Grafemi

Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – un racconto di Giovanni Venturi (e riflessioni sul selfpublishing)

Giovanni Venturi è un autore che ha deciso di scegliere la strada dell’autoproduzione, o selfpublishing, cioè di proporre le proprie opere senza l’ausilio di un editore. Il tema è particolarmente affascinante, perché parla del futuro dell’editoria. Da un punto di vista storico, l’editore nasce come stampatore conto terzi, e solo successivamente – diciamo intorno al settecento – assume il ruolo di “selezionatore di libri”, facendo valere gli investimenti messi in campo, che gli autori non erano in grado di sostenere. Ma è evidente che la rivoluzione digitale, che ha già modificato il modo stesso di concepire la fruizione della musica, potrebbe (il condizionale è d’obbligo) modificare il modo con il quale si scrive, si produce, e si legge un libro.

Può essere interessante, quindi, conoscere il parere diretto di chi, dopo aver messo in piedi una raccolta di racconti, sceglie la strada dell’autoproduzione (cosa ben diversa dall’editoria a pagamento, che gli inglesi chiamano più correttamente vanity press).  Nel caso del selfpublishing un autore decide di confrontarsi direttamente con il mercato del libro, senza intermediari: no editor, no editore, no distribuzione, no librerie. Per farlo, confeziona un file epub, compra i codici ISBN, contatta gli store più diffusi, decide il prezzo, l’eventuale campagna promozionale, ecc. Il rischio più grande che corre chi sceglie questa strada è la condanna all’anonimato – condanna che, però, colpisce la stragrande maggioranza degli autori che pubblicano per grandi case editrici (un caso che mi viene in mente è il silenzio, a mio parere colpevole, che ha accompagnato l’uscita di un ottimo libro, Le sette vite dell’amore di Carla D’Alessio); il secondo rischio è quello della pubblicazione incontrollata da parte di autori con poco da dire, o non ancora maturi.

L’inserto di oggi, dedicato a Giovanni Venturi, è “doppio”, perché presenta sia un racconto che consente di valutare il suo talento, sia una breve descrizione molto pratica della sua esperienza di autoproduttore. E devo dire che questa volta sono davvero curioso di conoscere il parere di chi leggerà i due pezzi.

