Grafemi

Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – un racconto di Dario Falconi

Tango

Da tempo sono convinto che gli autori capaci di essere “comici” (impresa assai impegnativa), quando si dedicano ai sentimenti hanno una marcia in più.  Credo che abbia a che fare con la capacità di tenersi lontani dai luoghi comuni, dal sentimentalismo (= mettere più zucchero nelle cose di quante ne abbia messo Dio), dalla retorica e dal patetico. Un buon esempio è il mio caro amico Nicola Pezzoli, che fa piangere e ridere nella stessa pagina; e un altro buon esempio è Dario Falconi.

Il primo racconto di Dario che mi è capitato tra le mani era sull’antologia “E morirono felici e contenti”, primo libro pubblicato da una neonata Neo Edizioni, nel 2009 – una raccolta di fiabe virate verso il noir, scritte da belle penne (mi vengono in mente, ad esempio, Nicola Manupelli e Francesca Andriani). La favola di Dario era folle – di una follia sana e trascinante.

Sono rimasto in contatto con lui per molto tempo: ricevevo le sue mail dalla Cina, dove ha lavorato per diverso tempo (tra le altre cose, ha recitato anche in una pubblicità del latte, da quelle parti), e gli ho sempre invidiato, con un’invidia buona, quella bellissima esperienza.  E ora, questo racconto. Lo posto qui con un pizzico di orgoglio – mi sento una donna che mette una gemma preziosa sul proprio vestito.

Ci siamo amati fino al sempre degli amanti

Dario Falconi

 

“Cronaca immaginaria degli ultimi minuti di vita del grande Edgardo Donato, autore della celebre canzone A media Lux”.

Buenos Aires, 15 febbraio 1963, ore 4:00. Casa di Edgardo Donato. Camera da letto.

Amore mio, non riesco a dormire.

La luce della notte mi fa paura. Questa penombra protesa nel nulla.

Ti ricordi Rosita Quiroga e la sua interpretazione di Julian ed il maestro Enrique Delfino? Te lo ricordi il maestro Delfino? Quel giorno che prendendomi da parte mi disse Edgardo Donato, un giorno sarai il grande Edgardo Donato! Avevo ventitré anni e a ventitré anni il grande Enrique Delfino mi disse Edgardo Donato, un giorno sarai il grande Edgardo Donato. E avevo ventitré anni. E la musica e la radio. Ed il violino. Il mio violino.

Ti ricordi amore mio?

C’era allegria intorno e c’eri tu e c’era la prima volta in cui ti vidi ed era agosto. Un bandoneon insinuava una Milonga morbida e dei tacchi rossi ansimavano promesse d’abbracci non fraterni. Ti ho amato non per come eri ma per come ostentavi quello che eri. Ci siamo amati fino al sempre degli amanti. Ed ancora ti amo. Ed ancora è agosto.

Questa vita insieme fu davvero bella?

Se penso alle voci di Antonio Maida, Hugo de Carrel, Horacio Lagos, Lita Morales e Romeo Gavioli. El Gavio, mi sembra di si. Te lo ricordi El Gavio?

Oggi ho sessantacinque anni. Non sono vecchio. Dovrei essere felice. Sono il grande Edgardo Donato. Ho sessantacinque anni ed Enrique Delfino aveva ragione: sono il grande Edgardo Donato. Dovrei essere felice. Eppure amore mio, questa penombra protesa nel nulla, questo chiarore opaco che incanutisce la notte ed ossequia l’alba, che cede al languore vitreo d’un imminente ricominciare. Ecco, amore mio, questa penombra cupa mi spaventa, sembra che mi chieda qualcosa, che mi dica parole che non voglio più sentire. Mio padre che parla con mia madre, due italiani tristi, parole emigranti. Il Conservatorio Franz Liszt di Montevideo. Dove sei piccolo Carlos? Davamo calci al pallone in un cortile. Lui un giorno mi disse Torno a casa, torno a Genova. Ma era triste Carlos quel giorno. Aveva la stessa faccia che ho io adesso. Il piccolo Carlos quel giorno era un uomo di sessantacinque anni in una camera da letto che parla a sua moglie delle proprie angosce. Amore mio, qual è la mia casa? Forse è a Torino? Dove ancora vive qualche zio che avrà dimenticato che esisto. O, piuttosto, è a Montevideo dove ho vissuto gli anni gloriosi della mia infanzia? Dove nel cortile dell’Accademia Liszt  ho versato le mie prime lacrime stringendo forte le mani di Carlos che con il suo pianto bagnava i nostri pugni chiusi avviandomi a quel mistero oltre il ballo che si chiama Tango? O è Buenos Aires, la mia città? Qui sono nato. Qui ti ho conosciuto. Qui sono diventato il grande Edgardo Donato.

