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Segni, parole, significato.

Un uomo è ciò che legge

Un uomo è ciò che legge

Un uomo è ciò che legge

Un uomo è ciò che legge. Un uomo è ciò che ascolta, ciò che vede, ciò che sente: sono convinto che non si facciano mai abbastanza sforzi per difendersi dalla cattiva scrittura, dal cattivo giornalismo, dalla pubblicità che si insinua in ogni anfratto lasciato libero dalla scarsa attenzione. Guardiamo televisione gratis, ma qualcuno paga per farci credere che ci manchi sempre qualcosa. (Da venerdì scorso ho smesso di leggere le notizie, e credo che riprenderò a interessarmi di politica tra due o tre mesi, quando i giochi di potere saranno finiti. Non mi interessano le minacce, i bluff più o meno seri, e l’angoscia, completamente inutile, che accompagna queste ore). I libri, tra le altre cose, insegnano a vedere il mondo da una prospettiva più ampia – e parlare di libri può spingere a porsi domande che eludiamo, o che il mondo, la società, ci spinge, ci invita a eludere.

Sabato 2 marzo 2013, alla libreria Mondadori di Padova, ho avuto l’onore di presentare “ESC – Quando tutto finisce”, Hacca Edizioni, una raccolta a cura di Rossano Astremo e Mauro Maraschi. Un libro coraggioso, non solo perché rinuncia alla rassicurante unità di stile, idee e intenti del romanzo per abbracciare l’impegnativa discontinuità di undici voci diverse, ma anche perché affronta l’argomento che, insieme all’amore in tutte le sue declinazioni, è il cuore stesso della letteratura contemporanea: la morte. L’antropologo Geoffrey Gorer, nel 1955, dimostra, nell’articolo The Pornography of Death, che la morte ha sostituito, nel XX secolo, il sesso quale principale divieto e tabù: una volta ai bambini si raccontava che nascevano sotto un cavolo, però li si lasciava assistere alla grande scena degli addii del capezzale del moribondo; oggi sono bombardati da impulsi sessuali fin dalla più tenera età, ma quando non vedono più il nonno, e se ne stupiscono, gli si dice che riposa in un bel giardino in mezzo ai fiori. I luoghi di culto del medioevo pullulavano di scheletri, teschi, spaventose creature con la falce in mano; le panche dove ci si inginocchiava poggiavano sulle tombe degli uomini importanti della città; ora, nei luoghi di culto della nostra epoca – i centri commerciali, i multisala, i grandi saloni dei parrucchieri – si vedono culi, e tette, e labbra tumide, ma non c’è alcuna traccia della morte. Non si muore più, nel ventesimo secolo, e e se per sbaglio si muore, lo si fa nascosti alla vista di tutti, in silenzio, negando, fino all’ultimo momento, che la festa alla quale abbiamo partecipato, questa tanto vituperata vita, è arrivata alla fine. Accettiamo la scomparsa – saremmo sciocchi a non farlo – ma rifiutiamo l’idea del morire: invece del libera nos a morte subitanea et improvisa che i nostri antenati recitavano nelle Litaniae Sanctorum, ora preghiamo un Dio senza nome di coglierci nel sonno, all’improvviso, senza alcun preavviso, come un colpo di fucile alle spalle, affinché la nostra  (e quella di tutti quelli che ci stanno vicino) vocazione al piacere non venga turbata: potrebbero calare le spese, il PIL, e la propensione marginale al consumo.

“ESC – Quando tutto finisce” parla proprio del morire: di uomini e di donne poste di fronte a una fine imminente, costretti, forse per la prima volta, a fare i conti con le proprie vite, con gli obiettivi raggiunti e quelli falliti – con il concetto stesso di obiettivo: ha senso porsi uno scopo all’interno di un’esperienza che è comunque destinata a finire? Sono storie di famiglie fragili e unite, di artisti e scrittori sull’orlo del fallimento, di una generazione borghese che ha perso tutto molto prima che il Mare inghiottisse il mondo.

E se noi siamo ciò che leggiamo, è possibile che questo libro ci aiuti a mutare la sostanza di cui siamo composti, la conformazione del nostro cervello, la disposizione delle nostre idee; non impareremo a morire, ma ci inviterà a domandarci cosa siamo, con chi vorremmo passare i nostri ultimi momenti, e perché. Questo libro non possiede poteri magici, ma, come tanti altri libri “veri”, preferisce scoperchiare il mondo, piuttosto che limitarsi a guardarlo; e soprattutto non cerca di rassicurarci: ci guarda dritto negli occhi, con il coraggio spietato che solo la scrittura possiede.

Libri

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

23 commenti su “Un uomo è ciò che legge

  1. Lia
    05/03/2013

    Ho smesso anche io di leggere notizie, ma sono molto più drastica di te: penso che impiegherò un po’ più di tre mesi.

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  2. amanda
    05/03/2013

    l’annientamento della morte nella nostra società non è che il passo estremo dell’annientamento dei segnali che lo scorrere del tempo lascia sul nostro corpo, annulare la morte, annullando la nostra vita stessa nel suo compimento

    …mi sa che mi sono un po’ avvitata su me stessa 🙂

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    • Paolo Zardi
      29/03/2013

      ma si è capito cosa intendevi dire! 😉
      la vita si compie morendo – lo diceva (a modo suo) anche Eraclito – la vita è combustione, quindi consumo, usura… alla stazione centrale di Milano ci sono enormi totem rotanti che pubblicizzano creme contro l’invecchiamento – non so per quale motivo si accaniscano così sistematicamente sui viaggiatori in partenza – e mi viene sempre in mente Anna Magnani che a un truccatore che le voleva nascondere le rughe disse: “Che fai? Ci ho messo una vita, ad averle!”

