento caratteri, questo tizio ha scritto quattro milioni e mezzo di caratteri in tweet. Da quanto tempo? Il suo profilo indica che la data di creazione dell’account è fine 2009, quindi tre anni fa, ma non sono proprio convinto che abbia iniziato a scrivere da subito: io ho creato il mio account nel 2007 (credo di essere stato uno dei primi cento, in Italia…) ma per anni non l’ho usato – l’esplosione di Twitter risale a poco più di un anno fa, e deriva da un fenomeno di migrazione di massa da Facebook (migrazione dovuta agli stessi due motivi che hanno determinato il successo di Facebook: la noia, e la solitudine).

Supponiamo, quindi, che questo utente abbia iniziato a usare Twitter con una certa costanza due anni fa. Cioè 750 giorni fa. In 750 giorni, questo tizio ha scritto 45.000 tweet. Cioè una media di 60 tweet al giorno. Tenendo conto che otto ore vengono dedicate al sonno, abbiamo 60 tweet ogni 16 ore, cioè un tweet ogni 16 minuti. Ogni giorno, sedici ore al giorno, sette giorni alla settimana, cinquantadue settimane all’anno, per due anni, questo tizio ha postato un tweet ogni sedici minuti. Nel suo libro “Prima di sparire”, Covacich parla di un suo zio che, dipendente dal fumo, si alzava anche due o tre volte a notte per fumare, e questo aneddoto mi aveva un po’ inorridito; molto di più mi inorridisce il pensiero di una persona adulta, con un lavoro, un famiglia, una compagna, dei figli, che scrive un tweet ogni quattro minuti per due anni consecutivi. Una vita devastata – come un tizio che non riesce a smettere di giocare con le slot machine, o che non può fare a meno di scolarsi tre litri di birra al giorno. O sembra solo a me che sia così?

Marshall McLuhan fu il primo a intuire che “il medium è il significato”. Lo strumento di comunicazione determina ciò che si dice. La struttura dei poemi scritti in epoche di comunicazione orale è totalmente diversa da quella dei romanzi del dopo Gutenberg, che è diversa da quella dei film del ventesimo secolo, che è diversa dalla comunicazione planetaria prodotta negli ultimi dieci anni dai social network. Ma cosa si può comunicare con uno strumento che consente di scrivere messaggi di 140 caratteri, la cui “durata” sullo stream dei nostri follower è, nella migliore delle ipotesi, di un minuto? Qualche giorno fa, mentre andavo in metropolitana verso Subaugusta, ho cercato di seguire le comunicazioni mattutine tra alcuni utenti e ho scoperto che la maggior parte degli scambi riguardava gli auguri di una buona giornata: #buongiorno a tutti!, a cui uno risponde #buongiorno a te, un altro #buongiorno anche a te, e un altro ancora grazie, ne avevo #bisogno (bisogno di cosa?). Poiché per la maggior parte si trattava di probabili nostalgici di Facebook, erano tutti convinti che aggiungere ai preferiti un tweet non serva per poterlo ripescare dopo tanto tempo (penso ad esempio a un link a una buona recensione che in quel momento non si ha tempo di leggere), ma che rappresenti una sorta di “Mi piace” – una di quelle coccole telematiche dalle quali sembra non si possa più prescindere: ho visto un utente mettere tra i preferiti un “ah ah” che probabilmente non voleva dimenticare. Al ritorno – erano già passate le otto – sulla stessa metropolitana ma nel senso inverso, ho assistito alle #buonaserata, #buonaserata a te, no #buonaserata a te e poi, più tardi, è stato il turno dei #buonanotte, in tutte le sue possibili varianti, per ore e ore e ore – fino a lambire i #buongiorno della mattina dopo.

Sarei ingiusto se dicessi che Twitter è solo questo, e falso se dicessi che non ci sono anch’io; ma credo di essere consapevole del motivo per cui uso Twitter: per vedere i link interessanti, e per condividere quelli che ritengo utili. Dal 2007 a oggi, ho postato 700 tweet, e credo di aver esagerato: quelli davvero interessanti saranno stati una settantina. Per quanto io mi possa impegnare, non riuscirei a scrivere quattro milioni e mezzo di caratteri (quattro volte e mezzo i caratteri de “Il nome della rosa”)  a gruppi di cento, in due anni. E’ uno sforzo titanico, disumano, epico, che alla fine, però, non ha prodotto nulla. E’ come scrivere sulla spiaggia – e non i versi di un poema, ma buongiorno, buonasera e buonanotte tre volte al giorno. Quando sento dire che qualcuno non ha abbastanza tempo per fare le cose che gli piacciono (vorrei scrivere ma, vorrei ballare ma, vorrei leggere ma), penso a Facebook e al suo flusso costante, e a Twitter, con i suoi miliardi di tweet che non dicono nulla.

Prima c’erano i blog, con i suoi lungi post strutturati, e poi c’era Facebook, con i suoi status update brevi e frequenti, e le amicizie, e i mi piace,e ora ci sono i messaggini sparati a tutto il mondo, con gli hashtag, i preferiti, i retweet (mi hai ritwittato? grazie!). Quale sarà la prossima piattaforma: una in cui si possano postare solo faccine? O uno spazio vuoto in cui si possa gridare la propria solitudine, con la tragica certezza di non essere ascoltati da nessuno? Ma soprattutto: quale scelta informatica del futuro modellerà la struttura delle nostre relazioni sociali? E’ importante saperlo, perché se quelli che hanno scritto il programma che sta dietro a Twitter avessero scelto di usare solo due byte per memorizzare il numero complessivo di tweet, ora avremmo un mondo in cui un uomo non ha perso gli ultimi due anni della sua vita a scrivere cose inutili.

solitudine

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

19 commenti su “Le relazioni sociali su Twitter

  1. Zio Scriba
    11/01/2013

    Che paura!!
    Ma se il medium è il significato, dici che queste cose vengono progettate APPOSTA per INFERIORIZZARE l’umanità, per avverare l’incubo del Darwinismo-reverse in cui l’uomo DIVENTA una scimmia? (Anzi peggio, perché le scimmie non sono schiave volontarie e consumatrici dell’inutile, non sono insulse propagatrici della banalità e del vuoto!)
    Cosa diavolo sarà il prossimo SORCIAL di successo, diffuso e inflazionato con la complicità dei MASS MERDA? (Notare come ormai quasi ogni notizia in tv venga apertamente attinta da Cippicippi, pardon, da twitter, e non vergognandosene, ma compiacendosi di seguire la moda! Ma allora che sono mai più, i giornalisti, solo dei raccomandati per stare lì e prender soldi al posto di un qualsiasi altro pincopallino?)
    Dicevo, cosa ci aspetta dietro l’angolo, dopo fessobukko e cippicippi?
    Delle scariche di rutti in codice Morse?
    No, ci vorrebbe troppa intelligenza.
    Direi delle scariche di rutti senza nessun codice…
    Scusa il catastrofismo: forse per cena ho esagerato col rosso… 🙂

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    • Paolo Zardi
      11/01/2013

      Escludo che vengano progettate apposta: nascono e si evolvono le idee che trovano il terreno più fertile. Volendo provare a fare un’analisi un po’ ingenua, si può pensare che questi social network siano, per certi versi, la risposta alla televisione, che ha chiuso la gente in casa dagli anni settanta ai primi anni del duemila – personalmente, preferisco le interazioni, anche le più banali, su Facebook al potere annichilente della tv.
      Oltre a questo, rispetto a una quindicina di anni fa tutti hanno una connessione internet a casa, e rispetto a cinque anni fa, molti iniziano ad avercela su un telefono che si portano dietro. Evidentemente Twitter e Facebook rispondono a un preciso bisogno.

