L’impero dei sensi

Recupero un vecchio post del 2007 che parla di Grado, l’isola natale di mio padre, e di odori, ricordi, e cose che solo i bambini vedono.

Mentre un sole bianco e freddo inizia la sua discesa dietro la laguna – riflettendo il suo oro e il suo argento sull’acqua mossa del mare – vedo tre ragazzini che cercano di saltare sopra ad un materassino, proprio al centro della scena. Il loro obiettivo è rimanere in piedi per più di qualche secondo – nonostante le onde, nonostante il vento. Non riesco nemmeno a sentire le loro voci. Li fotografo da lontano, con lo zoom, cogliendo l’attimo fuggente.

grado01

Sono tornato a Grado un pomeriggio di qualche giorno fa, senza nessuna intenzione; forse solo quella di far vedere a Jurij dove è nato il nonno. Glielo ho annunciato ancora prima di partire, e pare che la cosa lo abbia incuriosito. Chissà se riesce ad immaginare nonno Franco appena nato. In macchina continua a farmi domande. Quando parcheggiamo e scendiamo dalla macchina, mi dice, sicuro: “Adesso andiamo a vedere dove è nato nonno Franco”. Così ci incamminiamo verso via Fiume, al numero 32.

La casa non è più la stessa, da più di venticinque anni. Tutte le volte che ho potuto, ho evitato di vedere il condominio a quattro piani, verde e bianco, che ha preso il posto della casa dei miei nonni e dei miei bisnonni (e forse anche qualcosa più in là) – e anche la casa delle mie vacanze al mare, quando ero piccolo.
Ci fermiamo proprio davanti.
Ecco, Jurij, è questa.
Lui non fa una piega.
Guarda e prende nota.
Per lui è solo questo, la casa dove è nato il nonno, e nient’altro. Non accede alla mole enorme di ricordi che mi porto dietro, e che io lego a quel posto.

Grado è fatta soprattutto di odori. Arrivavamo in macchina, dopo un viaggio di due ore, sotto il sole di agosto – mia mamma ci metteva il costume ancora prima di partire. Quando si vedeva il mare, iniziavamo a cantare “Tutti al mare, tutti al mare, a veder le chiappe chiare”. Mio papà, finalmente, si decideva ad aprire il finestrino ed entrava, di colpo, l’odore della laguna – alghe, uno spirito salmastro, qualcosa che ha a che fare con le onde.
Gli ultimi chilometri li facevamo in preda ad un’eccitazione crescente. Il ponte che unisce Grado alla terra ferma. Il cartellone anni venti con la scritta “Benvenuti” e “Wilkommen”. La curva. Il porticciolo. Via Fiume. La nonna con il vestito nero e gli occhiali con la montatura grossa che ci aspetta davanti alla porta.

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Poi, dentro, l’odore di quella casa. Muffa? I muri che hanno cento anni? I materassi? Perlustrazione della casa. Corridoio. Cucina e camera della zia Maria a destra – tutto insieme. Dentro, televisore con manopolone per passare dal primo al secondo e viceversa. Il suo letto che di giorno usiamo come divano.
Il tavolo di legno, con il piano di una specie di formica verdolina e il bordo di latta ribattuta alto tre dita. La “cucina economica” – quella ricoperta da ceramica bianca – quella che sopra ha i cerchi concentrici di ferro, con il buchino in mezzo per togliere il primo; davanti, lo sportellino per mettere la legna. La macchina da cucire della Singer del 1903, l’anno in cui è nata mia nonna: è scura, quasi nera, ma lei ci diceva che da piccola si specchiava sulla sua superficie. Intorno al 1910.

Ancora perlustrazione. Il fugher, una stanza della quale non ho mai capito la destinazione. C’è un lavandino, da dove esce un’acqua con lo stesso sapore – terribile – di quella che c’è in cucina. Per un mese, io e i miei fratelli evitavamo di bere. Tra il corridoio e il fugher, un pianoforte completamente scordato, con un meraviglioso suono che pareva provenire da sotto acqua. Ancora l’odore di muffa.

