L’inserto del lunedì – un racconto di Rino Gobbi

Rino Gobbi

Quando mi trovo a preparare l’inserto del lunedì, sono solito mettere la biografia dell’autore alla fine, come una nota di secondaria importanza. Nel caso dell’autore di oggi, però, voglio partire proprio dai fatti che caratterizzano la vita dell’autore di oggi, Rino Gobbi, che trovo nel suo sito www.rinogobbi.it .

Nato il 12/01/1948 a Campolongo Maggiore, frequenta l’Avviamento Professionale a Piove di Sacco (le scuole Medie ancora non esistevano), conseguendo tra l’altro una borsa di studio. Si dimostra subito bravo in italiano.
Frequenta un corso di due anni come meccanico aggiustatore, sempre a Piove di Sacco.
Lavora in un’officina di Piove. Frequenta un corso di un anno di saldatore. Lavora due anni come fabbro a Campolongo Maggiore.
Al militare entra nel corpo dei Vigili del Fuoco.
Comincia come cameriere in un collegio a Padova. Lavorerà, sempre come cameriere, a Caorle, poi in Germania, a Jesolo, a Madonna di Campiglio, a Montegrotto. In Svizzera lavora a Gstaad al Palace Hotel, uno dei più rinomati del mondo.
Tra una stagione alberghiera e l’altra lavora come imbianchino con una impresa del suo paese.
Comincia a fare concorsi per entrare come dipendente comunale, e al tredicesimo vince come operaio al suo paese. Qui, da operaio cambierà e si troverà a fare il messo comunale.

Alla fine di settembre dello scorso anno ho avuto modo di incontrare Rino di persona, al festival di Sugarpupl, e mi sono trovato di fronte un uomo felice di scrivere e (me l’ha confessato lui)  felice di vivere proprio grazie alla scrittura: raramente ho trovato tanta limpida passione. Rino mi ha raccontato che ha sempre scritto – un tempo un diario, poi racconti, quindi romanzi e commedie; e nel tempo libero, ha creato alcuni dispositivi meccanici di cui si è parlato anche in televisione.

Ecco, io credo che ai corsi di scrittura, dove si insegnano i dialoghi, il climax, la giusta distanza dell’autore dai suoi personaggi, manchi sempre qualcosa: la felicità. Dovremmo imparare da Rino (che in paese è chiamato “Cuor contento”). Scrivere rende la vita migliore. E questo racconto un po’ folle dimostra come ci si possa divertire semplicemente mettendo insieme parole.