RICORDI

di Giovanni Venturi

Sono tornato ieri. Fa freddo, molto. Tutto è cambiato. Mi sento un estraneo. Oramai il tempo ha stravolto luoghi ed emozioni, ma il vecchio bar di Salvatore è ancora lì che mi attende. Proprio come ai vecchi tempi.
Avevo diciotto anni l’ultima volta che ci ho messo piede. Sembra un secolo fa. Tredici anni in giro per il mondo sono tanti. Gli ultimi due mi sono fermato a Dublino, ma ora sono di nuovo qui. Si parte da un luogo e alla fine si torna sempre al punto di partenza.
L’ambiente è diverso, ma la disposizione è rimasta grossomodo la stessa. Il tepore che avverto appena varco la soglia della porta mi invade in ogni parte del corpo. È come se fossi appena uscito dalla doccia dopo una giornataccia.
«Michele!»
Salvatore mi ha riconosciuto.
«Ciao.»
«Quanto tempo! Non sapevo se stavo fissando uno spettro o meno.»
Sorrido e poi lui inizia a parlare come faceva una volta. Mi trasporta indietro nel tempo.
Quando la sera volevo starmene per conto mio venivo qui. In questa strada buia illuminata solo dall’insegna di questo locale. Come adesso. È molto affollato perché è l’unico aperto a quest’ora. Il solo posto vivo nei dintorni. Ora c’è anche la musica. Un complesso di giovani canta canzoni a me sconosciute.
Noto un ragazzino che va in giro di tavolo in tavolo. È castano e ha gli occhi verdi come me. Una cosa che non passa inosservata. Tutte le ragazze sono sempre impazzite per il mio sguardo.
Ha un giubbotto leggero, forse estivo. Mancano alcuni giorni a Natale e fuori c’è la neve. Sono le undici. Come mai un ragazzino così piccolo va in giro da solo in questa parte della città?
È magrissimo. Guarda tutti in modo curioso. Passa da un tavolo all’altro. Solo dove ci sono adulti soli che bevono. Alcuni lo cacciano come se avesse la peste. Pian piano arriva anche da me nell’angolo. Mi dà la sensazione di un’anima in pena, forse mi confondo con il ragazzino che ero.
Mi chiede qualche spicciolo, ma io non lo mando via. Non c’è nulla che questa città possa offrire e forse lui ha davvero bisogno di soldi.
«Mi servono per una birra» mi spiega.
Lo guardo meglio in viso. Ricordo che anch’io andavo raccogliendo monete.
«Salvatore, ci porti due cioccolate calde?»
Il ragazzino si siede al tavolo.
«Grazie.»
«Quanti anni hai?»
«Quasi dodici.»
Anche se oggi i tempi sono cambiati e i ragazzi sembrano già uomini, lui è ancora un bambino. Ha parlato a bassa voce senza fissarmi, indeciso se dirmi o meno l’età.
Mentre attendiamo la cioccolata ci fissiamo. Non mi parla. Eppure il suo silenzio comunica. Ha un viso così familiare. Mi ricorda qualcuno, ma non saprei chi.
Finalmente arrivano le tazze fumanti e i biscotti.
Si mette a piangere in silenzio.
«Cos’hai?»
«Nulla sono un po’ stanco… Io…»
«Prendi la cioccolata, dai… Tua madre dov’è?»
«Lavora fino a tardi. La vedrò domattina.»
«Tuo padre?»
Ancora silenzio.
«Non c’è. Non so chi sia.»
Ho lavorato spesso coi ragazzi, sono stato animatore, volontario, allenatore di calcetto, mi sono trovato in situazioni difficili, ho conosciuto assassini ancora minorenni, ma questo bambino è diverso. Ha il viso affranto, triste. Si nasconde sotto il suo giubbotto logoro e leggero. I suoi capelli sono scompigliati e sporchi. Ha un piccolo livido sotto l’occhio.
Alla sua età un padre ce l’avevo, anche se ora non mi ricordo più di lui.
Prende da una tasca una foto, poi mi fissa.
«Vuoi vedere mia madre?»
Annuisco.
Sulla foto un po’ sgualcita c’è Francesca. Il passato ritorna e si fa sentire con tutta la sua intensità. La gita a Padre Pio! Sì, dovevo esserci anche io, anzi, ora che ci penso, questa foto l’ho scattata proprio io. La mia amata Francesca. Come dimenticare? Il giorno del mio diciottesimo compleanno sono partito per Madrid con la promessa di ritornare in sei mesi e poi non l’ho fatto più. Nessuno mi ha più visto in giro e io non ho più dato mie notizie.
Ora che so che è suo figlio non resisto. Gli dico che conosco sua madre, così lui mi chiede di raccontargli qualcosa visto che la vede poco. I suoi occhi mi fissano allegri, speranzosi. Ogni nuova informazione su di lei lo rende più felice. Restiamo nel calduccio di quell’angolo del bar a parlare per un’ora. Quando giunge per me il momento di andare, lui non vuole.
«Non ho le chiavi. Non mi faranno rientrare. Resta.» Continua a osservarmi in silenzio.
Se non avevo motivi per rimanere ancora in paese, forse ora un motivo c’è. Questo ragazzino ti assorbe. È un bravo ragazzo, vuole comunicare.
«Ho capito, forza, vieni.»
Vorrei chiamare sua madre, ma ha detto che non sa dove sia, così lo porto a casa con la promessa di riaccompagnarlo presto.
Cerco nei miei vestiti qualcosa per lui: un pigiama, delle magliette, dei calzettoni. Gli regalo il mio giubbotto. Si fa un bagno caldo e quando lo vedo a dorso nudo noto le sue costole e il suo viso così magro. Trema di freddo, così si sposta in direzione del termosifone, si volta e mi sorride.
«Grazie, papà.»
«Come?»
È una sensazione bellissima, ma non sono io suo padre.
«Ah, scusa, Michele.»
Sorrido.
«Sei buono con me e i papà sono persone buone.»
Gli lancio il pigiama. Lui l’afferra e noto che sul braccio destro ha una voglia di caffè. La stessa che ho io. Il viso ricorda proprio me. Me stesso a dodici anni. Un dubbio si insinua nella mia mente.
Esco e richiudo la porta. Il cuore mi martella in petto.
«Papà, esco subito… Scusa, volevo dire Michele.»
«Fai con calma. La pasta non è ancora pronta.»
Sono sgomento e felice assieme.
Lentamente le gambe diventano di burro. Mi accovaccio a terra tentando di trattenere lacrime di rabbia, lacrime di insicurezza e paura. Metto le mani tra i capelli. Sono confuso.