Il piccolo giardino interno, con la vasca dove una volta si lavavano i vestiti. Qui c’era l’odore della menta – ci sfregavamo le mani con le foglioline, come fa ora Jurij a casa dei suoi nonni – e del basilico fresco che cresceva vicino all’albero di cachi. In ottobre raccoglievamo, increduli, quelle palle dorate e dolcissime. Nei giorni più caldi, chiedevamo di mangiare fuori, su un tavolino di fortuna, riparati dall’ombra della casa. Quel giardino ora è la piazzola dalla quale si accede ai garage. E’ buio, e piastrellato. Non cresce alcuna pianta.

Le scale ricoperte di un linoleum rosso, che noi usavamo come scivolo. Mia nonna ci raccontava che tanti anni prima, suo fratello Francesco, che però tutti chiamavano “Franseles”, quando si ubriacava tendeva a rotolare giù da quelle scale di legno, senza nemmeno svegliarsi. Se non fosse morto prematuramente, nel 1936, mio papà si chiamerebbe Nicolò.

E poi le camere. Quella dei miei genitori, con la finestra sul giardino, e quella nostra – lunga, spoglia, con la finestra che si affacciava sulla strada: la mattina ci affacciavamo, inondati dal sole . Tutta la casa era pervasa da un senso di estrema, dignitosa povertà.

La sera, dopo essere tornati dalla passeggiata per il viale, dove avevamo mangiato il gelato da Panciera, andavamo in camera dei miei per il rito dell’Autan. Allora l’Autan veniva venduto dentro a bottigliette di vetro trasparente. Non esistevano stick: mia mamma si bagnava le mani e ci passava quel liquido profumatissimo sul collo, sulle braccia, sulle gambe, sui contorni del viso. La luce era spenta, per evitare che entrassero zanzare: filtrava solo la luce della luna, che disegnava un rettangolo luminoso per terra. L’aria era fresca, e la nostra pelle, cotta dalle ore di spiaggia, era percorsa da piccoli brividi. Si parlava sottovoce. Poi i bacini della buona notte, e noi tre, nei pigiamini bianchi, andavamo a dormire nella nostra camera, dove rimaneva sempre accesa una piccola luce verde, contro la paura del buio.

Ogni tanto, prima di spegnere la luce, ci faceva compagnia la zia Maria. Lei, a differenza di mia nonna Nella, sua sorella, non sapeva inventare fiabe – non le sapeva neppure raccontare. Parlavamo di quando saremmo stati grandi.
“Zia”, chiedeva Alberto “chi sarò io da grande?”
“Tu sarai un vescovo”
“E io?”, domandavo.
“Un cardinale”
Fausto, che era piccolo, e timido non chiedeva niente. Così io e Alberto: “E lui? Lui, cosa sarà?”
“Lui sarà Papa, Papa Fausto non so quale numero” e lo diceva seria. A ottanta anni, sembrava Bernadette.

Di giorno andavamo in spiaggia, camminando scalzi sull’asfalto bollente e scabro. Qualche volta, ci fermavamo in un negozio di articoli per il mare a comprare le biglie dei ciclisti, quelle che dentro avevano la faccia di Gimondi, Moser, Merkx. Sulla sabbia, poi, facevamo una pista, dove spingevamo con le dita quelle palline. Sotto il sole, l’unica protezione era la crema Nivea, nel suo vasetto rotondo e piatto. Un cappellino in testa. Qualche volta, l’ombrellone.
Passavamo più di metà del tempo in acqua, a fare capriole, a rincorrerci, a spruzzarci acqua, a cercare granchi. Nell’altra metà del tempo, si giocava a bocce, si costruivano panettoni di sabbia, si tiravano le biglie. Avevamo meno di trent’anni in tre.

Se non eravamo in spiaggia, giravamo per Grado, senza la supervisione di alcun adulto.
Alle due passavamo davanti alle finestre delle cucine dei piccoli ristorantini del centro storico, dove i cuochi finivano di friggere il pesce, e noi venivamo investiti dall’odore dell’olio, dei calamari, delle sardine abbrustolite.
Alle due e mezza del pomeriggio, entravamo nel fresco dell’antichissima basilica di Santa Eufemia, dove gruppi di vecchie recitavano il rosario – voce solista per la prima metà dell’Ave Maria, risposta un’ottava sotto per la seconda metà. Avevano vestiti a fiori, un pezzo unico dalle spalle fino a sotto il ginocchio, le scarpe di feltro con la suola di gomma, i gambaletti che finivano troppo presto, vene varicose. Tutte inebriate dall’odore di incenso che un sacrestano solerte spandeva di continuo, agitando un turibolo fumoso…

**

Jurij mi tira i pantaloni.
“Mangiamo un gelato?”
“Certo, ciccio, andiamo”
Camminiamo lungo il viale principale di Grado, dove una volta c’erano platani con tronchi larghi un metro. Ora è tutto più lussuoso, più curato, più ricco. La generazione dei pescatori è sparita, finita, sostituita dagli imprenditori del turismo.

