Grafemi

Segni, parole, significato.

Come un teorema

C’è stato un tempo in cui ci ho creduto. Ricordo bene la sensazione di quei giorni, di quegli anni, quando aprivo Open Office con un’idea appena abbozzata in testa e iniziavo a scrivere con una fiducia piena, incompleta e incondizionata verso quel magico inganno che è la scrittura. Non pensavo molto, allora. E non mi vergognavo a raccontare storie per il solo piacere di raccontarle. Ecco, mi immaginavo come un ragazzo che si metteva davanti al fuoco (camino, falò sulla spiaggia, focherello davanti alle panchine della stazione) e iniziava a parlare con una voce calda, giovane, e leggera. Mi piaceva provare tutto quello che poteva essere provato – racconti senza punti, storie di quando ero bambino, amori finiti. Era come se tra la punta delle dita e il mio cuore (una parola che adesso uso con grandissima cautela) non ci fosse questo strato di materia grigia che non smette mai di pensare, e giudicare. Mi mancava la consapevolezza, mentre ora ce n’è troppa. Succede così anche nella vita che vivo fuori dalle pagine: continuo a guardare i miei pensieri, arrivando al punto di guardare persino i pensieri che guardano i pensieri (ci sono giorni in cui mi chiedo se riuscirò a uscire da questa specie di spirale: sono l’unico che quando vede un bambino saltellare in un giardino soffre pensando che prima o poi anche lui dovrà morire?). Prima, era come aprire un tubo, una botola, un coperchio – era un lasciare fluire, andare, uscire. Ora c’è una voce che lavora in parallelo e che controlla ogni cosa – ogni parola, ogni frase. Odia la retorica, questa voce – odia tutto ciò che è superfluo. Non so chi (una volta lo sapevo) diceva che un romanzo è un patto stipulato tra l’autore e il lettore, il quale si impegna a sospendere la propria incredulità in cambio di emozioni vere; ma anche se nessuno lo dice, tra i due contraenti il più credulone deve essere per forza l’autore. Io, non ci credo più; o meglio, non credo più che sia giusto ingannare chi legge: come lettore, non accetterei di farmi prendere in giro. Non sopporto la retorica delle frasi troppo lunghe e la retorica delle frasi troppo corte – la paratassi e la ipotassi come strumenti di seduzione –, gli aggettivi furbescamente scabrosi, l’intercalare che simula il parlato, l’astuzia delle ripetizioni e lo sforzo di sinonimi per evitarle. Si dovrebbe scrivere come una fattura, un contratto di vendita, una formula chimica, un teorema, un’equazione: qualsiasi altra forma nasconde un imbroglio. Avverto il nauseabondo moralismo di chi non esprime giudizi programmaticamente, perché ha letto che dopo Flaubert non si fa più – lo avverto come lettore, ma lo avverto, ancora di più, tutte le volte che scrivo. Vorrei mettermi comodo, e raccontare, ad esempio, la storia di un padre che aggiusta una bicicletta con suo figlio, e intanto parlano del loro futuro, e del brevissimo passato del piccolo – cosa ricorda di quando stava tra le braccia della madre? – e di come la vita sia un testimone che ci si passa, e della confidenza che ancora esiste e di quella che non ci sarà più, della consapevolezza che i figli, crescendo, diventano persone sconosciute: non ci riesco, non ci riesco più. Il problema della frequenza delle virgole, lo sforzo per contenere l’uso dell’avverbio “ma”, il tentativo di evitare di ripetere sempre lo stesso schema nella costruzione delle frasi (affermazione, negazione: spiegazione), diventano predominanti: come obbligare la forma, che per anni ho considerato l’essenza della scrittura, a diventare invisibile? C’è una gioia fredda, in questa fatica – la soddisfazione profonda ma distante di una pratica al limite dello zen. Vorrei parlare di persone buone, e di gesti simbolici, e vorrei parlarne usando lo stile che hanno certi americani quando raccontano storie di ragazzi, con lo stile di chi si mette in macchina con un amico per attraversare l’America – vorrei avere il coraggio di essere smaccatamente felice, e smaccatamente retorico, e anche smaccatamente banale, se serve, ma mi pare di essere diventato troppo adulto, o troppo duro, troppo malizioso o troppo disincantato, per farlo. Ho intravisto i fili dei burattinai. Un tempo mi sentivo in imbarazzo a inventare i nomi dei personaggi; ora mi imbarazza inventare un personaggio. Dovrei credere che da qualche parte esistano persone che non sono mai esistite, alle quali succedono cose che non sono mai successe; e se riuscissi a farlo, poi inizierebbe quello sforzo immane per trovare la voce giusta – il tono giusto, il giusto ritmo, e le proporzioni giuste – e ci sarebbe il continuo imporsi una misura che finisce sempre per diventare dolorosa – le mutilazioni autoimposte – e tutto questo al solo scopo di soddisfare la voce che continua a dirmi “non sei credibile”, “stai facendo il furbo”, “non fare la puttana”, “si vedono i fili”. Chi non vorrebbe riprovare la magia di quando si credeva a Babbo Natale, o all’angelo custode, o a Dio? Ma chi riesce a farlo, dopo aver smesso di credere? C’è mai stato qualcuno che è tornato indietro?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

13 commenti su “Come un teorema

  1. Daniele
    19/02/2013

    Molto istruttivo.