 

La mia esperienza con il selfpublishing

di Giovanni Venturi

Selfuplishing, detta anche autoproduzione, è una parola che non indica un modo di scrivere, ma una mentalità, un modo di essere e, forse, anche di vivere se uno ci crede fino in fondo.

Le autoproduzioni sono sempre esistite sin dai tempi antichi, e alcuni scrittori che oggi sono considerati dei classici della letteratura vi ricorrevano. Nell’epoca moderna sono soprattutto i musicisti e i videomaker che si dedicano all’autoproduzione delle proprie opere.

Ma cos’è l’autopubblicazione in ambito editoriale?

Io ho perseguito questa via imparando come si fa un e-book nel modo giusto, ho fatto leggere i testi dei miei racconti ad alcune persone competenti che hanno ben saputo indicarmi su cosa lavorare ancora, ho scelto il titolo, la copertina, comprato dei miei codici ISBN. Mi son divertito, insomma.

I codici ISBN si comprano presso un’agenzia. Possono essere anche esteri, ma per l’Italia io li ho comprati presso l’agenzia ISBN italiana (http://www.isbn.it/) indicando come “marchio editoriale” la persona fisica, ovvero il mio nome e cognome. La prima volta il costo è più alto perché c’è anche l’apertura del proprio marchio editoriale, che non è lo stesso di un classico editore, sia ben chiaro, con questi 10 codici (si vendono in questo numero quando editore e autore coincidono) si possono pubblicare testi editi solo da se stessi. Diversamente bisogna aprire una classica casa editrice, ma non si tratta più di selfpublishing.

Chiaramente con un editing professionale il testo sarebbe stato ancora migliore, ma gli editor non lavorano gratis: servono, ma non potevo permettermelo, non sapendo che impatto avrei avuto sul “pubblico”. E poi avevo voglia di capire il selfpublishing, anche perché sul cammino mi sono imbattuto in una serie di problemi non indifferenti.

Mi sono reso conto che in Italia non ci sono realtà a cui affidarsi per vedere pubblicato il proprio e-book in maniera impeccabile (non c’è confronto con gli store esteri dove prendono le cose con più serietà), così mi sono rivolto al servizio KDP di Amazon per la pubblicazione. In meno di 24 ore hanno messo on line i miei e-book. Ogni modifica all’e-book impiega tempi brevissimi per riapparire aggiornato on line (circa 8 ore). Poi mi sono rivolto a Kobo, iniziando a sperimentare il loro WritingLife (li ho aiutati a sistemare una serie di bug del sistema…), e mi ritengo soddisfatto, soprattutto dallo scorso Natale, quando Mondadori ha introdotto il lettore e-book Kobo sul mercato italiano. Mi sono sentito quasi emozionato, perché anche in Italia, forse, si inizierà a leggere e-book e ci sarà una concorrenza al formato proprietario di Amazon.