Sulla sinistra, un’edicola, di quelle chiuse, come un negozio. Entro, e capisco che il centro dei miei ricordi, il suo nucleo, è l’odore dei giornali. Della carta. E’ un brivido profondissimo, che arriva allo stomaco, al cuore. E’ un piacere talmente forte da farmi un po’ male. Uno struggimento doloroso e dolcissimo. E’ tutta la mia infanzia che si riversa lì, in quel momento – le Gazzette dello Sport per le Olimpiadi di Mosca, i libretti del Festival Bar con le parole delle canzoni – i Blondies, Alan Sorrenti, Renato Zero – e i Topolini e i Corriere dei Piccoli, e piccole macchinine che pendevano davanti al bancone. Nessuna possibilità di resistere all’impero dei sensi.

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Usciamo, e camminiamo verso la diga, dove c’è l’unico palazzo di Grado, un grattacielo con i lati concavi. Guardiamo il mare, i gabbiani, le onde, lo spazio, il tramonto. Ancora l’odore salmastro del mare, antichissimo.

Mentre torniamo verso la macchina, il vento alza uno scontrino bianco, lo fa volare in alto, poi lo lascia cadere, come una cosa da niente, come noi nelle mani della vita.

Jurij lo insegue ridendo, guardando il cielo, saltando, e cantando con gioia infinita una canzone imparata all’asilo:

Farfallina
Bella bianca

Sempre vola
Mai si stanca

Poi si posa
Su una rosa

E mai più
lei volerà

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31 risposte a "L’impero dei sensi"

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  1. Con la canzoncina di Jurij mi hai tirato proprio il pugno finale, dopo la gragnuola di struggenti ricordi che assomigliano tanto ai miei, che a Grado avevo i cugini e a Monfalcone i nonni.
    E comunque è vero, gli odori si associano ai ricordi in maniera incredibile. Impossibile descriverli se non assimilandoli ad altri odori, ma incancellabili nella memoria.
    Che ricordi avranno Jurij e Matija (e i miei Francesco e Anna) fra trent’anni?
    Il migliore auguro che posso fare loro è che siano vivi netti e definiti come i tuoi!

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    1. Me lo chiedo spesso anch’io, che ricordi avranno di questa loro età… E talvolta ho il sospetto che le esperienze che stanno facendo, almeno i miei, siano, in qualche modo, plastificate, come plastificato è il mondo nel quale stiamo vivendo. Proprio in questi giorni pensavo al luogo nel quale ho passato una parte della mia fanciullezza – una vecchia caserma in disuso, piena di calcinacci che cadevano, passaggi segreti… era pericolosa? Non lo so. So che era bella, che era un mondo nel quale potevi fare esperimenti, inventare storie, credere, per un momento, di essere un soldato, un esploratore… Ora, non so se sia proprio così…

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    1. Non vorrei ricordare male, ma avevo fatto anche un piccolo video di quel momento… mi ricordava molto un pezzo di “American beauty”, quando la telecamera aveva ripreso quel pezzo di carta sollevato dal vento…

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  2. leggendo questo post ho pensato a due giochi di parola AGgrado DEgrado. Mi piace molto il nome del tuo blog. Amo la parola e sminuzzarla ben bene. Spero tu venga nella mia umile dimora virtuale.

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  3. Ricordi di una infanzia che non tornerà più; ricordi di un mondo molto, molto più umano dell’odierno; ricordi di come eravamo e di come siamo diventati; magari ricordi di come ci siamo salvati dall’orda barbarica piovutaci addosso. Sicuramente ricordi da tramandare alle generazioni future.

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  4. Questo tuo racconto, Paolo, riesce a trasmettere tutta la bellezza e la difficoltà legate a uno dei momenti più delicati, nella relazione genitore – figlio: il passaggio dei ricordi. Un’eredità che si impara ad apprezzare con il tempo e che resiste al tempo.
    E’ splendido. Complimenti Paolo, a te e al piccolo Jurij che, con la sua canzoncina, mi ha fatto sorridere nella commozione.

