Grafemi

Segni, parole, significato.

I burattini di Flaubert

Charles ed Emma Bovary

Qualche sera fa, guardando con degli amici un DVD su Flaubert, ho sentito dire, da Dacia Maraini che illustrava le opere dell’autore francese, che spesso i personaggi cercano un autore che parli di loro; una volta trovato, gli impongono di esistere secondo le proprie regole e le proprie esigenze.
Questa visione del rapporto tra uno scrittore e le sue creature credo risalga, come minimo, a Edward Morgan Forster, che, tra le altre cose, ha scritto il bellissimo Casa Howard e il discreto Passaggio in India; Nabokov, al quale era stato chiesto un parere su questa affermazione, dichiarò che si trattava di una fesseria e che i suoi personaggi erano prigionieri incatenati ai remi di una galera della quale lui era il capitano. Nabokov ha sempre avuto il gusto della provocazione, del quale è stato grande maestro sia come scrittore che come teorico dell’arte; tale convinzione, però, torna in un’altra sua intervista dove, con ironia ancora più caustica, dileggia la visione dei personaggi che comandano il loro autore, proclamandosi, per contrasto. il dittatore assoluto dei suoi romanzi.
Queste due visioni – quella di Forster e quella di Nabokov – tentano, per strade diverse, di fornire una metafora capace di spiegare il misterioso processo creativo che sta dietro all’invenzione di una storia. Da dove arrivano le idee? Qual è il punto di partenza? Sempre Nabokov, dovendo raccontare la genesi dei suoi romanzi, parla di un uovo che gli arriva come un dono (non saprebbe dire se dall’alto o dal basso), che lui, con amorevole cura, deve covare per lungo tempo; durante la cova, l’idea iniziale cresce secondo un percorso che l’autore, pur non conoscendo l’esito finale di quel paziente lavoro, riconosce retrospettivamente come necessario. I personaggi sono, a suo parere, gli strumenti che utilizza per raggiungere uno scopo – non il fine ultimo del suo scrivere.
Pinocchio-Jacovitti-1974Altri autori, invece, come ad esempio Tabucchi, sostengono che tutto inizia con un personaggio, talvolta dotato di un nome e un cognome, che li raggiunge nel sonno già definito nei caratteri principali, e con una precisa richiesta di essere raccontato. Lo scrittore non ha scelta: come Michelangelo, deve levare tutto il superfluo per arrivare a svelare il profilo del suo personaggio, che esiste fin dalla prima parola in un mondo sconosciuto ma, in qualche modo, reale. La sua creatura, come racconta Dacia Maraini, assomiglia a Pinocchio che dopo essere stato abbozzato dal suo creatore Geppetto, gli assesta un calcio sulle gambe, salta giù dal tavolo del falegname, e inizia ad agire in piena autonomia.

Poiché parliamo di un processo creativo che si svolge interamente all’interno del cervello di uno scrittore, non ha senso domandarsi quale dei due approcci sia quello vero; in entrambi casi il punto di partenza, che sia un uovo o un tizio mai visto che si presenta in un sogno, appartiene esclusivamente alla fantasia dell’autore. Le immagini pittoresche di Forster e di Nabokov servono solo a rappresentare quello che, anche per loro, è un mistero. Dove stava Madame Bovary prima che Flaubert scrivesse un romanzo su di lei? Dov’era la folle dittatura che tormenta i cittadini di 1984? Nei neuroni di chi li ha inventati: qualsiasi altra ubicazione è poesia.
Diventa però interessante capire cosa cerca il lettore in un libro: persone, storie, o entrambe le cose? Emma, la moglie fedifraga di Charles Bovary, ha i capelli neri, gli occhi scuri, ama leggere romanzi d’amore, è una sognatrice ingenua, possiede uno scarso spirito materno, non sa amministrare le finanze di casa sua, si annoia facilmente, è dotata di un’intelligenza tutto sommato ordinaria, è naturalmente sensuale, vuole bene a suo padre: questo è un personaggio. Emma, quando vede per la prima volta Charles, sogna il matrimonio, e si lascia sposare da un medico di provincia un po’ tonto; l’idillio dura poco e quando conosce Leon, un giovane avvocato della piccola città di provincia dove vivono, prendono in considerazione la possibilità di tradire suo marito, senza però trovare l’occasione di farlo. Conosce Rodolphe, nobile un po’ decaduto senza troppi scrupoli, e si lascia finalmente sedurre. Sogna una vita insieme a lui, in giro per il mondo, ma poiché l’amante non ha nessuna intenzione di portarla via, lo lascia e torna da Leon, con il quale intrattiene una seconda relazione amorosa, questa volta fatta di incontri tumultuosi in una camera d’albergo a Parigi. Nel frattempo accumula debiti; quando i creditori si affidano alla giustizia per la restituzione dei soldi, che lei non possiede, Emma mangia dell’arsenico e muore. Questa, è la storia. Potrebbe esistere Emma Bovary senza tutti gli atti che compie? In che modo le azioni, la trama, lo svolgimento dei fatti, possono essere indipendenti dalle caratteristiche del personaggio che li ha compiuti? Davvero Emma Bovary ha chiesto a Flaubert di morire alla fine della storia che la vede protagonista?

