Racconto del sabato sera

cukotka

Tempo fa – credo siano passati ormai cinque anni – dopo una cena con alcuni amici blogger era uscita l’idea di un blog collettivo nel quale “buttare le nostre cose”. Iniziammo qualche settimana dopo, un po’ incerti – ma dopo qualche post a vuoto il più brillante di noi, il blogger il cui nickname era diventato un mito, Diego Vongolazzi, iniziò a scrivere una storia sui Milli Vanilli, il duo di cantanti di colore (non molto coloured, a dire il vero) che ottenne un grande successo agli inizi degli anni novanta, salvo poi precipitare nell’abisso di un disonorevole anonimato una volta che si scoprì che in realtà le voci non erano le loro.

La storia complessiva che ne venne fuori, a più voce, per quanto eterogenea (o forse proprio per questo), aveva un qualche valore – non escludo, prima o poi, di metterla qui, on line, cercando di recuperare i singoli autori (il primo capitolo, scritto da Vongolazzi, era questo). A margine, buttai giù anche questo raccontino, un po’ slegato nella forma, la cui idea poi riutilizzai in un altro racconto, questa volta fantascientifico, di cui si può sentire la versione audio qui.

L’ambientazione siberiana, o più precisamente nel Circondario autonomo della Čukotkanasceva dalla lettura del libro “L’anello di ghiaccio“, di Lionel Davidson che, quando lo lessi, nel mio periodo Grisham/Follett/Forsyth (tre autori che mi hanno traghettato dalla mia lobotomia letteraria post adolescenziale verso la maturità dei trent’anni), mi fece una gran bella impressione. Nel suo complesso, il racconto che ne è venuto fuori non è molto originale, ma è sabato sera, e sarò un pochino più indulgente verso le mie cose passate…

Tra la notte e il giorno

La si sente da lontano. E’ una sottile percezione che arriva dall’orizzonte, come un indistinto presagio; una mutazione dell’aria – pure i cani, la avvertono – o qualcosa di più nascosto. Si manifesta molto prima che il cielo inizi a mostrare l’impercettibile chiarore del sole che si avvicina ai bordi del nostro mondo.
Con la loro boria giovanile, Peter e Ivan frenano di colpo, alzando sbuffi di neve. Saltano giù dal gatto delle nevi e battono le mani, chiamandoci a raccolta. Noi ragazzi li vediamo attraverso i vetri ghiacciati della cucina, ed è come un richiamo: ci infiliamo i giacconi, il berretto, i guanti, gli scarponi e ci buttiamo in strada, scivolando sul ghiaccio, spingendoci tra le risate.
“Peter, l’hai trovato?”, grido, cercando di superare il fischio del vento. Non mi sente, ma la luce delle lampade illumina il traino: una serie di pali d’acciaio, legati tra loro, più lunghi di un metro, ed altre piccole aste metalliche, appoggiate, lì sopra. Penso: “Forse ce l’hanno fatta. Forse, hanno mantenuto la loro promessa.”

Erano partiti due giorni fa, portando con sé legna e carne e birra per il viaggio. Sono scesi lungo il fiume ghiacciato, veloci, prima che arrivi di nuovo il giorno, e finisca la notte – la notte che non finisce mai. E mentre si lanciavano nella loro corsa un po’ folle, ci hanno gridato: “Quando torniamo, vedrete il mondo!”
Il vecchio Andrej, che era lì con noi – era sempre con noi ragazzi, perché tutti i suoi amici erano già morti da un pezzo – ha biascicato, dondolando la testona: “Ma cosa vogliono fare? Cosa sperano di fare? Non basta una televisione, non basta!”
“Andreij, perché dici che non basta? Finalmente vedremo ogni cosa del mondo!” e già facevo fatica ad immaginare cosa potesse essere, il mondo, cosa potesse esserci oltre il cerchio che vedevo intorno a me, dietro agli alberi ghiacciati verso sud, dopo la distesa nera e liscia a nord. Chi potesse esserci. Ogni tanto arrivavano persone diverse da noi. I vecchi dicevano sono russi oppure sono americani: spesso avevano i capelli chiari, gli occhi e il naso grandi, ed erano alti, erano sottili. Non assomigliavano a noi Ciukci. Anche quello che dicevano: parole mai sentite.
“Serve anche l’antenna. Non basta la televisione.”
“L’antenna? Cos’è un’antenna?” ha chiesto il più piccolo di noi.
“Un’antenna parabolica” ha insistito Andreij, continuando a dondolare la sua testa “ e ancora non basta.”
“Antenna che?” ha chiesto ancora il più piccolo di noi, incuriosito dalla parola che non aveva mai sentito.
Ma Peter e Ivan erano già partiti con il loro gatto delle nevi, incuranti del freddo, dell’oscurità, della distanza, della paura che noi avevamo per loro, degli ammonimenti del vecchio Andreij.
In lontananza, da dentro al buio, si udivano ancora le loro risate piene di forza.

Siamo sul bordo della luce. L’apnea di sole sta finendo. Le strade ghiacciate inizieranno a diventare grigie, poi il fango, ovunque fango. Il chiarore che si diffonde lentamente per tutto il cielo – prima un accenno di alba sullo sfondo lontano, quindi l’aria che si fa lattiginosa, infine luce vera, con le ombre che tornano ad attaccarsi ai nostri piedi, che si distendono vicino agli alberi, lunghe e ancora chiare, quasi timide – ma sono pur sempre ombre, la nostra proiezione sul mondo. E torneranno i moscerini, si sentirà di nuovo il rumore degli aerei ad elica che passano sopra il nostro minuscolo paese di baracche e magazzini. I gatti della neve torneranno nei loro garage.

