Grafemi

Segni, parole, significato.

Il consenso

Come tanti uomini della mia età, ho fatto il servizio militare: un mese a Taranto, per una specie di CAR, e poi undici a Padova, in un aeroporto militare. Ero stato avvertito che avrei mangiato male, e anche se a casa nessuno sapeva cucinare bene (la specialità di mia madre era la pasta con la maionese e il tonno), ho dovuto ammettere che in caserma si mangiava peggio. Il menù era più o meno sempre lo stesso: spaghetti con l’olio, hamburger microscopici, e bistecche che sparivano quasi subito. Di sera, qualche volta, fette di pizza che erano delle croste. Ci si metteva in forma in poco tempo.

Ci facevano fare anche la “commissione mensa” o qualcosa del genere. Ogni settimana tre avieri, cioè tre soldati di leva, venivano spostati nelle cucine a controllare che tutto funzionasse come sarebbe stato giusto. Una volta accompagnai un maresciallo a prendere dei quarti di bue da un’enorme macelleria poco fuori Padova; per il resto del tempo il nostro compito consisteva nel pelare patate, svuotare i vassoi, lavare per terra. Per sette giorni, passavamo dodici ore al giorno tra la cucina e la mensa. Notammo qualcosa che non andava? Forse ci parve un po’ sospetto che uno dei tre marescialli, quello che aveva il compito di gestire gli acquisti, ogni tanto usciva dalla caserma con una borsa piena – piena di che cosa? E mi sembrò un po’ strano che i nostri compiti fossero definiti da chi avremmo dovuto controllare. Ma pensai che quella fosse la norma, e che comunque non avevamo mezzi per capire cosa stava realmente succedendo.

Poi, i NAS, facendo un’ispezione in un ristorante nella provincia di Padova, trovano una tanica di olio con sopra il marchio dell’Esercito Italiano. Inizia un’indagine, con perquisizioni, appostamenti, verifiche di fatture, che svela che i marescialli che gestivano la mensa avevano sottratto, nel corso degli anni, cibo per un valore di circa un miliardo di lire, mezzo milione di euro adesso. In attesa di un processo (militare), i tre marescialli furono sospesi dal loro incarico (solo da quello: continuavano comunque a venire in caserma a fare la loro attività principale – cioè niente), e al loro posto fu scelto il maresciallo fotografo, il cui compito, fino a quel momento, era quello di scattare le foto degli avieri quando arrivavano in caserma, una volta al mese. Negli otto mesi successivi ho messo su quasi dieci chili.

grasso

Il nuovo menù offriva tagliatelle con i funghi porcini, tagliate di manzo, orate, branzini, salmone e, ogni venerdì, spaghetti con l’astice – un astice per piatto, duecento porzioni. La mattina, per colazione, invece del caffellatte con pane e marmellata c’erano brioche appena sfornate, e torte. Per Natale mangiammo panettone, a Carnevale fritelle, a Pasqua la colomba. Durante quei mesi feci la mia seconda commissione mensa, ed ebbi modo di parlare con il maresciallo, un tipo belloccio e un po’ alternativo, sempre in borghese, che nel frattempo si era fatto affiancare da un giovane sergente. Mi disse che con i soldi che lo Stato si poteva mandare avanti un ristorante di lusso. Ma disse anche che non sarebbe durata.

Il primo problema era che tutte le caserme d’Italia erano gestite con quel meccanismo; mostrare che era possibile gestire le cose in modo diverso costituiva un pericoloso precedente, un atto di accusa contro un sistema consolidato.

Il secondo era che che nessuno lo appoggiava realmente. Era probabile che quel miliardo che i tre marescialli erano riusciti a sottrarre fosse stato suddiviso tra piccoli complici e colleghi omertosi. Anche la cucina gli si era messa contro: i cuochi, le cuoche, gli sguatteri – tutti avevano tratto giovamento dalla gestione truffaldina dei marescialli, portando a casa, di volta in volta, una fetta di parmigiano, un prosciutto, un vaso di sottaceti. Il nuovo maresciallo diceva che avevano iniziato a boicottarlo, bruciando il cibo, scuocendo la pasta, esagerando con il sale. Era avvilito. Sapeva di avere i mesi contati. Non so poi come sia andata a finire: quando ho finito il militare la mensa funzionava ancora bene. Ma credo che sia facile immaginare che i timori del nuovo maresciallo erano fondati.