Avendo dei miei ISBN e un mio marchio editoriale non posso usufruire dei servizi italiani, ma questo l’ho capito dopo diversi grattacapi durati tre mesi e recessi vari a servizi di pubblicazione. Diversamente avrei potuto tenere lontano le problematiche usufruendo di un ISBN fornito dal servizio di pubblicazione, ma in quel caso sarebbero comparsi come il mio editore, cosa che non è vera, essendo solo un servizio di distribuzione e non un editore.

Ma, come dicevo, possedere il proprio ISBN fa la differenza. E un selfpublisher dovrebbe avere dei propri codici ISBN.

Il difficile è decidere quando è il momento di pubblicare. I miei racconti sono restati per otto mesi in fase di revisione e ripensamento. Mi sono fatto un po’ mille pensieri (lo faccio, non lo faccio, lo faccio, non lo faccio…), ho pensato quali testi rimuovere dalla raccolta e quali lasciare ugualmente. Volevo che si sapesse come scrivo, anche perché sarei dell’idea di pubblicare un romanzo dopo un editing con un professionista. Il passo dei racconti era la prima fase per farsi conoscere, ma non è stato tanto semplice e non ha prodotto quanto sperato. Se pubblicarsi è complicato, il difficile arriva dopo, quando ci si rende conto che nessuno sa e mai saprà che hai pubblicato un testo. Anche quando lo si sa molti ti bollano come lo sfigato che non ha trovato l’editore e che non sa scrivere, dimenticando i pessimi risultati di alcuni autori regolarmente pubblicati (a volte anche da grossi editori) che sono lontani dal livello qualitativo di certi autori Autopubblicati, sia come testi che come correttezza e formattazione dell’e-book.

Purtroppo c’è anche chi non ci pensa più di quindici secondi, e, appena finito di scrivere il testo, fa una rapida rilettura e pubblica. Non c’è niente di più deleterio per chi si autoproduce. È difficile metterci la faccia e lo è ancora di più far capire che il tuo testo ha una sua storia e che non è stato il frutto di qualche settimana: che non è una cosa su cui ci hai lavorato per noia e che pubblichi così, tanto per impiegare il tempo. E soprattutto il selfpublisher serio sa che praticamente non guadagnerà e che resterà più o meno un anonimo per sempre, con la differenza che ha avuto il coraggio di mettersi in gioco. Cosa che non farebbero mai gli autori pubblicati da Mondadori, Einaudi, Feltrinelli.

Il selfpublishing, come lo intendo io, è responsabilità, ma è anche un gioco, nel senso che si può pubblicare o meno, ma poco cambia se non ci si mette a fare gran pubblicità… e io non sono un pubblicitario, non so “vendermi”. Quindi in tal senso tutto ciò che ne viene va bene.

Se qualcuno si accorge di me, a volte nemmeno me lo dice. Non è scontato ricevere un commento.

Chiunque pensi che basti scrivere bene e formattare un e-book in modo ineccepibile per aver successo non conosce la reale natura del problema. Casomai è vero il contrario. E questo lo si capisce anche da come 50 sfumature di grigio, un testo che io considero pessimo, abbia scalato le classifiche del mondo vendendo 50 milioni di copie in 3 mesi. Questione di marketing.

La mia esperienza con il selfpublishing è stata decisamente traumatica e non so in futuro se ripeterla una terza volta, ma quei lettori che hanno interagito con me mi hanno reso felice, indipendentemente dal giudizio ricevuto che, mediamente, sembra buono.

I miei e-book

Il mio primo lavoro di autopubblicazione è la raccolta di 15 racconti “Deve accadere” (http://deveaccadere.info/) attualmente è in promozione in e-book a 1,99 euro anziché 2,99 su Kobo Store (http://goo.gl/LgSNb). Su Kobo/inMondadori è in formato standard ePub adatta a tutti gli e-book reader e a qualsiasi tablet Android e prodotto Mac (iPhone, iPad, Mac Book). Per chi ha il Kindle Amazon (ma vale anche per tablet Android e prodotti Mac), invece, può acquistarlo su Amazon (http://goo.gl/zkIjo) (per il Kindle non è ancora). Per chi è abituato esclusivamente al cartaceo, è disponibile anche su Lulu.com e su Amazon come indicato sul blog di riferimento.