Io e gli altri ragazzi spostiamo le cataste di legna ghiacciata dal centro della nostra piazza improvvisata – lo spazio tra le case prefabbricate. Ivan monta sul gatto della neve, lo mette in moto, si sposta lentamente, e ci lascia il carico in dote. Stiamo attenti a non lacerarci i vestiti, o le mani, con i bordi taglienti dei tubi d’acciaio.
Con l’aiuto di Peter, iniziamo a fissare i vari pezzi di ferro; Ivan, intanto, costruisce una base di legno con un foro al centro – con venti gradi sottozero, ogni operazione risulta pesantissima. Sento il sudore sotto il berretto – se me lo tolgo, in pochi secondi avrò i capelli ghiacciati.

E’ tutto pronto. L’antenna. E’ alta quattro metri. Spinge la sua cima dentro al cielo nero, dentro alla notte che ci sovrasta. Il vento si è un po’ calmato, ma ancora ne agita la punta. Questo è il nostro dito verso il mondo: finalmente lo potremo vedere. E il giorno sta per tornare, sta arrivando la luce, che non ci lascerà per mesi e mesi. L’inizio di un’alba che durerà settimane.

Dal quel totem di metallo e legno parte il filo che arriva fino alla baracca di Ivan. Lì dentro, la televisione. Ci spingiamo per poter entrare.
Ivan accende quella scatola grigia – la sua luce azzurra illumina i nostri visi, ma si vedono solo righe che si muovono, rapidissime.
“E’ questo, il mondo, Ivan?” chiedo, un po’ ridendo.
“Forse sì”, anche lui ridendo.
Fuori Peter è arrampicato sull’antenna, sposta le aste orizzontali, orientandole. Grida: “Così? Si vede?” e noi, da dentro: “No, solo righe”
“E così?”
“Nooo, non ancora!”
Intanto il vento ha ripreso a soffiare. Ora viene da sud. Quasi caldo.

Finalmente la luce. Non ci sono più righe, ma corpi, forse visi, e suoni.
“Corri Peter, corri, si vede il mondo!”
Ci stringiamo intorno alla luce. In mezzo ad una folle danza di puntini bianchi – come una tempesta di neve – si intravedono figure, spettri che si agitano. E si sentono suoni, dietro ad un frastuono confuso e bianco. Guardiamo bene, cerchiamo di indovinare. Ci sono persone che ballano. Ancora diversi da noi, ma anche diversi dai russi e dagli americani. Hanno la pelle scura, e i capelli lunghi, raccolti in lunghissime treccine. Sono molto alti, e saltano, si muovono insieme, cantano. Hanno voci bellissime, per quello che capiamo. E noi non resistiamo: goffi nei nostri giacconi, pesanti con i nostri scarponi, iniziamo a ballare. Insieme a tutto il mondo. Chissà se ci vedono anche loro.

Il mondo, là fuori, è pieno di sole. Le ombre sono piccolissime. Le ragazze possono andare in giro in costume. I due ragazzi che cantano indossano solo una maglietta, che mostra le loro braccia muscolose. Ci sono tante macchine. Tutti ballano, oltre il bosco nero. Tutti sorridono con denti bianchissimi e assolutamente regolari.

Poi compaiono delle parole: “Ehi, chi sa leggere l’americano?”
Si avvicina il vecchio Andreij, attacca i suoi occhi allo schermo.
“Cosa dice? Cosa dice?”
“Sono russi, anche questi”
“Russi? Così scuri?”
“Russi. Millic Vassili, scrive.”
“Millic Vassili? E che razza di nome è?”
“Vanilli. Ho sbagliato. E’ Milic Vanilli. Saranno italiani.”

Di nuovo buio. Mentre fuori inizia il primo, pallidissimo, cenno di alba, la televisione torna ad essere scura.
“Già finito?” chiedo.
“Il vento ha tirato giù l’antenna. Sulla baracca dei gatti della neve. Ci sarà un po’ da lavorare.”

Il sole è arrivato. I cani hanno smesso di agitarsi. Andreij ha superato anche questo inverno, come ha fatto con tutti gli altri. Gli aerei hanno ripreso a volare, e noi da qui in basso li salutiamo mentre passano: chissà come dobbiamo sembrare, visti da lassù, noi poveri Ciukci, gli ultimi superstiti del popolo delle nevi.

L’antenna, nessuno ha più avuto il coraggio di tirarla su. Ogni tanto accendiamo la televisione: vediamo la neve, le righe, un nulla confuso. Dei Milic Vanilli, i ragazzi scuri con le treccine lunghe, non abbiamo avuto più notizie. E forse non ne avremo mai. Perché, in fondo, il mondo è tutto qui: due persone che ballano insieme, per un po’. Poi, il buio.
Fine della trasmissione.

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8 risposte a "Racconto del sabato sera"

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  1. Bello 🙂 Mi piace l’ambientazione e il modo in cui l’hai gestita, e pure l’uso del presente.
    Peraltro proprio in questo periodo mi è capitato di leggere alcuni libri ambientati nel Nord più Nord, quindi… cade a fagiuolo 😉

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  2. Formidabile, questa ambientazione che sa di ombra ghiacciata. E come suona tristemente ironico quel “mondo” conosciuto attraverso la televisione.
    Poi devo dire che Diego Vongolazzi è un nome geniale.
    E che i Milli Vanilli mi hanno ricordato una cosa, che ti racconterò quando vengo a Padova. 🙂

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