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    1. Grazie, Nico! In famiglia, per non so quale motivo, amiamo tutti ricordare il passato – non nella sua interezza, ma nei piccoli dettagli. In questo momento, mi viene in mente il “mollettone” (è italiano?) verde che mettevamo sotto la tovaglia nel tavolo in salotto, per i pranzi con i parenti… Non significa nulla, ma sento comunque un piccolo tuffo!

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  5. Che meraviglia: mi sono unito alle tue perlustrazioni, ho respirato gli stessi profumi e odori, a cominciare da quello del mare, rigenerante e magico specialmente quando è la prima folata, che dopo un anno rientra dal finestrino aperto della macchina. E che bella, quell’immagine finale dello scontrino in balìa del vento.
    Fai bene a riproporre questi tuoi pezzi da pioniere dei blog: io, vecchio dinosauro tecnofobo, nel 2007 non ero ancora nemmeno connesso!!
    Che compagnia mi fa, la tua straordinaria Scrittura!

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    1. Grazie Nicola!
      Il tuo splendido libro mi ha fatto tornare in mente tante cose – e ammetto che molti punti di “Quattro soli a motore” mi ricordano le vacanze a Grado (e a Norcen, minuscolo paesino sopra Pedavena) – la stessa atmosfera!

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  6. eh sì, com’era bella Grado…io adolescente ci andavo in vacanza d’estate coi miei genitori negli anni 70 ma anche prima, da bambina, mia nonna che, abitava a Cervignano e presso cui abitai per un periodo, mi portava sulla diga a passeggiare per “prendere lo iodio” sapendo che in prospettiva sarei andata a vivere a Milano e ne avrei avuto bisogno…

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    1. La passeggiata sulla diga… dalla spiaggia vecchia fino alla spiaggia nuova… il mare davanti, il cielo sopra… te li ricordi, poco prima dello spiazzo finale, quel giardino nel quale suonava sempre un gruppo? Si chiamavano “I delfini”, non potevamo vederli perché c’era una specie di staccionata, ma li sentivamo tutte le sere… e il tipo che suonava l’organo a due tastiere davanti all’entrata della spiaggia nuova, vicino al Parco delle Rose, la sera? E le edicole.. quella del viale, quella del porto, vicino alla gelateria Bomben… E lo iodio – sì, ricordo, da piccoli era uno dei principali motivi per cui si andava al mare – chissà se c’è ancora! 😉

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  7. Ho respirato il profumo dell’Autan in bottiglietta.
    Ho rivisto la città di mare delle mie vacanze dell’infanzia. E ho guardato le cose nuove, quelle cambiate e quelle rimaste intatte. Quelle che assomigliano alle certezze.
    Grazie per questo caldo flusso di ricordi.

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    1. L’Autan era in una bottiglietta trasparente, che a me ricordava la Madonnina piena di acqua santa che mia zia Maria teneva sopra il comodino in camera sua (cioè in cucina)…. Sai cosa mi piaceva? Sentire che qualcuno si prendeva cura di noi. Forse è questa, la magia dell’infanzia – la sensazione di essere in un nido…

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  8. Ciao Paolo,

    non so se si possa inserire direttamente il commento sul tuo blog, comunque te lo spedisco via e.mail.

    Bye.

    Caro Paolo, come saprai io quasi non sapevo cosa fosse un blog. Finora non c’ero mai entrato, in quanto uso il computer solo per scrivere e per le e.mail che mi arrivano. Tu mi hai dato l’opportunità di entrare nel tuo, dove ho letto il racconto “L’impero dei sensi”, che mi ha trasportato in quell’epoca, in quel posto, in quella dimensione che solo chi la ricorda la può provare; ma tu -e non è piaggeria- mi hai trasmesso delle emozioni che da tanto tempo erano spente.

    Mi domando come sia possibile che uno che ha scritto “La felicità esiste”, basata sulla sensualità, possa esprimere così bene anche queste emozioni dell’infanzia. Davvero sei sorprendente, per questo d’ora in poi leggerò tutto quello che scrivi, sia nel blog che altrove.

    Ciao.