Il mio secondo e-book è un racconto di circa 35’000 battute. Si tratta di “Viaggio dentro una storia” (http://giovanniventuri.com/category/pubblicazioni/viaggiodentrounastoria/), una storia onirica di un ragazzino di 11 anni che cerca di fare i conti con le sue paure attraverso delle scoperte che cercheranno di ricostruire i suoi ricordi. Può essere acquistato per 0,99 euro presso Amazon (http://goo.gl/E4k2Y) e presso Kobo/inMondadori (http://goo.gl/dmfDa / http://goo.gl/mTKk9).

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Chi è Giovanni Venturi

giovanniventuriIngegnere Informatico che usa/ama/odia Linux. Windows lo ha abbandonato 10 anni fa, una notte che era stanco di soffrire per vedere un banale DVD mentre il sistema si riavviava di continuo sempre nella stessa scena del film. Esprime emozioni viscerali, forti, molto emotive, cambia spesso idea, vorrebbe pubblicare per un grande editore, ma dati i fatti che si verificano quotidianamente crede che la miglior cosa sia scrivere per non pubblicare, come il pittore pazzo del film “Il mistero di Bellavista”, di Luciano De Crescenzo, l’arte non si vende, ma si distrugge. Dice continuamente di voler smettere di scrivere e di lasciarlo fare a chi lo sa fare meglio, ma poi si imbatte in pessime storie trovate in libreria e si redime, torna a scrivere e poi se ne pente di nuovo. In bilico tra amore e odio per la scrittura ha pubblicato 8 racconti per un editore romano, senza pagare nulla, e un capitolo di un romanzo a più mani. E, a luglio del 2012, pochi mesi prima della fine del mondo, il suo primo e-book indipendente.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

24 commenti su “L’inserto del lunedì – un racconto di Giovanni Venturi (e riflessioni sul selfpublishing)

  1. stravagaria
    28/01/2013

    Ho parlato di self publishing pochi giorni fa scrivendo del libro di Morena Fanti. Personalmente ormai leggo quasi esclusivamente ebook e i costi contenuti mi incentivano a sperimentare letture di autori poco noti o del tutto sconosciuti di cui si parla bene in rete.
    Aggiungo alla lista.

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  2. Marco Strazzi
    28/01/2013

    Complimenti a Giovanni Venturi. Per tutto.

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  3. Bizzarra
    28/01/2013

    Il blog l’ho trovato da me:)

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  4. lepaginestrappate
    28/01/2013

    Molto interessanti sia l’articolo che il racconto.
    Due osservazioni:

    1) Del mirabile editing.
    E’ vero quando dici che l’editing costa, ma… il non editing ripaga? 😉 Ultimamente ho provato ad accostarmi a volumi di selfpublishing e, a parte il problema di dover un po’ ravanarci in mezzo per trovare cose interessanti, nella maggior parte dei casi la mancanza di un editing mi ha fatto sospirare un infastidito “Mai più”. E’ vero, c’è gente che ci lavora un giorno e gente mesi interi, come dici tu, ma al di là delle più o meno frequenti sviste che si possono trovare leggendo, il problema spesso è oltre l’errore di una lettura, un verbo, una regoletta grammaticale. Il rischio dell’autore esordiente di sbaragliarsi su difetti stilistici improponibili e di non avere campane realmente critiche da sentire ricade poi su un rischio del lettore di acquistare un prodotto di qualità scadente. Io lettore non mi approccio in modo diverso a ciò che leggo a seconda della sua provenenzia (ossia più “buonista” perché è selfpublishing) né a seconda del prezzo (0,99 cents non significa più errori, per capirci): romanzi pubblicati e famosi hanno pessimi editing e infatti quelle case editrici mi perdono come clienti; ma attenzione alla scelta di buttarsi, perché se è vero che è un risparmio per l’autore, al lettore la cosa può non interessare minimamente.