Spartizione

Spartizione

E’ stata una delle poche volte in cui ho visto cosa significa, in concreto, la corruzione. Anche a un livello così basso, così elementare, lo Stato veniva spolpato senza alcun ritegno. I ragazzi chiamati a compiere il loro dovere – che la mattina dovevano salutare la bandiera italiana mentre veniva alzata, che venivano puniti se avevano una basetta troppo lunga, o i calzini blu scoloriti, o un orecchino dimenticato dalla licenza – subivano una quotidiana, sistematica, continua ingiustizia da parte di persone pagate per prendersi cura di loro. Era una mangiatoia, dove i soldi pubblici, cioè i nostri, non era usati per soddisfare bisogni elementari, cioè mangiare decentemente, ma per arricchire persone disoneste.

L’aspetto più doloroso era che il sistema prevedeva, di fatto, la collaborazione di tutti. I tre marescialli avevano comprato il consenso dei loro colleghi e dei cuochi, regalando una parte di quello che rubavano. La complicità era sistematica fino al punto che era impossibile capire dove finiva l’illegalità e iniziava un cattivo costume. Ricordo che un maresciallo, probabilmente colluso con i gestori della mensa, ci aveva fatto intendere che tutti quelli che avevano fatto parte della commissione di controllo sarebbero stati puniti, perché non avevano denunciato le irregolarità – avevamo firmato i documenti che ci sottoponevano, e che noi intendevamo a malapena. Volevamo disconoscerli? Dire che avevamo dichiarato il falso? Lo diceva negando l’evidenza di ciò che mangiavamo prima, e di quello che ci veniva servito dopo. Sapeva che il sistema si sarebbe difeso, e che con il tempo tutto sarebbe tornato come una volta.

 Impiegati del Comune di Agrigento che intascano mazzette per accelerare le pratiche

Impiegati del Comune di Agrigento che intascano mazzette per accelerare le pratiche

E la spartizione della torta fino ai livelli più bassi assomiglia, in piccola scala, alla promessa elettorale che Berlusconi aveva fatto un mese fa, promettendo la restituzione dell’IMU in cambio del potere che gli avrebbe consentito, ancora una volta, di curare i propri interessi. Un’amica aveva detto che chi vota per il PdL è stupido o disonesto; ma la differenza è relativa perché nel lungo periodo tutti i disonesti sono stupidi, come quei parassiti che finiscono per uccidere l’animale che li ospita. Il punto centrale è che la democrazia, nata come sistema per consentire al popolo di scegliere i propri governanti, si è capovolta: i governanti scelgono il proprio popolo, cioè il proprio elettorato. I partiti non si presentano con un programma in cui credono; cercano, piuttosto, di mettere insieme un elenco di promesse che possano interessare il maggior numero possibile di persone – promesse che spesso non hanno alcuna coerenza, o sono, nel loro complesso, impossibili da realizzare. Prendendo ancora come esempio il PdL, il suo target è stato, contemporaneamente, il piccolo imprenditore veneto che vuole pagare meno tasse e il dipendente statale siciliano che vuole indietro l’IMU. Morozov, che è uno dei più accreditati politologi che si occupano di rete, in questa intervista afferma che:

ora negli Usa abbiamo un grande problema di uso massiccio di big data e micro-targetting, specialmente sulla Rete, perché i politici e i partiti presto saranno in grado di farci promesse ritagliate su misura  – facendo leva sulle nostre paure e i nostri desideri più profondi – e ovviamente li voteremo più volentieri grazie a questa strategia. Non sono sicuro che valga la pena costruire una società in cui gli elettori ricevono promesse personalizzate – che nessuno potrà mai soddisfare. Eppure questa è la direzione. Una delle attrattive del vecchio e inefficiente sistema dei media – in cui un partito doveva formulare un messaggio universale mirato a tutti coloro che lo ascoltassero – era che costringeva i politici a prendere sul serio le proprie ideologie. Dovevano suonare coerenti, assicurarsi che le proprie posizioni non si sfaldassero. In un mondo in cui nessuno può controllare i messaggi personalizzati che i politici inviano ai singoli elettori non c’è bisogno di essere coerenti o di sforzarsi di formulare un’idea.