    Rino

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    1. Caro Rino,
      la domanda che ti poni mi arriva in un momento un po’ delicato nel mio rapporto con lo scrivere… Ho iniziato a scrivere tardi, nel 2006, e per più di un anno ho scritto solo i miei ricordi – ricordi spesso pieni di tenerezza, di nostalgia… Poi ho iniziato a scrivere fiction, dove ho potuto espandere il mio registro – quindi ho affrontato il dolore, il desiderio, la paura, la morte… Quando ho presentato la mia prima raccolta di racconti all’editore, sono rimasti solo questi ultimi: l’editoria non prende in considerazione storie intime, private – o almeno, non in questa forma. Per cui esiste, di fatto, una frattura tra le mie pubblicazioni “ufficiali” e tutto quello che ho scritto e non è mai stato stampato. In questo periodo sto pensando a come conciliare le due cose – a come evitare il rischio di perdere la parte di me che viene fuori in queste storie di famiglia… Ci penso un po’ su!
      A presto,
      Paolo
      ps e grazie per le belle parole!

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  9. Oh quando Panciera era quasi l’unico gelataio, che ricordi!
    Il gelato da Panciera veniva qualche giorno dopo la pizza alla Lanterna per la promozione (era l’unica pizza a Padova di tutto l’anno) e subito dopo il pesce rosso alla Fiera che era il regalo di inizio estate

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    1. La famiglia Panciera era, se non sbaglio, di Agordo, ed era una specie di dinastia che aveva conquistato il nord est con le sue gelaterie… Quella di Padova e quella di Grado non so che relazione di parentela avessero, tra di loro, ma il gelato era, nel gusto, lo stesso.
      Da qualche parte ho una bellissima foto che un fotografo che percorreva il viale di Grado aveva scattato alla mia famiglia. Eravamo tutti abbracciati, ma mio fratello Alberto, abbracciato a mia madre, stava facendo una faccia buffa e mio padre gli sta dando un buffetto (o una sberla?) per farlo tornare serio. Quella foto ci immortala così, uniti, e già diversi.

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  10. Uno di quei pescatori che oggi sono più rari a Grado l’ho incontrato quattro o cinque anni fa. Abbiamo parlato una quindicina di minuti, e lui, a me e ai ragazzi che erano con me, ha parlato in dialetto proprio della Grado che racconti tu. Bellissime immagini, mi sembra di vederle davanti agli occhi 🙂

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    1. Il dialetto di Grado, molto simile al veneziano, è stato reso immortale dal grande poeta Biagio Marin. A noi, da piccoli, ci faceva ridere mio padre quando parlava al telefono con mia nonna, in gradese: comò xe? tu ha magnao? I mamuli sta ben,
      Meneghello, in Libera nos a Malo, parla di come il dialetto sia la lingua che descrive la realtà per quello che è – la realtà che i bambini vedono senza interpretare.
      A presto, e grazie per essere passata!

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  11. Bello questo scritto per le emozioni universali che descrive: nella mia infanzia ricordo quando andavamo alla casa al mare vicino Messina. Eppure dietro una geografia diversa l’impero dei sensi è stato uguale: quel paese è ora più moderno e tuttavia certi odori e certe sensazioni mi portano con violenza ai 9-10 anni! La canzoncina finale invece mi ha un po’ tirato nella fossa, nel senso che i ricordi così intensi di norma non mi danno frustrazione per il tempo che fugge, ma, al contrario, una sensazione dell’illusorietà del tempo, una sensazione quindi di eternità (nel senso etimologico del termine quindi). Riprovare quelle sensazioni è come un segno che sono ancora tutte li e nessuno può rubartele appunto come una foto ferma l’immagine immortalandola. Grazie grazie grazie per questa bella narrazione che è un vero nutrimento dello spirito!!!

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    1. Conosco bene anch’io il mare siciliano… quel mondo è ancora gonfio di odori, di colori, di sapori… ci sono tornato anche l’estate scorsa – è come se lì la realtà fosse ancora “vera”…
      Grazie a te per essere passata, cara Marina!

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  12. Bello: i ricordi affidati alle fotografie sono solo istantanee del passato. Qui le immagini prendono vita anche con sapori, odori, musiche e suoni. Del passato e del presente. E dai loro contrasti.

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    1. L’olfatto è un senso molto superiore alla vista: può distinguere fino a un milione di odori diversi, e ha una memoria profonda e duratura. Sono l’unico in grado di ricordare l’odore della minestra dell’asilo come se fosse in questa stanza? 😉

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