    2) Della questione del palloso spam. O pubblicità.
    Dici bene quando parli di romanzi pubblicati e ugualmente sconosciuti, caduti nel baratro dell’indifferenza.
    E’ vero anche che, però, quando uno pubblica con un editore questo dovrebbe farsi carico della promozione del libro. E se è una casa editrice sufficientemente grossa ha i propri canali e consistenti mezzi.
    Alla fine la questione degli acquisti di un libro è lì che verte. In che modo il selfpublishing permette promozione? (Non è una domanda provocatoria, lo specifico).
    I gruppi facebook su cui ogni 3×2 gente spamma il proprio romanzo dall’aria al 99% tremenda, le mail non richieste, i tweet ossessivi fan venire l’orticaria, ormai. C’è l’annosa questione della pubblicità tramite blog, certo (che sperimento dalla parte di blogger che riceve sgarbate e arroganti richieste di recensioni in cambio di copie), ma il canale è comunque ristretto.

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    • Paolo Zardi
      29/01/2013

      Molto interessanti entrambe le osservazioni.
      Torno con più calma dopo, ma intanto:

      1) per quanto mi riguarda, l’editor inserisce un elemento dialettico nella realizzazione di un’opera: non è solo il correttore di bozze, ma un soggetto con il quale è possibile un confronto – un soggetto per certi versi estraneo (non è l’amico che dà una letta al tuo libro e ti dice “bello”), che pone domande e insinua dubbi. Dopo uno o due anni passati a scrivere in solitudine, si sente il bisogno di un confronto vero. Nella mia (piccola) esperienza, posso dire che il primo editor che ho avuto, cioè Angelo Biasella per “Antropometria”, mi ha, di fatto, definito come autore; Giulia Belloni per “La felicità esiste” mi ha dato consapevolezza; e Mauro Maraschi, pur lavorando su un solo racconto (quello contenuto in “Esc – Quando tutto finisce”), mi ha aiutato a risolvere alcuni problemi che mi portavo dietro da tempo. Ora sto lavorando con un’altra persona, di cui mi fido profondamente, e mi rendo conto di come difficilmente si può sostituire quella particolare visione esterna. Per quanto mi riguarda, dunque, l’editor non entra nell’atto della scrittura, che è necessariamente individuale, ma diventa indispensabile (o comunque decisamente utile) per la pubblicazione o, più in generale, per la condivisione. Non serve che sia un editor a pagamento: dovrebbe essere sufficiente trovare qualcuno abbastanza esterno da essere disposto a diventare l’antagonista dell’autore.. Michela Murgia diceva che l’editing di un libro assomiglia a una seduta da un dentista: fa un po’ male, ma quando si esce, anche se i denti sono ancora i tuoi, ti rendi conto di non avere mai avuto un sorriso così bianco.

      2) sulla promozione, non è detto che la grande casa editrice promuova i propri libri (il caso che riporto di Carla D’Alessio, uscita per Mondadori, collana SIS cioè la più prestigiosa, è emblematico). Concordo sulla nausea da promozione – facebook, twitter, blog (e non vedendomi da fuori, spero sempre di non essere uno dei tanti cyber-molestatori). Giovanni, da questo punto di vista, è decisamente sobrio!

      Sul tema dell’autoproduzione, comunque, consiglio l’ottimo http://www.bookrepublic.it/book/9788863691566-diario-segreto-di-un-autore-pubblicati-da-solo/ che, allo stato attuale, mi pare essere il discorso più lucido e compiuto sull’argomento.

