Horror vacui

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Sabato 1 dicembre 2012 è morto Osvaldo Paniccia: lo apprendo in uno dei siti più inquietanti e originali nei quali mi sia imbattuto, cioè “Il morto del mese”, uno spazio nel quale vengono censite, giorno per giorno, le dipartite di personaggi più o meno famosi allo scopo di eleggere, tramite giuria popolare, il (appunto) morto del mese. Lo spirito macabro di questa iniziativa è compensato da alcune osservazioni particolarmente brillanti, e talvolta feroci, soprattutto nei  confronti di chi vota.

Osvaldo Paniccia non è un uomo celebre – si trova a gareggiare con personaggi del calibro di Rita Levi Montalcini, Riccardo Schicchi, Normam Schwarkopf e Febo Conti – ma la sua storia merita di essere raccontata. Osvaldo era un pittore, con la sfortuna di essere nato in un’epoca in cui la pittura non ha più alcun valore, se non quello assegnato da case d’asta o gallerie d’arte, secondo dinamiche del tutto sconosciute. Chi sarebbe in grado di spiegare perché una di queste due opere (e soprattutto quale delle due) vale qualche milione di euro, e l’altra meno di cento?

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righe

In questa assenza di parametri estetici condivisi, è possibile spacciare non solo delle croste per dei capolavori, ma soprattutto dei giudizi privi di alcuni significato in analisi stilistiche di senso compiuto. Un amico, che di lavoro fa il copywriter, mi raccontava di come avesse dovuto, un giorno, scrivere il catalogo di una mostra d’arte di un architetto del quale non sapeva nulla; la richiesta che aveva avuto era stata molto dettagliata: fa’ che sembri una roba seria. La cosa tragica è che il risultato è stato apprezzato da tutti. Anni fa – più di trenta – vendevano un giocattolo che si chiamava Tubolario: era composto da sette cilindri che ruotavano attorno a un tubo; su ciascuno di questi cilindri erano scritte dieci frasi: allineando a caso i cilindri, ne usciva sempre una frase di senso compiuto.

Tubolario

Il signor Tubolario dell’arte italiana si chiama prof. avv. Andrea Diprè – un tizio con lo sguardo da faina (il cui titolo di avvocato lo mette al riparo da aggettivi più coloriti) che per anni ha presentato migliaia di artisti, e i loro innumerevoli quadri, su piccole tv locali, sprecando, per ciascuno, i più tubolarieschi aggettivi. In cosa consiste il guadagno di tanta fatica? Amore per l’arte? Probabilmente no, come spiega bene questo post molto accorato, scritto da una delle tante persone ingannate da Andrea Diprè: in pratica, con false promesse, l’avvocato (questo è quanto sostengono le sue vittime) chiede soldi ad artisti, o presunti tali, che, in buona fede, pensano di avere davanti un critico d’arte serio e appassionato, e non con una specie di venditore di pentole. Niente di nuovo sotto il sole: Diprè ha fatto suo il trucco delle famigerate case editrici a pagamento che, facendo leva sulla fragile vanità di chi si avvicina timidamente all’arte, scambiano il fine con il mezzo. Non è un reato, certo, ma di sicuro non si tratta delle attività più nobili.

Tra gli artisti scoperti dal nostro Diprè (che Lombroso avrebbe opportunamente classificato), c’era anche Osvaldo Paniccia, un gentile signore di Terracina che, ormai prossimo alla morte, viene intervistato dal critico d’arte, nella sua (di Paniccia) abitazione. Il video che ne è stato tratto è diventato ormai celebre, e ha spalancato a Diprè un nuovo mercato, che è quello dei casi umani: mentre prima il suo eloquio era tutto indirizzato all’esaltazione di banali croste, ora l’oggetto della sua retorica sono i pittori stessi, solleticati ancora di più nella loro vanità. In un mondo normale, e sensato, una simile attività sarebbe considerata repellente, o quanto meno disdicevole; ma già al tempo dei romani la gente amava vedere i cristiani mangiati dai leoni, e fino al secolo scorso le pubbliche esecuzioni erano uno degli spettacoli più attesi in ogni città. Il pubblico ama vedere la sofferenza, l’umiliazione, la morte – e in questo tragico video di Osvaldo Paniccia, abbiamo sofferenza, umiliazione e morte.

Ma talvolta, anche in simili aberrazioni, si può nascondere un frammento di verità, o di redenzione. Paniccia, che respira a fatica, osserva Andrea Diprè con un volto pieno di un orrore inspiegabile. Le poche parole che riesce a dire con un soffio di voce hanno il sapore del reale, del contingente, del vero, e si oppongono con feroce stridore al vuoto della retorica prezzolata di Diprè, che in taluni momenti stenta a trattenere crudeli risatine. In questo confronto impietoso, Osvaldo dapprima sembra soccombere, ma piano piano la sua umiliazione raggiunge livelli cosmici: assomiglia a uno di quei tori costretti a morire nelle corride, che oppongono al divertito dileggio del torero la propria sofferenza e la propria debolezza; ha la stessa potenza dell’uomo onesto e probo che, tralalalla tralalalleru, nella canzone “La ballata dell’amore cieco” di Fabrizio De Andrè, sconfigge, con la propria sconfitta, la vanità della donna che amava. La vittoria devastante e vuota di Diprè è un clamoroso atto di accusa contro il suo cinismo vile e bieco; e il povero Osvaldo, i cui quadri vengono soffocati da parole che non sono in grado di sostenere, ne esce come un eroe – il simbolo dei vinti, della loro dignità, e della loro ineludibile umanità.

Onore quindi a Osvaldoshame on Diprè!

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4 thoughts on “Horror vacui

  1. “”Paniccia, che respira a fatica, osserva Andrea Diprè con un volto pieno di un orrore inspiegabile.”” Falsissimo!!! Paniccia era ammalato e giustamente Diprè che è stato chiamato appositamente, ha cercato di presentare le opere e l’artista.

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