Cosa diavolo sono? Questa opacità m’insulta. Io non resisto. Mi sento vibrare dentro la penombra. Cosa sono? Un italiano, un uruguaiano, un argentino? Chi sono? Ho provato tutta una fottutissima vita a fare di questa musica una carta d’identità. Rivalsa d’una generazione figlia di miserabili espiantati dall’Italia in una terra lontana. Cosa ne sarà di tutte queste inappartenenze quando precipiterà il frammento delle nostre voci  nel gorgo della spietata penombra? Anibal Troilo, Juan D’arienzo, Carlos di Sarli, Osvaldo Pugliese, Francisco de Caro, Alfredo Gobbi, siamo tutti figli d’italiani nati in Argentina o in Uruguay ma non siamo italiani; non siamo argentini; non siamo uruguaiani. Siamo tutti parenti di carcerati che parlavano il lunfardo per non farsi capire dai loro carcerieri. Abbiamo storie, sangue, lacrime, passioni. Ma non abbiamo una casa dove poter trattenere la nostalgia dei nostri sguardi. Il Tango, maledetto Tango. Ci siamo illusi di trovare l’identità nell’arte. Abbiamo coltivato il sogno dei grandi visionari. Una musica che fosse un pensiero, uno stile, un’essenza, una casa. Ci siamo convinti di poter vivere nel Tango. In quella sensualità esotica che è malinconia della fuga e vorace desiderio d’avvinghiarsi. Ci siamo sentiti parte di quel movimento estenuante, di quella disperante sonorità voluttuosa, di quel canto che è gioia del sopravvissuto. Amore mio, mi sembra tutto un incubo terribile. La nostra allegria era reale? Quei night, quei concerti, erano reali? Amore aiutami; è una notte troppo poco rassicurante per potersi permettere di essere così poco chiara. L’opacità, la vedi? Un bagliore impercettibile che piega il buio solo per sondarne la consistenza. Ecco, questa penosa penombra mi sembra oggi la mia vita. Abbiamo voluto inseminare l’arte, fare l’amore con gli spartiti, procreare arrangiamenti. I nostri figli non sono nostri ma figli del loro tempo. Non ci somigliano. Loro sono argentini o uruguaiani ma non sono abitanti di Tango. Abbiamo creato un paese immaginario. L’arte non fa popolo. Aggrega le solitudini. Assottiglia le distanze. Ma non è terra, non è mare, non è porto, non è chiesa, non è casa. Ora ho capito perché Enrique Delfino, quella volta quando mi disse Edgardo Donato, un giorno sarai il grande Edgardo Donato, non sorrise. Si, non sorrise. Aveva una specie di ghigno ma non era un sorriso. Avevo solo ventitré anni. Non potevo capire. Non volevo capire. Delfino sapeva che essere grandi significa essere infelici. Che l’allegria sarebbe stata solo una messinscena per far rilucere l’epilogo di questa istrionica penombra. Qualcuno disse che il Tango è un pensiero triste che si balla. Ma prima o dopo arriva la stanchezza ed il pensiero triste non fugge. Noi c’eravamo illusi di poter ballare in eterno.