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    • giovanni
      29/01/2013

      1) L’editing parte dai 600 in su per un romanzo, quando sei fortunatissimo. Un’amica editor mi chiese 350 euro per i racconti di cui sopra. E quante copie devo vendere per non andare in perdita? Tra l’altro i racconti non piacciono a molti, quindi la mia opera già parte con un mercato di nicchia, sono uno sconosciuto. È vero ho pubblicato 8 racconti in antologie per un editore romano, ma resto sempre uno sconosciuto. Avrei dovuto pubblicare almeno 3 romanzi con un editore per sperare di non essere uno sconosciuto. Poi un altro problema è il genere che non è tra quelli che tirano.
      Ho due romanzi finiti e visti e rivisti (ti parlo di 5 anni di lavoro), mandati al Premio Calvino, il secondo l’ho fatto leggere anche a due editori trovati per caso su twitter che (sono rimasco quasi scandalizzato visto che non ti dicono mai nulla) mi hanno dato dei feedback segnalandomi come miglioralo, l’ho fatto leggere a un amico scrittore, ma come vedi i romanzi sono ancora inediti perché non te la cavi con la lettura tua e di esperti, serve l’editor. Ma 12000 euro se li metti a terra e ti volti vedrai che rigirandoti sono spariti. Pubblicare in questo modo diveta quasi pubblicazione a pagamento. E io non scrivo thriller che pare vadano molto in voga e forse i 1200 euro li recuperi.
      Ma so anche bene che ci sono selfpublisher che fanno le cose molto male, a iniziare da copertine orrende per non parlare della forma del testo del libro. Mi sono capitati. Ho chiudo il libro dopo due pagine.
      Se uno storce il naso per un autore autopubblicato per qualche termine che secondo proprio giudizio non va bene posso sempre consigliare una serie di editori che non avranno più i miei soldi perché hanno prodotto cose molto molto molto peggiori, quindi attenzione al giudizio volutamente troppo critico. Anche perché in alcuni casi i selfpublisher superano la qualità di un editore medio. Soprattutto se il prezzo è abbordabile. Ci sono casi e casi. Ogni caso è diverso. È una storia a sé. Se vuoi cose scritte benissimo, basta leggere Einaudi, ma i loro e-book hanno DRM e costano troppo.

      2) In che modo? Dandosi da fare. Ho conosciuto diverse realtà editoriali non a pagamento che si limitavano a stampare il tuo testo e poi il resto devi piangertelo tu. Vendere il tuo libro per far guadagnare l’editore. Alcuni offrono anche 0% dei diritti d’autore e fanno una selezione spietata e poi fanno un editing contestabile. A quel punto fai anche la “stampa” da te e resti anche più soddisfatto visto che alla fine sono tutti tuoi sforzi. Ho capito una serie di cose dell’editoria per questo mi sono creato la mia stada per una pubblicazione che mi desse soddisfazione, o quanto meno ci provasse a soddisfarmi. Tutto qui.

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      • giovanni
        29/01/2013

        Parlo di 1200 euro perché è il prezzo base che mi hanno chiesto diversi editor per il romanzo. C’è anche chi me ne ha chiesti 2300… 😀 . Certo l’editor ideale è quello di una casa editriche che non costa, ma devi pubblicare cose che vendono e il discorso diventa molto complicato e andiamo a sfondare su un altro tema. Non si parla più di selfpublishing e non basterebbero 3 articoli sul tema 🙂 .

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      • giovanni
        29/01/2013

        E magari non solo Einaudi, ma era per dire l’esempio massimo di buona editoria che ho in mente, poi è chiaro che ci sono anche altre realtà in giro, ma il discorso è ampio. 🙂

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  5. Caro Giovanni, il solo fatto che tu abbia scritto questo guest post significa che stai imparando a “venderti” (come dico sempre, la promozione è dare, non chiedere), facendolo nella maniera che ti è più congeniale: con la scrittura.
    Continua così 😉

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  6. Pingback: Un mio racconto e alcune riflessioni sul selfpublishing « Giochi di parole… con le parole