Le campagne elettorali funzioneranno come la pubblicità che compare quando apriamo la posta su Gmail, personalizzata secondo il contenuto delle nostre mail? (Nella mia leggo i seguenti annunci: Libri Edizioni Paoline, Pubblica il tuo racconto, Università on line, Anan Edizioni). La rete, Internet, nonostante quello che pensano i pericolosamente ingenui seguaci del Movimento 5 Stelle, non è affatto sinonimo di democrazia: anzi, potenzialmente potrebbe diventare il più subdolo strumento in mano ai potenti per condizionare la formazione delle convinzioni, individuando, ad esempio, i trend con largo anticipo, e per dare l’impressione che ciascuno sia un produttore di idee  – quella convinzione che, in larga misura, possiedono gli utenti di Twitter e di Facebook. Tutto questo è pericoloso, perché il punto centrale, che a mio parere viene sottovalutato in qualsiasi analisi politica, è che una democrazia è tale solo se il consenso si forma liberamente. E i cuochi che sostenevano i marescialli disonesti in cambio di qualche crosta di formaggio sono la foto più eloquente dell’Italia di oggi.

trappola per topi

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “Il consenso

  1. amanda
    09/03/2013

    l’arraffa arraffa a tutti i livelli, come se ciò che si arraffa non fosse anche cosa nostra, è lo sport nazionale, ed è noto che puntare sullo sport nazionale per attirare consensi paga

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  2. Elisabetta Lelli
    09/03/2013

    Come sempre sottile come la lama di un rasoio nuovo fiammante.
    Arguto, umanissimo…

    Ma non mi lascio abbindolare (non mi sto riferendo a te!).
    Io scelgo. So scegliere, ho la capacità/possibilità di poterlo fare.
    Ma soprattutto ho bisogno (davvero!) di qualcosa che inneschi nella gente il Dono di saper raccogliere i cocci, senza per questo frignare, tantomeno inveire, ma scegliendo quei cocci accuratamente, senza lasciarne in terra nemmeno uno, anche il più piccolo… per poi almeno tentare di costruire qualcosa.
    Ecco, “qualcosa” io credo sia la non appartenenza al Vuoto.
    Questo mi basta, per riuscire a mantenere viva in me la speranza che non “la massa”, ma le persone (di oggi e di domani), abbiano “qualcosa” per cui vivere e non il Vuoto per cui “tirare a campare”.
    Non è più una questione di bandiere e nemmeno di ideali.
    Credo di aver creato una colla molto speciale; un composto di disperata acquiescenza e speranzoso dissenso.
    Credo di poter scegliere di tentare di incollare quei cocci, senza la necessità di un padrone che mi guidi (o che mi confonda).
    Ci provo.

    Buon WE, Paolo caro!

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  3. Zio Scriba
    09/03/2013

    Un pezzo molto lucido, doloroso e coraggioso. ll disonesto seriale è al tempo stesso un miserabile e un creatore di miseria. Una persona schifosa. E noi viviamo purtroppo in un misero paese FONDATO sulla disonestà. Una disonestà talmente sistematica che quasi quasi, umanamente, viene da compatire quei tre marescialli, unici “beccati” su quanti – decine? centinaia? migliaia?

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  4. carloesse
    09/03/2013

    Sei come sempre molto lucido, caro Paolo, nell’individuare i pericoli per la democrazia insiti nella rete, che a differenza di quanto vogliano farci credere Grillo e Casaleggio, non ci libera da quelli del mezzo televisivo, ma li può rendere ancora più subdoli e raffinati. Da Orwell a tanta fantascienza successiva (e mi piace sottolineare il genio di P.K. Dick in particolare) il futuro del mondo e l’affossamento della democrazia per mezzo di media sempre più tecnologicamente avanzati è un tema ampiamente previsto e largamente trattato.
    La democrazia si conquista giorno per giorno anche e soprattutto per mezzo dei comportamenti individuali. Anche e soprattutto rifiutando le briciole offerte da chi sottrae per sè il pane di tutti in cambio della chiusura di un occhio. Gli italiani si sono sempre adattati supinamente ad usi e costumi palesemente truffaldini, con la scusa del “si sa, tanto è così”, e magari tentando di in molti casi di trovare il loro piccolo tornaconto. L’Italia dei furbetti, l’Italia di Alberto Sordi, l’Italia più stolta, che non ha mai saputo vedere più in là del proprio naso.
    Non si può che dare ragione a chi afferma che ogni popolo ha i governanti che si merita. Noi fin qui abbiamo sempre avuto quello che ci siamo meritati.

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  5. marina
    09/03/2013

    ottima disamina!!!! è inevitabile che vengano sorvegliati i commenti e di conseguenza i gusti espressi sulla rete e che questo può comportare una subdola operazione di marketing bella e buona quando si fanno i programmi elettorali. Tuttavia sta a noi (gente comune) non caderci come facciamo nei confronti dei prodotti che si vedono in pubblicità

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  6. elisabettapendola
    10/03/2013

    bello il tuo blog!

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