ALL’AEROPORTO
di Rino Gobbi

Mi trovavo seduto a un tavolino con Piero, che sapeva bene chi aveva di fronte: mi chiamavano lo stravagante. Aveva deciso di correre questo rischio, perché non c’era nessun altro che lo potesse portare all’aeroporto per aspettare due suoi amici. E io feci la mia parte.
“Facciamo colazione fintanto che aspettiamo?” disse.
“Fare colazione o non fare colazione non cambia la tua visione del mondo” risposi. “Perché mangiare? Per far sapere agli altri che hai soddisfatto una esigenza umana? Metti che gli altri non ti guardino, qual è la tua ricompensa?”
“Che non avrò più fame?” rispose lui.
“E cos’è la fame se non soddisfare il tuo appetito, una esigenza dettata dalla società, perché tu viva e così possa vivere anch’essa. Metti che ti occorra fare pipì, e che non ci siano bagni a portata di mano: tu resisti; metti che ne individui uno là in fondo, tu non resisti più; e metti che mentre stai andando qualcuno ti fermi; allora lo stimolo cessa, per poi riprendere quando l’altro se ne sarà andato. Tu vivi in funzione degli altri.”
“Sicché?…”
“Sicché se tu ordini la colazione sarà per gli altri che lo fai e non per te stesso.”
“Meglio non ordinarla, dunque?”
“Bravo, hai capito. Hai visto quel cameriere che è appena passato?”
“Certo, l’ho visto.”
“Lui non è mai passato, anzi, lui non è mai esistito; meglio: è esistito per il momento in cui tu l’hai visto.”
“Non ti capisco…”
“E’ tutta una finzione. Vedi questo portacenere? Esiste?… Esiste nel momento in cui lo vedi, ma il momento del divenire è già passato, e il portacenere non esiste più. E’ esistito? No, perché tu non l’hai visto dato che vivi al presente. Il portacenere era là solo per te; così tutti viviamo in funzione degli altri, di quel che vediamo, per farci credere di essere vivi.”
“Noi non siamo vivi?”
“Sì, siamo vivi, ma solo perché crediamo di essere vivi. Guardati attorno, vedi tutta questa gente? Perché è là? Perché tu la veda. Dimmi, che senso ha per te che il tuo prossimo sia là se tu fai la tua vita, che è unica, irripetibile e prestabilita? Dimmi, che senso ha?”
“Perché per vivere noi abbiamo bisogno degli altri.”
“Bravo, hai capito, noi per vivere dobbiamo interagire con le altre persone. Ma qui sta lo sbaglio: noi pensiamo di interagire, ma sono loro che ce lo fanno credere. Te lo ripeto, loro sono là apposta per noi.”
“Come nel film The Truman show?”
“No, è facile cadere nel tranello. Il film dimostra come una persona possa essere controllata dai media per il puro spettacolo. Io intendo invece che non siamo controllati, al contrario, viene allestita una scenografia dove gli attori (chiamiamoli così) recitano una parte che corrisponde perfettamente al nostro modo di agire.”
“Non ti capisco.”
“Mi spiego: vedi quel barman? Ebbene, dimmi perché è là?”
“Non saprei, perché le circostanze lo hanno portato a essere barman e lavorare qui all’aeroporto.”
“E tu perché sei qua?”
“Per lo stesso motivo, le circostanze…”
“Te lo spiego io il perché. Tutto ha un perché: tu che lo vedi, perché lo vedi? Se tutto ha una spiegazione, anche per questo fatto ci dovrebbe esserne una.”
“Perché è un “attore” che vuol farsi vedere da me perché io agisca come vuole lui.”
“Non ci siamo ancora! E’ perché tu agisca come devi agire, che se lui non fosse là tu non agiresti così.”
“Anche quel passeggero è là per me? E tutti gli altri sono là per me?”
“Certo, e tu sei qua per loro.”
“Cosa?”
“Capisci che siamo tutti soggetti al comportamento degli altri, tutto deve svolgersi come previsto perché così si svolgono le cose, e tutto è stato così ben preordinato che non possiamo farci niente. Solo avere la certezza che niente è vero.”
“Ma come può non essere vero ciò che vedo.”
“Solo per il fatto che sei cosciente che poi non lo vedrai più, e che prima non l’hai visto.”
“Sicché non esiste il passato e nemmeno il futuro, solo il presente?”
“Neanche il presente esiste, perché poi ineluttabilmente passerà, e siccome il futuro è una dimensione che non conosciamo, ciò che esiste al momento è come non esistesse.”
“Allora quell’aereo non esiste, niente esiste, neanche tu, neanche io?”
“Appunto.”
“Mi avevano detto che eri matto.”
“Ecco, la pazzia esiste.”
“Perché?”
“Perché ci esula dalla realtà, e non facendo parte della realtà che è finzione, per forza di cose fa parte della realtà reale.”
Vidi Piero turbato. Mi chiese se ciononostante poteva ordinare la colazione.
“Se vuoi?”
“Tu non la prendi?”
“Certo che la prendo” risposi.
“Anche se non esiste?”
Accettai la battuta, e di rimando dissi: “Si compie un’azione quando non si pensa di farla perché nel momento in cui la si pensa non la si può attuare, per il fatto che lo spazio del nostro pensiero è unico: tutti e due gli elementi non ci possono stare. Lo svolgersi dell’azione è l’emanazione di quel che si è pensato, e siccome è legata alla volontà essa non esiste più; al presente non esiste per il solito divenire; e nel futuro non esiste perché non sappiamo com’è.”
“Se niente esiste non esistono neanche i miei amici che devono arrivare con l’aereo?”
“Infatti. La tua è un’altra battuta, ma è vero. Come puoi dire che esistono se non sono nemmeno soggetti ad almeno uno dei tuoi sensi?”
“Al pensiero sì.”
“E cos’è il pensiero se non l’illusione della ragione che abbiamo in testa. E’ quello che ci fa agire secondo le sue direttive; ma dimmi, come è possibile che il pensiero si tramuti in azione?”
“Adesso basta, tu mi fai impazzire!”
“Cioè ritrovarti nella vera realtà.”
Ci fu una pausa in cui osservavo di sottecchi il mio compagno. Era pensieroso, stava connettendo, e a un certo punto disse: “Non ho capito il fatto che tutti siano là apposta per me, ma ho capito che niente esiste: è una strana verità. Se si fosse coscienti che è tutta una finzione si vivrebbe meglio?”
“No, è lo stesso, perché la finzione rimarrebbe finzione anche sapendo che lo è, si può agire in qualsiasi modo e non cambia niente.”
“Proprio niente? Sicché se noi adesso ci alziamo e andiamo via non cambia niente per i miei due amici che devono arrivare?”
“Assolutamente niente. Loro non esistono, e tu qualsiasi cosa farai sarà sempre la cosa giusta, perché così doveva andare.”
“Allora andiamo via. A dire il vero, mi sono anche antipatici.”

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Rino Gobbi da bambino
Rino Gobbi da bambino

Per chi volesse leggere i libri di Rino, consiglio di partire dalla homepage del suo sito personale: http://www.rinogobbi.it

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3 thoughts on “L’inserto del lunedì – un racconto di Rino Gobbi

  1. Ciao Paolo,

    ti ringrazio per tutto quello che di bello hai scritto su di me. Hai azzeccato tutto, infatti sono sempre felice grazie ai miei molti hobbies. Ma la scrittura è quella che mi dà maggior soddisfazione in quanto posso librarmi come voglio con la fantasia, che non mi manca.

    Naturalmente ti avviserò se ci fossero altri eventi che mi riguardano, così come lo farai anche tu.

    Ancora un salutone a te e alla tua famiglia.

    Rino

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  2. Beh, in effetti quindi anche questo racconto esiste solo per chi lo legge.
    E’ un po’ il destino di tutti i racconti. E degli scrittori.
    Carino comunque. I miei complimenti a Rino.

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