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  3. Zio Scriba
    05/03/2013

    Mi sa che l’unico modo per dissentire da te è metterci a parlare di Inter e Juve… 🙂
    Sono d’accordo su tutta la linea: sono soltanto i buoni scrittori a DIRCI e a DARCI qualcosa (e anche in questo senso i cattivi scrittori sono una vera, pericolosa, purulenta, catastrofica piaga). Sono anni che mi tengo distante dalle odiose cantilene rimbecillenti dei TG (e della pubblicità, due cose in fondo molto simili). Dovrei smettere anche di leggere notizie, ma il mio abitudinario padre compra un gionalaccio tutti i giorni e non riesco a trattenermi dal leggiucchiarlo, buttando il mio tempo. E posso vantarmi di non frequentare i nuovi buchi del culto, mille volte più malefici delle vecchie chiese: centri commerciali, multisala, grandi saloni.
    Illuminante il tuo discorso sulla morte e sulla sessualità (sulla banalizzazione, mercificazione e inferiorizzazione della sessualità).
    Meraviglioso slogan, “Un uomo è ciò che legge”. Anche se, come dicevo là da me, è una beffarda ironia che a veicolarlo sia la glande editoraglia. Domenica occupava un’intera pagina di un giornalozzo di quelli cui accennavo prima. A fondo pagina, per illustrare ed esemplificare lo slogan, campeggiavano un bestseller papestre, l’ennesimo libro di personaggio televisivo (la Dandini), e la copertina cacchetta di piccione dell’ultimo capolavhorror tamariano… E così, ti ritrovi davanti quelle belle parole, ma, mentre le leggi, nel tuo subconscio si forma un messaggio un po’ diverso, del tipo Asino chi legge…

    Bellissima la foto dell’Autore al microfono: avrei voluto esserci!

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    • Paolo Zardi
      29/03/2013

      Sì, e in effetti stride questo slogan con la realtà dei fatti – o meglio: l’affermazione “Un uomo è ciò che legge” è talmente vera, che ci si dovrebbe curare seriamente di ciò che la gente legge, o può leggere… i romanzi in serie, fotocopiati gli uni dagli altri, gli scaffali interi dedicati alla nuova letteratura pseudoerotica per il pubblico femminile, la sequenza di titoli con “Soggetto genitivo aggettivo”, rappresentano ciò che i fast food sono per il cibo: pornografia alimentare, l’atto senza il contenuto… Ci siamo evoluti in un ambiente ostile; il corpo che ci portiamo dietro è un retaggio antico che va gestito con intelligenza: le pulsioni, il desiderio (di sesso, di sale, di grassi, di zuccheri, di paura) sono la porta che tutte le campagne pubblicitarie, le librerie della grande distribuzione, i film porno e i fast food sfondano… E il pericolo di ingozzarsi di porcherie è sempre lo stesso.

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  4. carloesse
    05/03/2013

    Mah, personalmente sono giunto alla conclusione che la vita e la morte sono la stessa cosa vista da diversi punti prospettici. Fuori dai quali (nella dimensione dell’infinito) sono assolutamente indistinguibili.

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    • Zio Scriba
      06/03/2013

      Pensa che da ragazzino, quando mi piaceva filosofeggiare, avevo inventato una parola che faceva appunto delle due cose apparentemente opposte, vita e morte, una cosa sola: “VIRTE”.

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      • carloesse
        06/03/2013

        Qui a Roma (mia città d’adozione) si potrebbe pertanto dire…virtacci tua!

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    • Paolo Zardi
      29/03/2013

      Lo diceva Eraclito. E l’unica definizione sensata di vita, l’unica inattaccabile, quella che consente di abbracciare funghi e uomini, meduse ed elefanti, è “vita è ciò che muore”.

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  5. alex
    06/03/2013

    — questo commento è stato rimosso in attesa di ricevere maggiori informazioni sul concorso letterario promosso —

    Paolo

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  6. colorsontheroad
    06/03/2013

    Peccato non esserci stata…sarà per la prossima!

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  7. marina
    08/03/2013

    concordo pure io al 100% anche se, invece, della violenza si vedono continui spettacoli che sono più pornografici della pornografia. Ma la morte quella normale che arriva per tutti è un tabù!

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    • Paolo Zardi
      29/03/2013

      Sì, la morte alla quale ci siamo abituati è quella spettacolarizzata dei film, o raccontata ne “La vita in diretta”…

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  8. Roberto Albini
    09/03/2013

    Assolutamente d’accordo. Anche perché, di questi tempi, essere quello che si mangia potrebbe risultare umiliante.

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    • Paolo Zardi
      29/03/2013

      Il concetto è lo stesso: dovremmo non abbassare mai la guardia su ciò che, sotto qualsiasi forma, ingeriamo… la cattiva letteratura ha gli stessi effetti deleteri della cattiva alimentazione….

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  9. luciaguida
    10/03/2013

    Di uno sguardo pieno di consapevolezza sulle cose della vita non se ne ha mai abbastanza. Tabu o non tabu. Ed è vero, siamo decisamente quello che leggiamo e che scriviamo.

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    • Paolo Zardi
      29/03/2013

      Certo, è vero, anche ciò che scriviamo. Scrivere ha senso solo se abbiamo il coraggio di essere noi stessi fino in fondo.

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  10. Nicola Losito
    11/03/2013

    L’uomo è tutto quello che hai detto… sempre che memorizzi (almeno in parte…) ciò che legge, ciò che ascolta, eccetera.
    Nicola

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    • Paolo Zardi
      29/03/2013

      Io credo che la massa grigia messa tra le due orecchie serva proprio per impedire che il suono che entra da una parte esca immediatamente dall’altra! 😉

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  11. bettyboohhh
    26/03/2013

    E’ meraviglioso leggerti!

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