Grafemi

Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – un racconto di Simona Castiglione

Ho conosciuto Simona Castiglione attraverso il suo libro di racconti “La mente e le rose” – una delle cose più interessanti che mi è capitata di leggere negli ultimi anni. Insieme, nel 2012, abbiamo organizzato e tenuto un “corso di scrittura” che ha portato alla realizzazione di una raccolta a mio parere molto valida, e che spero, prima o poi, possa confrontarsi con il mercato editoriale. Pur partendo da premesse molto diverse, ho l’impressione che spesso le nostre scritture, e il nostro modo di vedere la letteratura, finiscano per avere qualcosa in comune. E’ dell’ariete, o del sagittario – insomma, ha un segno zodiacale. E ha scritto un romanzo molto bello che mi auguro esca a breve.

Questo racconto è un inedito assoluto.

La mère berbère

Di Simona Castiglione

1.

«No, non nello stesso posto, Richard. Un qualsiasi villaggio berbero sull’Atlante andrà bene. Ci saranno le stesse atmosfere, ma non rischieremo di essere assaliti dai brutti ricordi o d’incontrare qualcuno che conosciamo».
«Annette, stai parlando di tredici anni fa, chi vuoi che si ricordi di noi?»
«Sono io che mi ricordo tutto. Fin troppo bene. L’edificio di mattoni rossi in mezzo alle casette in terra battuta, la scritta giallastra Hôtel des Orphelines, i bambini distesi per terra, mezzi nudi, tormentati dalle mosche – e il dolore straziante quando abbiamo dovuto portare indietro Akziz. Aveva solo sei mesi»
«Akziz era macrocefalo, Annette, sarebbe morto di sicuro in poco tempo. Potevamo accorgercene prima di portarlo via con noi, ma lì dentro era talmente buio; ce l’hanno messo in braccio avvolto in un panno. Tu dicevi che sembrava Gesù bambino»
«Aveva solo sei mesi» ripeté Annette, poi spense la luce del comodino, sistemò i cuscini e girò la schiena al marito.
Richard sperò che si addormentasse subito, ma dopo poco intuì nella penombra un pianto sommesso. Guardò le spalle di Annette muoversi su e giù seguendo il ritmo dei singhiozzi. Avrebbe potuto stringerla e consolarla – l’aveva fatto tante volte – avrebbe potuto dire “Akziz era malato, ma Jasmine è stata la nostra fortuna. Non lo vedi come cresce forte e sana? Mina, il nostro fiore di cumino”, ma non lo fece. Quelle cose fra loro succedevano quando c’era ancora intimità, tanto, troppo tempo fa. Si voltò a fissare il led blu del suo telefonino in ricarica finché un pensiero non lo addormentò “domani si parte”.

2.

«Dammi retta, Tighza è il più vicino, i ragazzi non ne possono più e anch’io sono stanchissimo. Ho guidato per cinque ore e siamo in cammino da tre. Sta’ tranquilla, sarà cambiato tutto, non lo riconoscerai nemmeno tu»
Annette guardò il marito con la camicia sudata e i capelli – quei pochi che gli erano rimasti – appiccicati in testa, poi si voltò a fissare i suoi due figli adolescenti che trascinavano i piedi dietro di lei. Benjamin aveva il fiatone e gli occhi fuori dalle orbite e Jasmine era impallidita, quasi verde «mamma, fermiamoci ti prego, mi viene da vomitare dalla stanchezza, i piedi mi bruciano». Sembrava sul punto di scoppiare a piangere.
Annette acconsentì facendo ondeggiare la corta codina di capelli biondi. La decisione ormai era presa, evidentemente era destino, d’altronde anche lei aveva una cosa da fare a Tighza, che non era più il caso di rimandare. Difficile immaginare che avrebbe avuto altre occasioni di tornarci.

3.

Nulla era cambiato. Richard se ne accorse appena imboccarono la stradina che portava al villaggio, mentre passavano di fianco alle case rurali che sembravano disabitate e ai campi popolati da greggi di pecore e dromedari. Avrebbe giurato che ci fossero le stesse donne di tredici anni prima, sedute per terra, le lunghe mani scure adornate di strisce e volute rossastre, a cardare la lana o a impastare masse di farina su assi di legno. Cominciò a preoccuparsi per Annette; la guardò e si accorse che era accesa da una nuova luce, come se un demone berbero si fosse impadronito di lei. Richard conosceva perfettamente il nome di quel demone. Appena Annette vide la scritta Hôtel des Orphelines scattò in avanti «Io resto qui. Voi fate un giro». Richard vide la moglie dirigersi con passo meccanico verso l’edificio.
«Che puzza terribile.» disse Mina «Mi aumenta la nausea».
«È la cacca dei dromedari» fece Ben «non vedi quanta ce n’è per strada?»
«Che schifo!» strillò la sorella, lascandosi sfuggire un mezzo sorriso divertito. Poi entrambi si guardarono in giro in cerca di qualcosa da esplorare. Richard disse loro «Andiamo a vedere i dromedari da vicino?». Vide la massa di capelli bruni di Jasmine e la nuca rossiccia di Benjamin allontanarsi in direzioni opposte, allora gridò «Ci vediamo all’orfanatrofio fra un paio d’ore al massimo». Non ottenne risposta.

4.

Benjamin si diresse verso il piccolo suk che attraversava la strada principale, immerso nella sua musica. Con i Massive Attack sparati a palla nelle orecchie tutto diventava sopportabile, addirittura bello e colorato. Scovò un angolino da cui si poteva godere una vista completa della piazzetta del mercato, si sedette sul bordo di un vecchio carretto che aveva l’aria di essere abbandonato, tirò fuori dallo zaino fogli e matite e cominciò a disegnare. Ben era così, non amava scattare foto col cellulare come tutti i ragazzi della sua età, lui preferiva fare schizzi a carboncino, anche se gli costava più tempo e fatica. Era al primo anno della Facoltà di Belle Arti del Sussex e al corso di fotografia non si era neppure iscritto.
Con calma prese a osservare tutti i particolari statici della piazzetta: i banchi dei venditori, il negozio delle spezie, i vecchi seduti per terra a fumare, i cani addormentati al sole. All’improvviso nel suo campo visivo entrò una figura in rapido movimento. Gli stava di spalle a non più di cento metri di distanza e si spostava saltellando da un banchetto all’altro. Aveva folti capelli ricci e bruni con riflessi mogano che brillavano al sole. Le sue gambe lunghe e diritte, fasciate da un paio di fuseaux bianchi sostenevano un sedere ampio rispetto alla magrezza dei fianchi, morbidamente disegnato, di perfetta rotondità. Un sedere da sorreggere a piene mani – pensò Benjamin.
Sospese il disegno e la guardò voltarsi di profilo offrendogli un naso lungo e dritto, senza setto, “come la torre del Libano che fa la guardia verso Damasco” si disse. L’occhio era largo e dolcemente ammandorlato, la carnagione color cannella mischiata a un pizzico di zafferano.
Quando la donna si voltò completamente verso di lui, Ben si tolse gli auricolari, alzò un braccio e sventolò la mano in segno di saluto, scacciando una vaga sensazione di disagio «ciao, stronzetta».
Jasmine fece una corsa verso di lui «Ben, quella vecchia là mi ha detto che i miei capelli sarebbero bellissimi tinti con l’henné. Me li tinge lei, se voglio. Che dici, me lo faccio fare? Oddio, a mamma e papà verrà un colpo»
«Cazzo, Mina, se è questo che vuoi fallo, e fottitene dei due vecchi. Sei grande abbastanza per fare le tue scelte, no?» le rispose il fratello, infastidito.

5.

Richard concluse che lì non c’era nulla per lui. Annette era entrata di gran carriera nell’orfanatrofio con una sola idea in testa, i ragazzi esploravano il villaggio per conto loro. Quel posto lo lasciava terribilmente solo. Infilò una stradina laterale e, dopo poche centinaia di metri, si ritrovò in campagna, vicino ai pascoli che circondavano il villaggio. C’erano pastori al lavoro e contadine che s’impegnavano a strappare alla terra arida quel poco che poteva dare. Ogni tanto, sul ciglio della strada, passava qualche donna col fazzoletto attorno al capo, abbigliata con i vestiti della campagna, dai colori accesi e lunghi fino ai piedi. Richard si ritrovò a pensare con un’intensità inaspettata a quelle donne. Una aveva la tunica rosa confetto e un fazzoletto candido che nascondeva agli sguardi una vistosa massa di capelli, le guance accese e gli occhi vividi mentre discuteva animatamente di qualcosa con un’amica più anziana, tutta in nero. Attraverso la veste s’indovinava molto bene l’altezza e la pienezza del seno e la curva ampia e rotonda dei fianchi. Richard pensò alle londinesi che mettevano in mostra le loro gambe bianco latte appena usciva un raggio di sole; avrebbero avuto molto da imparare da quelle donne tutte coperte, in quanto a sensualità. Alcuni mercanti seduti per terra attiravano la sua attenzione di vistoso uomo bianco sui formaggi freschi, sulle uova, sui rattrappiti frutti della terra. Altri vendevano terrecotte fatte a mano per cuocere i cibi. Richard ne ammirò la sinuosità delle forme. Ma non c’era nulla, veramente nulla che avrebbe voluto portare a casa da là.

Nulla tranne il suo fiore di cumino, naturalmente: lei era sua e sarebbero rimasti insieme per tutta la vita. Improvvisamente ebbe un’erezione, non di quelle che subiva al bagno la mattina, dove il bisogno di strusciarsi frettolosamente serviva soltanto a raggiungere un sollievo da un prurito quasi doloroso. Una vera, bella erezione da maschio vigoroso, che pretendeva un buco di carne scivolosa in cui infilarsi e spingere con forza sino a toccare il fondo.

6.

Annette entrò come una furia all’orfanatrofio, come se avesse dei diritti ineludibili, dei crediti da riscuotere. L’ampio salone dove i bambini giocavano era esattamente come lo ricordava: si sforzò di non dedicargli più di qualche occhiata. Finalmente vide una donna alta, vestita di bianco da capo a piedi; un cartellino con una luna verde riportava il suo nome e cognome. «Madame Kella,» le si rivolse col suo ottimo francese, appreso a Oxford (una laurea sprecata, tutto sommato, ma che le era tornata utile quando aveva dovuto occuparsi di ottenere i documenti per l’adozione internazionale) «mi spiace disturbarla, ma ho bisogno di chiederle una cosa. Mi chiamo Annette Jenkins: tredici anni fa io e mio marito Richard siamo stati qua e abbiamo adottato una bambina di tre anni, Jasmine. Non pretendo che lei si ricordi di noi, vedo che è molto giovane – probabilmente lavora qui da poco – ma spero che possa darmi l’informazione che cerco». La giovane donna annuiva, Annette non era sicura che capisse completamente quanto lei andava dicendo, ma continuò «Vede, prima della bimba ci era stato assegnato un neonato, Akziz, che però abbiamo dovuto riportare indietro dopo qualche giorno perché era molto malato. Aveva bisogno di cure specifiche e in quell’epoca io e mio marito non eravamo in grado di assicurargliele, né dal punto di vista economico né da quello psicologico, mi capisce madame Kella?». La donna annuì nuovamente, con energia questa volta, e sorrise. Annette tremando rispose al sorriso e concluse il suo fiume di parole «Ecco, ora siamo tornati per far vedere a Jasmine il suo paese di nascita, e io ci terrei tanto a sapere che fine ha fatto Akziz, se è sopravvissuto, se sta bene, se magari è stato adottato da un’altra famiglia… può dirmelo lei?». La donna allargò ancora di più il sorriso, le fece cenno di attenderla là e imboccò una scala lunga e stretta che portava alle camerate – Annette lo sapeva bene. Attese circondata da bimbi che giocavano in un silenzio irreale, soltanto uno – avrà avuto sei anni –la fissava e cantava al suo indirizzo un ritornello incomprensibile che conteneva la parola maman. Dopo un tempo che ad Annette sembrò insopportabilmente lungo, la donna tornò nel salone seguita da un ventenne biondo, con larghi occhi chiari, anche lui vestito di bianco. Sul cartellino spiccava il suo nome: Akziz. La donna si rivolse a lei in un francese stentato «Lui è Akziz, era un piccolo dei nostri, non è stato mai adottato e da grande ha scelto di diventare un assistente qui, all’orfanatrofio». Annette guardò il giovane dal volto radioso incredula «lei non capisce, signora, l’Akziz che cerco io adesso avrà al massimo dieci anni. La prego, non può controllare negli schedari se vi è rimasta qualche traccia di lui, se…». S’interruppe, aveva detto le ultime frasi in inglese, ma Kella continuava ad annuire e a sorridere e altrettanto faceva il grande Akziz. «Voi non capite. Non mi capite…» aggiunse in francese, mentre una lacrima era sul punto di perforarle l’occhio destro. Kella e Akziz sorrisero con ancora più convinzione.

7.

