Grafemi

Segni, parole, significato.

In controluce – un racconto su Vicolo Cannery

controluce

Dopo il mio sfogo un po’ amaro di qualche giorno fa, quando avevo sentito il bisogno di raccontare il rapporto un po’ difficile che ho con la scrittura in questi ultimi mesi, ho deciso di non pensarci più troppo, seguendo così i consigli di chi aveva commentato quel post; e qualche giorno dopo, tornando da Roma, ho deciso di provare a scrivere un racconto senza pensare a quello che stavo facendo. L’occasione, molto ghiotta, me l’aveva offerta qualche mese prima Martina Giorgi, che alla fine di ottobre mi aveva inviato alcune foto del fotografo Sergio Andretti con la gentile proposta di scriverci sopra qualcosa. Dopo tanto tempo, mi sono lasciato andare, e l’esperienza è stata molto positiva – non sono in grado di valutare il risultato finale, ma dal punto di vista soggettivo mi sono proprio divertito.

Il racconto che ne è uscito non mi assomiglia, o forse sì, forse in un modo che avevo dimenticato. Inizia più o meno così:

Nell’afrore postprandiale che si propaga dal tavolo piazzato sotto gli olivi fino ai bordi della campagna, in quell’abbandono che assomiglia a un acconto di morte calda e secca, ci prepariamo per il mare: io sono stanco, tu hai gli zoccoli olandesi che avevi comprato ad Amsterdam e un paio di occhiali che non ti avevo mai visto addosso. Hai la bocca sfuggente di chi pensa ad altro; ti prenderei a schiaffi, se solo ne avessi la forza, ma il sole della tua terra, la pasta di tua zia, e l’incessante frinire dei grilli stanno tutti dalla tua parte.  Buttiamo due asciugamani nel bagagliaio della Panda, le ciabatte, un ombrellone.

ma per leggere come finisce, bisogna per forza andare a visitare il bellissimo blog dell’agenzia letteraria (ma non è solo questo!) di Vicolo Cannery – cioè si deve andare qui – dove, tra l’altro, troverete le foto molto suggestive di Sergio Andretti che hanno funzionato da musa ispiratrice.

(L’etichetta di rete prevede che eventuali commenti siano messi sotto il post originale, che in questo caso è quello di Vicolo Cannery)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

7 commenti su “In controluce – un racconto su Vicolo Cannery

  1. amanda
    01/03/2013

    scritto benissimo
    ma che gli ha fatto sta donna a quest’uomo?

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    • Paolo Zardi
      01/03/2013

      eh eh… è una storia lunga… come in tutte le storie inventate, sotto c’è qualcosa di vero, per cui potrei scendere anche in maggiori dettagli – ma mi piace di più lasciarlo così, un pochino indefinita… ho seguito un consiglio della Dickinson, alla quale è, di fatto, dedicato il racconto, che diceva: “Di’ la verità, ma dilla obliqua”

      grazie per essere passata di qua! 😉

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      • Zio Scriba
        01/03/2013

        “Di’ la verità, ma dilla obliqua”: come mi ci ritrovo!

        (il commento vero l’ho messo di là, per rispettare non solo l’etichetta, ma anche i cari amici che hanno ospitato il tuo eccellente racconto)

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  2. Alboino
    01/03/2013

    Ho letto per intero il racconto su Vicolo Cannery e ammetto che in questo ultimo periodo tutte le cose proposte da Zardi mi piacciono veramente tanto. Nel caso specifico è la dualità tra un passato che sa di malinconia e un presente fatto di pura aggressività latente che dà sostanza all’intero racconto. E ancora una volta dobbiamo dire: bravo Zardi!

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  3. carloesse
    01/03/2013

    Io il commento l’ho lasciato di là.
    Di qua aggiungo solo che un incipit come “Nell’afrore postprandiale che si propaga…” è già una bella sfida, anche solo a livello fonetico.
    Naturalmente è comunque una sfida vinta, e alla grande.

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  4. marina
    03/03/2013

    io ci trovo un’atmosfera onirica… dagli scritti tuoi letti fino ad ora ci trovo un che di diverso e mi sembra molto bello (non che prima non mi piacessero, anzi)!

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  5. thebrainthatdrained
    04/03/2013

    è buffo che tu dica che il racconto non ti somiglia. Io l’ho divorato e l’ho trovato una delle cose più belle tra quelle tue che ho leggiucchiato qua e là in rete. Questione di gusto personale magari, ma non è forse vero che a volte le nostre idee migliori vengono alla luce, come dici tu, “quando non ci stiamo pensando”? E con questo non intendo la nozione romantica per cui dobbiamo farci visitare dall’ispirazione, tutt’altro. Le immagini, le parole, a volte sono già tutte lì dentro di noi, le abbiamo accumulate senza saperlo. Il nostro cervello lavora anche quando non lo sappiamo, e bisogna avere fiducia in questo processo, imparare a istigarlo, talvolta. Complimenti.

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Questa voce è stata pubblicata il 01/03/2013 da in Racconti, Scrittura con tag , , .

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