  7. VaBeBeVa
    29/01/2013

    Articolo molto molto interessante. Da “autrice” che da poco si è avvicinata al mondo del self-publishing, posso dire che è molto utile. Io ci ho messo mesi a scrivere il mio romanzo breve, con continui ripensamenti, e ci ho messo mesi a revisionarlo. Purtroppo, non potendomi permettere un editing a pagamento, ho dovuto fare a modo mio, sperando in un risultato quanto meno buono, e sperando di poterlo fare per il prossimo! E spero di non essere anche io una di quei molestatori! XD

    Ma Giovanni, non ho capito bene la storia dei codici ISBN acquistabili da sé e il fatto che non rendono accessibili i server italiani… purtroppo non me ne intendo! 🙂 Ah, e complimenti per il racconto, io spero nel compleanno per avere un Kobo e leggere tutta la raccolta!

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    • giovanni
      29/01/2013

      Allora, i servizi di selfpublishing italiani offrono un codice ISBN, che si paga diversamente a seconda di chi scegli. Il codice che ti danno loro ti fa apparire come autore del loro marchio editoriale. E va bene.
      Io avevo un mio codice ISBN regolarmente registrato con dati risalenti al mio “marchio editoriale”. Come ho spiegato su, quando compri i codici dall’agenzia ti assegnano un “marchio editoriale” da NON confondere con il concetto di “marchio editoriale” di una casa editrice. Sono due cose completamente diverse.
      Usando il mio ISBN pensavo di apparire sul distributore come autore e anche come editore. Non è stato così. Nel contratto non era chiara questa cosa. Anche perché magari nessuno compra un suo ISBN e usa un servizio di selfpublishing col suo ISBN, visto che costa meno comprarlo presso il distributore selfpublisher.
      Quel codice ISBN addirittura in Italia pare essere definitivamente registrato al distributore e-book. Se vai su anobii, “Deve accadere” ha un editore errato e non è nemmeno modificabile.
      Quindi quasi 100 euro per dei codici miei buttati. Questo era in sintesi il fatto.
      Se ti sta bene che con dei codici tuoi poi non risulti tu il “marchio editoriale” il problema non si pone. Io me lo sono posto.
      Con tuoi codici di agenzia su Kobo, Amazon, Google Play, Apple risulti tu l’editore. Questo è quanto. Spero di aver chiarito i dubbi.

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  8. Alboino
    30/01/2013

    So poco del selfpublishing e ho trovato interessante l’esperienza descritta da Giovanni Venturi. Bello, molto bello è il suo racconto qui presentato, anche se a mio modesto parere manca un pò di fluidità e forse con un ritmo più “veloce” troverebbe più espressività. Ha un finale da brividi, trasmette emozione e lascia il segno, almeno nelle persone più sensibili.

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  9. marina
    31/01/2013

    molto bello il racconto, complimenti!!!!
    riguardo al self publishing è la prima volta che ne sento parlare!!!! molto istruttivo!!!

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  10. carloesse
    04/02/2013

    Il raconto è decisamente bello, e la qualità della scrittura è indubitabile.
    Quanto ai problemi di self publishing non me li sono mai posti, ma non si sa mai.
    Grazie quindi a tutti quelli che, come Giovanni, rendono pubbliche le loro esperienze personali e sono prodighi di preziosi consigli.
    Ma perchè odia (e ama) Linux?

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    • giovanni
      04/02/2013

      Ama perché è da più di 10 che lo usa e che fa parte di varie comunità a cui ha contribuito in diverse occasioni, ha parlato ufficialmente come KDE Italia a diversi Linux Day, fa parte di KDE e.V. ma lo odia perché spesso vedo pesanti regressioni un po’ in tutto il parco software incluso il nucleo di base che rende il sistema inusabile per un certo periodo di tempo, oppure perché ho dovuto rinunciare a KDE che è diventato pesante più di Windows come richieste di risorse. Fino alla versione 3.5 andava benissimo. Dopo non si è capito più nulla. 🙂

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XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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