Jasmine entrò nella casa scura della nonnetta dell’henné, che con tocchi leggeri e sapienti cominciò a impastarle i capelli, ciocca per ciocca, dalle punte alle radici, con un fango verde dall’odore forte. La ragazza, intanto, si guardava attorno: tredici anni prima era stata portata via da quel villaggio da Annette e Richard, avrebbe voluto tornare indietro con la memoria ai suoi primi tre anni di vita, ma non c’era verso. Il tempo passato a Tighza era seppellito troppo in fondo nella sua coscienza. Ogni tanto le era accaduto, nel dormiveglia, di avvertire una carezza lieve e profumata di spezie sulla fronte o sui piedi. Ma in quel momento tutto ciò che la circondava le appariva estraneo, esotico, non c’era nulla di familiare, non sentiva “la voce del sangue”. Seguendo il filo dei suoi pensieri girò gli occhi distrattamente per seguire un sospiro che proveniva dal fondo dell’ampia camera che la ospitava; nella penombra scorse una donna non più giovanissima, accomodata su dei cuscini per terra, che allattava un bimbo dai ricci fitti. Il bambino era enorme, avrà avuto più di un anno. Quando si stancò di succhiare dalla mammella della madre, le si abbandonò in grembo rilassato, si voltò verso Jasmine e le scoccò un ampio sorriso mostrandole una dentatura ormai completa e un rivolo di latte lungo la guanciotta piena. La donna aveva un volto spiegazzato dal sole ma ancora scolpito nei contorni. Con dolcezza, mormorando parole dal suono ipnotico, convinse il bambino a voltare la testa verso di lei e a succhiare un altro po’ di latte. Jasmine pensò che le sarebbe piaciuto tornare neonata per ciucciare latte tiepido dalle vaste mammelle della donna e poterle fissare il volto ancora a lungo, inebetita.

8.

L’aereo di ritorno impiegava tre ore e quaranta, senza scali. Dopo lo splendore della primavera marocchina, tornare a casa sarebbe stato fastidioso – si disse Annette – i suoi dolori reumatici ne avrebbero risentito. Appena aveva messo piede in Africa, il male alla cervicale era scomparso. Avevano decollato solo da venti minuti e già le sembrava che stesse tornando. Raddrizzò la schiena che si andava infossando nel sedile dell’aereo e guardò i suoi familiari. Richard leggeva un saggio sulla finanza etica, Ben catalogava i suoi disegni, Mina rimirava, in uno specchietto da trucco, i suoi nuovi capelli rosso fiamma. “È ancora presto” pensò “per sapere per cosa è portata. Evidentemente le lezioni di pianoforte non facevano per lei”. Questo pensiero la tranquillizzò, insieme al fatto che Jasmine aveva sedici anni, ma era come ne avesse tredici “I primi tre anni della sua vita li ha praticamente saltati”. Strinse la mano a Richard che ricambiò e tornò ancora a guardare Jasmine che sorrideva – i denti bianchissimi – alla propria immagine riflessa nello specchio.

Simona Castiglione è nata a Catania ma è nordestina d’adozione da parecchi anni. Ha lavorato a Milano per le principali case editrici. Attualmente insegna italiano e storia alle superiori. Nel 2009 ha esordito con la raccolta di racconti La mente e le rose, Transeuropa edizioni; da allora ha pubblicato diversi racconti per antologie (MadreMorte, Transeuropa; L’occasione, Galaad editore; Serenate al chiaro di luna, edizioni Mazza; Storie di martiri, buffoni e giocatori, CaratteriMobili). Per la rivista Nuova Prosa (Greco & Greco ed.) ha curato una raccolta di: “Racconti erotici al femminile con ospite maschile”. All’interno della raccolta è presente un suo racconto dal titolo Principessa Cenerentola. Ha pubblicato per riviste, giornali e blog letterari (Primo Amore, Doppio Zero, La Stampa). Recentemente ha pubblicato, con il gruppo di scrittori Zaratanclan, il romanzo cooperativo Lavoricidi Italiani (Miraggi edizioni). Ha un romanzo in uscita.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “L’inserto del lunedì – un racconto di Simona Castiglione

  1. carloesse
    21/01/2013

    Gran bel racconto. Gran bella scrittura.

    Mi piace

  2. Paolo
    21/01/2013

    Un ottimo racconto dove si mescolano atmosfere antiche e recenti e storie molto umane.

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  3. nicomaz
    22/01/2013

    Un racconto forte e allo stesso tempo delicato, come lo sono i viaggi nei ricordi. La bellezza della scrittura e dell’ambientazione riscaldano il cuore. I miei complimenti all’autrice.

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  4. rolentola
    22/01/2013

    Bel racconto. Così ben scritto che in quel villaggio berbero, per un po’, mi è sembrato di starci dentro.

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  5. marina
    27/01/2013

    molto bello e colorito questo racconto!

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Questa voce è stata pubblicata il 21/01/2013 da in Inserto del lunedì, Racconti, Scrittura con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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