Amore mio, il tuo volto, le tue mani, i tuoi occhi, le tue gambe, i tuoi capelli, le tue caviglie, i tuoi tacchi rossi, sono l’unica consistenza a cui io mi sento di appartenere. Tu sei la mia terra, il mio mare, il mio porto, la mia chiesa, la mia casa. Sei l’unica feritoia di cielo che ha oltrepassato la mia cortina plumbea. Mi manca il respiro, amore mio. Chissà se questo terrore improvviso non sia il preludio dell’oscurità definitiva? Allora che venga questo buio totale a divorare le ore da cui ancora avrei voluto essere sfamato. Che arrivi e faccia presto il momento mai atteso e mai disatteso. Io muoio avendo già la percezione di cosa sia non appartenersi. Che istanti sublimi sono questi, amore mio. Tu mi guardi con gli occhi di sempre. Gli occhi della ragazza dai tacchi rossi. Ed era agosto ed un bandoneon insinuava una Milonga morbida. Ci siamo amati fino al sempre degli amanti. Ed ancora ti amo. Ed ancora è agosto. Non piangere ragazza. Piangerai dopo ed io voglio che tu lo faccia solo perché quando piangi diventi più bella ed al mio funerale dovrai essere quella di sempre. Si, perché io ti amo non per quello che sei ma per come ostenti quello che sei. Ora stringimi le mani. Più forte. Così. Domani scriveranno molte cose. Diranno che il Tango era la mia vita, che stavo lavorando ad un nuovo progetto, che Edgardo Donato è un grande e che un grande ci ha lasciato troppo presto. Lasciali dire. Loro non sanno. L’arte, la musica, il Tango, era il mio destino inevitabile. Era la mia penombra. La mia natura che s’incarnava in un violino attraverso un lamento di suoni intonati. Ma senza la tua luminosità io non avrei visto le corde, le note, gli spartiti. Sarei stato molto tempo prima quello che sarò tra poco. Cieco e senza voce. Grazie amore mio bellissimo per questa tua luminescenza. Grazie perché vedrò esaudito il desiderio d’ogni uomo. Morirò a casa. Morirò tra le tue braccia. Lentamente si spegne la penombra.

Non vedrò più niente.

Non sarò più a media lux.

—————————————————————–

Dario FalconiDario Falconi vorrebbe essere uno scrittore, un drammaturgo, uno sceneggiatore e un professore. Ogni tanto ci riesce pure.
Sono stati pubblicati due suoi libri e molti racconti girano per antologie e in rete. Per saperne di più lo trovate su twitter, facebook e, prossimamente, a Civitavecchia. Civitavecchia non è un social network. E nemmeno La Plata.
Ha anche un suo blog: dariopuntofalconi.wordpress.com

Annunci

Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “L’inserto del lunedì – un racconto di Dario Falconi

  1. Zio Scriba
    11/02/2013

    Chi ha scritto queste parole è indubitabilmente un grande scrittore. Grazie per questa gemma di talento sopraffino. Grazie a lui, e grazie a te. Sulle pagine dei grandi giornali si incontrano ormai soltanto le fasulle patacche e le mezze figure. Ma gli scrittori si conoscono in posti come grafemi! Onore al merito.

    Mi piace

  2. marina
    11/02/2013

    molto bello , con lo stesso pathos di un tango. Complimenti a questo bravissimo scrittore e a te per averlo condiviso!

    Mi piace

  3. morena fanti
    12/02/2013

    emozionante

    Mi piace

  4. Sik
    12/02/2013

    Mamma mia, che bello…

    Mi piace

  5. carloesse
    13/02/2013

    Dici bene: una gemma preziosa sull’abito di Grafemi.

    Mi piace

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Inserisci qui il tuo indirizzo email, e riceverai una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo post

Segui assieme ad altri 2.843 follower

XXI Secolo

In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

Post consigliati

Vicini di banco

Un’occhata a Twitter

Archivi

La voce di Calibano

sembra che le nuvole si spalanchino e scoprano tesori pronti a piovermi addosso

Cherie Colette

Più libri, più liberi

Blog di Pina Bertoli

Letture, riflessioni sull'arte, sulla musica.

l'eta' della innocenza

blog sulla comunicazione

Voglio scrivere di te

Dove le emozioni sono fatti

Il Dark che vive in te

OGNI LUCE, HA I SUOI LATI OSCURI

Donut open this blog

Stories, dreams and thoughts

il kalù

Life is too short to drink bad wine

Chez Giulia

Vorrei un uomo che mi guardi con la stessa passione con cui io guardo un libro.

Marco Milone

Sito dello scrittore Marco Milone

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: