Grafemi

Segni, parole, significato.

Socrate ai tempi di Google

Qualche giorno fa, sulla spinta di motivazioni del tutto personali, ho scritto un post in cui parlavo della relazione tra scelte informatiche e caratteristiche dei contenuti prodotti con una determinata tecnologia. I commenti che ne sono seguiti hanno ampliato la questione, rendendola decisamente più interessante e meno accademica: si è parlato, tra le altre cose, di come l’evoluzione delle idee trovi sempre impreparate le persone che hanno costruito la propria visione del mondo su un sistema diverso – di come sia alquanto difficile separare il giudicato dal giudicante. In altre parole, chi è nato con Internet, chi è stato abituato fin da piccolo a comunicare istantaneamente con tutti, e a reperire qualsiasi informazione in tempi brevissimi, e con il minimo sforzo, giudicherà in modo diverso le nuove forme di comunicazione (tra le quali Facebook e Twitter) da chi, invece, è cresciuto tra libri, enciclopedie, telefoni in bachelite sopra il tavolino in ingresso e lettere che si perdevano in giro per l’Italia (ho 42 anni, ma ho fatto in tempo a passare le vacanze estive in un paesino dove l’unico telefono era quello del bar centrale, e ad avere una ragazza alla quale inviare lettere d’amore scritte a mano).

Questa resistenza al cambiamento, e la tendenza a vedere negativamente l’evoluzione di certe forme di comunicazione (comprese quelle che ora tendiamo a difendere) ha radici antiche: anche Socrate, per fare un esempio, considerava in modo negativo la scrittura, e la sua coerenza diventa esemplare se pensiamo che, in effetti, non ha mai lasciato nulla di scritto (analogamente a quanto si dice di Gesù). Se ora, nel 2013, conosciamo le sue idee, lo dobbiamo soprattutto a Platone il quale, per tutto il Medio Evo, era considerato il mero amanuense di Socrate (e non l’inventore, tra le altre cose, dell’amore platonico). Nel Fedro, Platone, che ha ancora memoria di un tempo in cui non esisteva la scrittura, è riportato questo dialogo tra Thamus, re dell’Egitto, e Theuth, ingegnosa divinità egiziana.

Su ciascuna arte, dice la storia, Thamus aveva molti argomenti da dire a Theuth, sia contro che a favore, ma sarebbe troppo lungo esporli. Quando giunsero all’alfabeto:

“Questa scienza, o re – disse Theuth – renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la sapienza e la memoria”.

E il re rispose: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità posseggano coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché, fidandosi dello scritto, richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di essi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno di essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”.

Due osservazioni al volo.

La prima è che il “potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento” potrebbe essere il motto di Google, o di Wikipedia: che tipo di conoscenza si possiede nel momento in cui è possibile accedere a qualsiasi informazione, indipendentemente dall’aver ricevuto o meno una qualche forma di insegnamento? Il percorso canonico di formazione di un adulto, fino a una ventina di anni fa, prevedeva che l’accesso alle informazioni andasse di pari passo con il crescere delle competenze dello studente: per fare un esempio, la consultazione dei testi nella biblioteca di ingegneria elettronica di Padova richiedeva una preparazione così sofisticata da far ritenere che dietro ci fosse l’intenzione di operare una selezione naturale (ricordo ancora i pesantissimi volumi con gli indici, i link da un articolo all’altro… era un Google fatto a mano). E’ abbastanza naturale, per chi ha seguito questo particolare percorso, ritenere che esso sia il più corretto, se non l’unico in grado di produrre “cultura” – ma ho il sospetto che questo giudizio si formi proprio grazie a una cultura di quel tipo. La rappresentazione delle informazioni, le modalità con le quali vengono acquisite, il tempo che intercorre tra la curiosità e la sua soddisfazione, la facilità con la quale un individuo medio può accedere alla conoscenza, non sono semplicemente l’oggetto di un eventuale giudizio, ma concorrono alla sua determinazione: esiste un “Google World” visto da chi è nato prima di Internet, ed esiste un “Google World” visto da chi è nato dentro a Internet. La correlazione che esiste tra l’estensione delle informazioni a un numero di persone semplicemente inimmaginabile fino a vent’anni fa, e la particolare cultura che ne emergerà, è innegabile, anche se in questo momento non siamo ancora in grado di coglierla. La stampa ha creato il romanzo e le enciclopedie: cosa creerà Internet? E sono convinto che Facebook e, in misura minore, Twitter, stiano modificando persino la definizione di sé – in che modo ci rapportiamo con gli altri, come misuriamo il tempo, come organizziamo le nostre relazioni – con un contributo analogo (e forse più pervasivo) a quello dato dal buon funzionamento del servizio postale del diciottesimo e diciannovesimo secolo.

La seconda, molto più banale, è che se Platone non avesse scritto questo dialogo contro la scrittura, ora nessuno conoscerebbe la sua idea al riguardo…

———————-

Post scriptum: cercando “Fedro” tra le immagini di Google, il settimo risultato trovato è la faccia di Fedro Francioni, uno dei protagonisti della terza edizione de “Il grande fratello”

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Socrate ai tempi di Google

  1. Pego
    16/01/2013

    Sono felice di esser capitato per caso in questo blog, offre buoni spunti di riflessione!

    Io studio ad un liceo, e quindi per età posso considerarmi un nativo digitale. Mi sono accorto, a volte a mie spese, che essere “nativo digitale” non significa avere la competenza di utilizzare gli strumenti tecnologici, peraltro in evoluzione più veloce pure di chi ci è nato assieme. Questo perchè, per loro propria natura, così diversa da quella dei libri, è necessario saper discernere tra fonti attendibili e vattelapesca.it. Questa distinzione evidentemente non risulta semplice a tutti e da ciò scaturisce un qualunquismo e la diffusione di banalità che fanno venire il mal di pancia.
    Resta da capire quanto l’organizzazione attuale della rete generi il qualunquismo e quanto invece sia il qualunquismo a generare la rete come la conosciamo oggi. Il mondo di internet, in fondo, non è prodotto da un’umanità molto più varia di quella che poteva scrivere un libro? Non è forse il vero specchio dei nostri pregi e difetti?

    Per non dare un’interpretazione solo negativa, che non credo esaurisca per nulla il problema, mi permetto di segnalarti il libro di Baricco “I barbari” e il discorso sempre di Baricco di cui la prima parte si può trovare qui http://www.youtube.com/watch?v=gejrNkGWjec
    Se ti potesse interessare, e il video è piuttosto lungo, mi sembra un punto di vista originale.

    Grazie per l’esempio di buon uso della rete che fai con il tuo blog 🙂

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    • Paolo Zardi
      17/01/2013

      Caro Pego,

      grazie a te per aver perso un po’ di tempo su questo blog, e per il tuo contributo. La tua osservazione mi pare particolarmente pertinente: la rete non è nata per caso, ma riflette una visione che probabilmente esisteva da prima. Ricambio il suggerimento (che coglierò il prima possibile) con la segnalazione del libro “Nexus” di Buchanan ( questo: http://www.ibs.it/code/9788804533337/buchanan-mark/nexus-perche-natura.html ) che mostra come in natura si presenti spesso una particolare struttura che l’autore chiama “rete debolmente connessa”, capace di descrivere l’hardware che fa funzionare Internet (hub, switch, ecc), la rete Internet (intesa come link che collegano tra loro pagine), il cervello (e le connessioni neuronali) e le reti sociali (spiega ad esempio i famosi “sei gradi di separazione”). Era stato scritto prima dell’avvento di Facebook, ma in effetti ne anticipa tutte le caratteristiche…
      Comunque sono proprio contento che un liceale sia passato da queste parti – ricordo bene quando avevo la tua età, e devo dire che di quel tempo rimpiango, oltre a un certo idealismo, la sensazione che il nostro compito fosse, sostanzialmente, quello di imparare – che molte persone si preoccupassero di come renderci migliori.Tra una decina d’anni, ti accorgerai come, da un certo in punto in poi, ti verrà chiesto di restituire tutto,e con gli interessi! 😉
      Un abbraccio, e a presto!
      Paolo

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  2. marina
    16/01/2013

    esatto in gran parte!!!! Ma credo che, a dispetto di tutto, l’invenzione di internet per l’umanità rappresenta un salto paragonabile all’invenzione della scrittura. Avere molte informazioni non sarà come avere una formazione ma fa risparmiare quel 90% di tempo che occorre a procurarsi da soli queste informazioni e quindi di impegnare la mente in operazioni prevalentemente creative e critiche. Insomma sarebbe come dire che ora che esistono le auto perderemo l’uso delle gambe. Per inciso io ho 54 anni ed ho iniziato ad usare il pc a 35 quindi non faccio parte di quelli nati già con il pc… ma non posso fare a meno di giudicare con grande entusiasmo la rete!!!

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  3. Nina
    17/01/2013

    Mi fa piacere che torni sul tema perché dopo aver lasciato il mio commento al precedente post mi erano venute in mente altre cose che avrei voluto condividere:
    che l’uso di nuovi mezzi arricchisce nella misura in cui non soppianta le modalità precedenti ma si aggiunge ad esse: usare internet sapendo usare le parole, recitare una poesia a memoria, scrivere una lettera (penna o tastiera è lo stesso), fare una divisione senza calcolatrice… Insomma, se il più facile ci rende meno competenti ci frega, viceversa, come dice Marina, ci fa risparmiare un sacco di tempo e aumenta le nostre potenzialità.
    Un altro pensiero (a lato) che mi ha occupato a lungo e per questo approfitto per condividerlo è che Socrate, Gesù e altri che conosciamo da testimonianze altrui vivevano pienamente il proprio presente senza sentire la necessità di lasciare traccia di sé, cosa che mi pare essere in un certo senso la “condanna” di chi vive il nostro tempo.
    Ciao!

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Questa voce è stata pubblicata il 16/01/2013 da in internet, Politica, Scienze con tag , , , , , , .

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