      Facendo un discorso più ampio, mi viene in mente che Socrate criticava il passaggio dall’apprendimento tramite dialoghi verso l’apprendimento tramite lettura – e quindi, di fatto, vedeva nella scrittura una minaccia per il sapere. Albert Lord, intorno al 1960, ha scritto un libro intitolato “The singer of tales” dove analizza la differenza tra la poesia omerica, che nasce da una tradizione orale, e quella post-Gutenberg, che invece può essere facilmente trasportata tramite libri, e la sua conclusione è che se la poesia omerica è così, e il romanzo occidentale è così, ciò dipende dal “medium”, cioè dal differente mezzo di comunicazione. In una società senza la possibilità di riprodurre diverse copie di un testo, non esisterebbe Guerra e Pace, o Madame Bovary. Noi non sappiamo ancora cosa sarà in grado di produrre una società in cui le informazioni non sono mai state così numerose, e allo stesso tempo così volatili; in cui chiunque può dire la sua senza che vi sia alcun ostacolo. Non è detto che sia meglio ma, al momento, salvo casi estremi come l’uomo con 45.000 tweet (in privato ti dico anche chi è…), non possiamo dire che sarà necessariamente peggio.
      Il punto è che noi stiamo osservando il cambiamento della società con lo sguardo inorridito di chi è nato e vissuto in un mondo che sta cedendo il passo: soprattutto giudichiamo ciò che sta cambiando con una mente costruita in assenza di Internet. E’ normale che non ci piaccia, o che non ci piaccia fino in fondo, ma tra venti o trent’anni, la nostra epoca sarà giudicata da persone nate oggi, tra pc, internet e cellulari, ed è probabile che vedranno qualcosa di diverso – così come noi ora troviamo strano che Socrate potesse temere la scrittura.
      Ciò non toglie che Twitter e Facebook, questi titani del Social Network, non possano essere giudicati, e se il caso anche criticati – ma credo che prima di tutto dovremmo fare lo sforzo di capire quali modifiche stanno introducendo nel modo di sentire, di vivere, di relazionarsi, e di costruire una rappresentazione del mondo (una collega più giovane di me, un po’ di tempo fa, mi ha detto che lei vorrebbe uscire da Facebook, ma che le sembrerebbe di perdere qualcosa di simile alla carte di identità: questi strumenti di condivisione finiscono per essere parte della definizione di una persona nata dopo il 1980…).

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  2. simone
    11/01/2013

    letto in un soffio, molto interessante. e condivisibile.
    le questioni che sollevi rimangono aperte.
    a noi risolverle, o quantomeno considerarle – distanti e impietosi con noi stessi, per prima cosa.

    (e adesso però vorrei twittarlo.)

    un abbraccio.
    s

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    • Paolo Zardi
      11/01/2013

      Sì, il problema è esattamente quello che evidenzi: è necessario essere distanti e impietosi con noi stessi.
      La valutazione di un fenomeno emergente viene sempre fatta con una testa non ancora “modificata”. Max Plank, ripercorrendo la propria carriera nella sua Autobiografia scientifica, osservava, con un pizzico di tristezza, che “una nuova verità scientifica non trionfa convincendo i suoi oppositori, e facendo loro vedere la luce, ma piuttosto perché i suoi oppositori alla fine muoiono, e cresce una nuova generazione che è abituata ad essa”. Allo stesso modo, Darwin, alla fine de L’origine della specie, dice: “Sebbene sia completamente convinto della verità delle idee presentate in questo volume [..] non mi aspetto affatto di convincere gli sperimentati naturalisti, la cui mente è affollata da una moltitudine di fatti considerati tutti, per un lungo periodo di anni, da un punto di vista diametralmente opposto al mio”.
      Io sto giudicando Twitter con una mente-non-Twitter. E’ giusto che lo faccia, ma penso che si tratti di una posizione che tra poco non sarà più condivisibile, perché la base di partenza per costruire un’analisi di questi fenomeni sarà stata, anch’essa, trasformata…

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  3. tramedipensieri
    11/01/2013

    Bel post!
    Ormai la nostra vita è in mano ai social. Non tutti ma, chi più chi meno…

    E’ come hai ben descritto….in pratica è inutile. Per due link e 10 tweet che interessanti ne trovi 30.000 futili, compresi i saluti.
    In pratica il “nostro” futuro sarà deciso dai programmatori?
    A quando metterci un cervello meccanico? O_o

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    • Paolo Zardi
      11/01/2013

      Grazie! 😉
      La tecnologia, con le sue scelte, determina le nostre vite – è probabile che la vita di mia nonna fosse molto più simile a quella di una donna del 1000 di quanto la mia sia simile a quella di mia nonna. Con i miei figli, che sono ancora piccoli, mi diverto a dire quali oggetti non esistevano quando sono nato – la televisione a colori, il cordless, il cellulare, il computer, il forno a microonde, la Wii, il navigatore, i cd, i dvd (i videoregistratori non li hanno neppure visti: finiti prima che nascessero), la macchina fotografica digitale, l’ereader, le chiavette USB, i telecomandi, l’aria condizionata (almeno in Italia)… insomma: un altro mondo, ed è impossibile pensare che queste differenze non cambino il loro modo di percepire il mondo, e le relazioni sociali, e il modo di rapportarsi con gli altri… I 45.000 tweet sono la reazione folle ed euforica di uno che appartiene a un mondo che sta sparendo – assomiglia a quegli indiani che scoprivano il whiskey e non riuscivano più a staccarsi…

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  4. Renato
    12/01/2013

    Era il 1988 o giù di lì. Studiavo ancora e quindi avevo una quantità di tempo libero ora inimmaginabile. Dopo pranzo guardavo la tv, “Tandem”, simpatico programma per ragazzi dove teneva una rubrica tale Roberto Vacca, ingegnere e divulgatore scientifico.
    Mi colpì molto, ad esempio, una puntata dove spiegava i principi di funzionamento della telefonia cellulare e si meravigliava che non fosse ancora utilizzata su vasta scala.
    Un’altra volta disegnò un grafico di tipo esponenziale dove aveva raffigurato il “progresso” umano, rappresentato secondo qualche parametro numerico molto semplificato. E fece notare che ormai eravamo in un punto dove la pendenza della curva era altissima, ipotizzando che presto sarebbe arrivato un momento dove questa pendenza sarebbe diventata incompatibile con le caratteristiche fisiche limitate dell’uomo.
    Può essere che i 45000 tweet del tizio si accompagnino bene a questa teoria.

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    • Paolo Zardi
      12/01/2013

      Diciamo che la recente evoluzione tecnologica pone delle domande piuttosto pressanti sull’evoluzione dell’uomo. Leggevo, pochi giorni fa (in un sito segnalato da un tweet, tra l’altro), che la diffusione degli smartphone nei paesi in via di sviluppo (una definizione sulla quale sarebbe bene riflettere) sta colmando il gap tra occidente e resto del mondo nell’accesso alle informazioni: un ragazzino, che ne so, del Bangladesh dispone di più informazioni di quante ne avesse il presidente degli Stati Uniti quindici anni fa – era questo il paragone fatto nel sito. Se uno dei problemi che ha afflitto l’umanità, da sempre, è stato quello di dover prendere decisioni sulla base di informazioni approssimative o sbagliate, ora le cose dovrebbero andare meglio… Di contro, se questa mole enorme di informazioni non viene elaborata secondo una qualche strategia, potrebbero rivelarsi persino dannose. Il dubbio che ho è che una mente che si è formata con la presenza di Google non abbia i mezzi culturali per organizzare queste informazioni… ma magari è solo un’impressione.
      Di sicuro, c’è che le persone non considerano più i social network come un’estensione della vita reale, ma come la vita reale stessa. Il concetto di amicizia, un sentimento di cui parlava anche Omero nell’Iliade, sta subendo una profonda ridefinizione: ora ci sembra strano, ma tra trent’anni sembrerà strano che un tempo non significasse (anche, o almeno, o solo) una relazione su un database.

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  5. morena fanti
    12/01/2013

    Io non faccio grande uso dei social. Ci sono, leggo qualcosa, pubblico link, ma non sono presente. E i messaggi con ‘buongiorno’, ‘buonasera’ ecc mi generano orticaria.
    È vero che disponiamo di un enorme numero di informazioni, ma è anche vero che in mezzo c’è molta fuffa. E chi non sa discernere è fregato.
    Gran bell’articolo. Lo twitterò 😉

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    • Paolo Zardi
      12/01/2013

      Non è facile filtrare – abbiamo molti dati, ma poca conoscenza. Platone racconta un dialogo tra due divinità che stanno decidendo se dare o meno la scrittura agli uomini, e quello contrario dice che con i libri si aumenterà la conoscenza degli uomini, a scapito della sapienza. Conosciamo molto, sappiamo poco – trovare un significato nel brusio mondiale dei social network è un’impresa che forse va al di là delle nostre possibilità…

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  6. Sik
    12/01/2013

    Onestamente ancora non capisco perché ti sei cancellato da Facebook mentre continui ad essere su Twitter. Trovo quest’ultimo molto più alienante e inutile del primo. Fermo restando che sono entrambi il preludio alla morte sociale di ogni individuo.

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    • Paolo Zardi
      12/01/2013

      Eh eh… ne abbiamo parlato qualche volta, via mail…Facebook è ottimo per gestire i contatti, ma è una voragine che inghiotte tempo. La sera dicevo: do un’occhiata a Facebook, poi guardavo l’orologio, ed erano passate due ore. Era come fumare una sigaretta: ne senti il bisogno, ma dopo che l’hai fumata ti chiedi “ce n’era davvero bisogno?”. Ho chiuso il mio account il 13 agosto, e ne ho sentito la mancanza solo due volte.
      Twitter è “sbagliato” quando viene usato come un surrogato di Facebook – cioè quando lo si usa come uno strumento per salutare i propri amici, raccontare cosa si è mangiato a pranzo, descrivere il colore di un paio di scarpe appena comprate. Ma selezionando tweeter interessanti, con una buona “reputazione”, che non pensano che a qualcuno possa interessare la loro vita in presa diretta, è possibile leggere un sacco di cose interessanti, postate come link. Ecco, io lo uso così. Non è un’alternativa a Facebook.

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  7. Nina
    13/01/2013

    Approfitto della tua competenza che mi fa intuire, dalla modalità di funzionamento del mezzo, le possibili o probabili ripercussioni sulla mente e sulla psiche dei fruitori, sull’evoluzione sociale.
    Apprezzo la tua presa di posizione molto laica verso “il nuovo che avanza” che evidentemente avrà la meglio sul sistema precedente (il libro sulla parola ecc.) che penso di fare mia, ma mi ci devo ancora applicare perché non mi riesce tanto facile stare contemporaneamente “dentro” e “fuori”.
    Sono iscritta sia a facebook che a twitter ma probabilmente non so usarli perché li trovo di una noia mortale… mi sento obsoleta e sento incombere sul mio capo la mannaia della selezione naturale. Amen

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    • Paolo Zardi
      16/01/2013

      E’ vero, la difficoltà sta nel rimanere contemporaneamente dentro e fuori, come dici tu: vedere le potenzialità di una novità, e allo stesso tempo non perdere la propria “visione” di come dovrebbero andare le cose. Non sono del parere che tutto ciò che è nuovo va bene, o debba diventare necessariamente il nuovo standard; di sicuro, però, non è un caso se Facebook e Twitter (secondo me più il primo che il secondo) sono diventati centrali nella vita delle persone: evidentemente hanno saputo cogliere un’esigenza che in qualche modo esisteva, ma non aveva mai trovato il modo di esprimersi. Nel pacchetto FB e Twitter, però, ci ritroviamo anche cose che forse non ci aspettavamo: una certa rappresentazione “fugace” del tempo, che non potrà non avere riflessi sul modo di intendere la durata delle cose, e delle relazioni… Da questo punto di vista, mi verrebbe da dire che le teorie sulla società dei consumi elaborate da Bauman possono essere estese fino al punto di dire che anche le relazioni personali e le informazioni stanno seguendo lo stesso destino delle merci e dei lavoratori…

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  8. carloesse
    13/01/2013

    Praticamente come Nina. Mai stato in FB. Su Cipcip mi sono registrato 6 mesi fa su invito di altri. Da allora mai scritto un tweet. Aperto raramente, ma mai letto uno che mi potesse interessare. Praticamente sono già espulso dal futuro. Spero che il presente mi tolleri ancora per un po’. Potrei sentirmi socratico per consolarmi nel frattempo. Spero funzioni almeno fino alla inevitabile cicuta.

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    • Paolo Zardi
      16/01/2013

      Ah ah! Commento bellissimo! Sì, speriamo che il presente ci tolleri ancora un po’ – ricordo quando una decina di anni fa andavo a programmare il videoregistratore di mio papà, uomo assai moderno che però non riusciva ad adeguarsi al nuovo che avanzava… ma dopo dieci anni vedo che se la cava bene lo stesso, e che riesce tranquillamente a vivere senza cellulare… il che significa che forse c’è un po’ di speranza anche per noi socratici! 😉

      Mi piace

  9. marina
    16/01/2013

    Condivido in gran parte ciò che dici, ma voglio aggiungere anche un altro modo di vedere la cosa. La scrittura ci fa compiere un minor sforzo di memoria rispetto alla tradizione orale così come ad esempio mia madre (pur sempre diplomata al classico) non ha mai scritto un elenco della spesa e si ricorda esattamente cosa deve acquistare, mentre io se non scrivo tutto non ricordo nemmeno dove abito 🙂
    Fatta questa premessa che vuole un po’ giustificare la visione di Socrate, dico che lo stesso vale per il cicaleccio in rete: è paragonabile ai contenuti mentali della popolazione che vi scrive. Se uno è deficiente, prima ancora che solo e triste, (deficiente nel senso che manca di contenuti da dire e ancor meno capacità-voglia di recepire qualsiasi cosa che gli comporti uno sforzo mentale) dirà sempre solo buon giorno, buonasera, coccolatemi ecc ecc e lo direbbe a voce se non esistessero più i computers, come le chiacchiere vuote e le frasi fatte che spesso si sentono al bar. Se uno ha dei contenuti li dirà in forma stringata o dettagliata secondo la piattaforma che avrà a disposizione. Diciamo che queste piattaforme ci mettono davanti agli occhi (proprio perchè restano scritte e registrate) la stupidità e i disturbi di una gran parte della popolazione mondiale (e non c’è da stupirsi se il mondo intero è in un grave stato di decadenza); stupidità e disturbi che esistono a prescindere dal mezzo di comunicazione che si usa. Ho trovato molto interessante questa tua dettagliata esposizione perché comunque non avevo mai esplorato questo aspetto!!!
    ciao, buona settimana

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    • Paolo Zardi
      16/01/2013

      Molto bella questa visione del “cicaleccio in rete” come rappresentazione dei contenuti mentali della popolazione! Credo sia proprio così – nel bene e nel male. E so che ci sono alcuni studi che cercano di interpretare Internet – le sue connessioni, la sua produzione di contenuti, la sua modularità – al cervello: a quando la produzione di un pensiero originale? E quando potremo parlare di autocoscienza di Internet? 😉
      Vado a copiare un aneddoto di Platone sulla scrittura come causa della perdita di memoria, credo che ti piacerà!

      Mi piace

  10. marina
    16/01/2013

    appena visto: ottimo : me gusta!!!!
    ciao a presto!!!

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Questa voce è stata pubblicata il 11/01/2013 da in Blog, Letteratura, Scienze, Scrittura con tag , , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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Vorrei un uomo che mi guardi con la stessa passione con cui io guardo un libro.

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