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  2. Zio Scriba
    19/02/2013

    A volte, in momenti di crisi (si spera) passeggera, si può vivere il talento come maledizione. Non so se te ne sei reso pienamente conto, ma anche questo pezzo è scritto divinamente bene. Il che significa che, pur dicendo cose tremende (e sottintendendone di terrificanti: che tu possa smettere con la Narrativa??!!) , leggerlo FA BENE: fa pensare, fa commuovere, fa godere, fa indignare, e stimola infinite combinazioni emozionali e razionali.
    Forse il trucco per vivere da artisti felicemente (dove felicemente, almeno nel mio caso, significa pensare al suicidio una volta alla settimana anziché di continuo) è rimanere bambini, come davvero lo sono rimasto io. Anche se adesso mi fai venire il dubbio che anche questa sia una forma di furbizia, di comodità.
    Comunque, lo dico da grezzo e istintivo outsider, sono sempre più dell’idea che teorizzare sulla scrittura faccia male alla scrittura, che ci si debbano tappare le orecchie davanti alle accademie della muffa e ai loro strutturalismi e poststrutturalismi e posteriormeteorismi, e che avesse proprio ragione quella mia ex insegnante liceale che (lasciandomi felicemente basito) mi intimò di NON studiare troppo, per non ingolfare la creatività e l’originalità che, secondo lei, possedevo come rari e preziosi doni, e non andavano corrotte con l’erudizione: quando leggo certi pesanti, insostenibili pezzi del pur grandioso Wallace, non posso non pensare che da pigro autodidatta sarebbe stato scrittore ancora più grande.
    A questo punto, prendendo (per assurdo) sul serio i tuoi dubbi, il mio ruolo di amico “illuminato” dovrebbe essere dirti “decidi come credi, come ti senti, segui il tuo cuore e la tua mente”.
    Invece (sia come amico, sia come lettore edonista, giustamente selettivo e amante dell’Eccellenza come lo si dovrebbe essere in ogni campo, e a maggior ragione in campo artistico) ti dico che se smetti di scrivere vengo lì e ti picchio: di merda sciatta e mediocre, che a leggerla anche solo di striscio e per sbaglio FA MALE, alla mente, al cuore e all’anima, ne viene cagata – e venduta a peso nei supermarket, grazie anche alle supermarkette di chi sappiamo – già troppa! In un mondo che puzza, le ultime profumerie artigianali NON POSSONO chiudere. Ti tocca andare avanti, mon ami. 🙂
    Tornare a crederci, in questi casi, si può. Lasciati andare, e non pensarci troppo sopra.
    Un abbraccio.

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  3. notturnobreve
    19/02/2013

    quanto le emozioni determinano l’azione di decide di fare qualcosa…e soprattutto in modo metodico e costante…il primo pensiero che mi è venuto leggendo le prime righe…ecco cossa mi fa sentire diffidente e attento, se la magia continuasse…
    ciao,
    continuo il resto delle righe

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  4. silvia
    19/02/2013

    Si dovrebbe scrivere come una fattura, un contratto di vendita, una formula chimica, un teorema, un’equazione
    bellissima!
    Concordo, ma ti sei dimenticato di aggiungere: emozionando.
    E tu ci sei riuscito, in questo post.

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  5. nicomaz
    19/02/2013

    Concordo appieno con Zio Scriba quando afferma che il talento, a volte, può essere vissuto come una maledizione; considerato che tu ne hai da vendere, riesco a immaginare quale possa essere il peso che senti, nel fare queste riflessioni.
    Giorgio Manganelli, ne “La letteratura come menzogna”, sostiene, tra le altre cose, che “Uno scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile”. Mentre Philip Roth, ne “La controvita”, fa dire al suo protagonista (Nathan Zuckerman, scrittore): “I miei libri non sono una lettera di referenze.”
    Forse, partendo da questi due presupposti – non si scrive necessariamente per essere utili a qualcuno e non si scrive in base a ciò che si è – può diventare più facile lasciarsi andare e scrivere quello che si vuole. Tanto, da qualche parte, ci sarà sempre un lettore che vuole crederci e che desidera essere “credulone” tanto quanto l’autore del libro che sta leggendo.
    Gli esercizi di forma e di stile non devono preoccupare uno scrittore del tuo livello; ormai, li hai fatti tuoi, e puoi permetterti di pensare unicamente a dar voce ai personaggi e alle storie che ti senti di voler/dover raccontare.

    Un abbraccio e buona scrittura.

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  6. ivana
    19/02/2013

    E’ la cosa più bella che ho letto in questi ultimi giorni. Compreso il titolo.

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  7. firdis
    20/02/2013

    secondo me tu sei nato per scrivere pezzi di giornalismo. articoli divulgativi, libri comici. questo è il fatto. baci.

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  8. Elisabetta Lelli
    20/02/2013

    Stupendo.
    Malinconico.
    Geniale.

    Sono tornata indietro troppe volte. E troppe volte ho guardato il domani.
    Ed allora potrei affermare di essere al punto di partenza, o al punto d’arrivo, o di non ritorno.
    Oppure potrei affermare di non aver mai fatto/ascoltato/parlato/sentito, (vissuto?).
    Tutto questo è inquietante. Ma forse è solo una burla relativistica…
    Non saprei. Davvero.

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  9. Nicola Losito
    21/02/2013

    Ho letto con grande attenzione il tuo post e mi ci sono ritrovato in pieno. Come davanti a uno specchio ho visto la mia immagine. I tuoi pensieri assomigliano molto ai miei. Forse per questo ormai da tre anni non riesco a fare l’ultima stesura del mio secondo romanzo. Chissà se ci riuscirò mai…
    Rimando sempre a domani ciò che non mi riesce oggi.
    E allora cazzeggio col mio blog…
    Nicola

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  10. marina
    23/02/2013

    concordo in pieno con Zio scriba che dice meglio di me quello che voglio dirti in questo caso!!!! Molto intrigante questa analisi!!!

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Questa voce è stata pubblicata il 19/02/2013 da in Scrittura con tag .

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