scacchiSe provo a immaginare il processo che ha portato Flaubert a scrivere il suo romanzo, penso a una lunga passeggiata di quattro anni durante i quali lo scrittore francese si è trovato, decine, centinaia, migliaia di volte di fronte a un bivio; e ogni volta ha dovuto compiere una scelta. Come in una partita di scacchi, dove il giocatore, prima di muovere una pedina considera tutte le possibili evoluzioni della sua mossa, tutte le possibili contromosse, e le sue successive controcontromosse (l’abilità di un programma che gioca a scacchi dipende dalla profondità di questa esplorazione), così di fronte a un libro che si sta costruendo l’autore valuta tutte le possibili conseguenze di un’azione, sulla base del risultato complessivo – del risultato artistico – che vuole ottenere. Se i Bovary non si fossero trasferiti in una piccola città di provincia, ma avessero scelto la strada di Parigi (come fa il personaggio principale de L’educazione sentimentale), come sarebbe cambiata la storia? Cosa si sarebbe potuto raccontare? E soprattutto: come sarebbe dovuta cambiare Emma Bovary per consentire questo spostamento? Di quali caratteristiche avrebbe dovuto dotarsi per essere la persona giusta per quel differente romanzo? Emma è adultera, e il romanzo parla di adulterio: cosa viene prima? Flaubert avrebbe potuto immaginare un romanzo sull’adulterio senza Emma l’adultera? Ed Emma sarebbe mai comparsa in un romanzo che parla delle imprese di due impiegati, Bouvard e Pecuchet, che decidono di ritirarsi in campagna a coltivare la terra? Homais, uno dei personaggi principali di Madame Bovary, è un farmacista perché così aveva chiesto quando era comparso in sogno a Flaubert, o perché nell’economia della storia era necessario che Emma potesse accedere con facilità all’arsenico?
Potrei fermarmi qui, ma poiché la genesi di un romanzo è, come dicevo sopra, un processo difficilmente ricostruibile, posso permettermi di raccontare il punto di un vista di lettore generalmente attento (io!) senza sembrare troppo presuntuoso: il romanzo è una storia che prende forma, e diventa concreta, attraverso le azioni dei protagonisti. Come si dice, servono le persone giuste per fare le cose giuste nel momento giusto. E dire che un personaggio chiede al suo autore di esistere non è altro che un modo vagamente poetico (e un pochino retorico, e forse banalmente retorico) per rappresentare il modo inconscio, o colpevolmente inconsapevole, con il quale uno scrittore adatta le sue creature alle esigenze della storia; e le esigenze della storia sono dettate non dalle paturnie di protagonisti capricciosi, che spesso non sanno nulla di come si scrive un romanzo, ma dalla visione complessiva dell’autore.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

8 commenti su “I burattini di Flaubert

  1. amanda
    28/03/2013

    male ma funzionano 😀

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  2. giovanni
    28/03/2013

    «Come si dice, servono le persone giuste per fare le cose giuste nel momento giusto. E dire che un personaggio chiede al suo autore di esistere non è altro che un modo vagamente poetico (e un pochino retorico, e forse banalmente retorico) per rappresentare il modo inconscio, o colpevolmente inconsapevole, con il quale uno scrittore adatta le sue creature alle esigenze della storia; e le esigenze della storia sono dettate non dalle paturnie di protagonisti capricciosi, che spesso non sanno nulla di come si scrive un romanzo, ma dalla visione complessiva dell’autore» Esatto 🙂 . La storia nasce perché l’autore ha un’idea che prende vita grazie ai personaggi. La storia non deve mai piegarsi a far fare cose ai personaggi, sono loro che dominano la storia, mai il contrario, almeno nei buoni libri.

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  3. luciaguida
    29/03/2013

    Condivido con entusiasmo. Prendere un bivio piuttosto che un altro nella narrazione di una storia è un’esigenza dettata dalla necessità di avere maggiore verosimiglianza e credibilità nell’intreccio. L’immagine di un personaggio che a mani giunte preghi il proprio artefice di farlo esistere è certamente suggestiva ma poco realistica. Un caro saluto
    Lucia

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  4. Nicola Losito
    30/03/2013

    La genesi di un grande romanzo è difficilmente ricostruibile, può avvenire in mille misteriosi modi. Di certo non a tavolino come tanti (modesti) romanzi di oggi…
    Nicola

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  5. marina
    31/03/2013

    In una minoranza di casi però, ho come l’impressione che il personaggio usi l’autore come medium per comparire nella nostra dimensione: nell’arte figurativa questo fenomeno accade con grande predominanza (avendo sondato le opinioni di molti che dipingono e scolpiscono). Nella scrittura perciò immagino possa accadere. Ovviamente il paranormale non fa parte dell’argomento qui posto perciò, se si esclude in modo totale questa possibilità (dell’interfaccia tra diverse dimensioni che quando siamo in uno stato particolare di ispirazione consapevolmente o meno possiamo sfiorare) posso dire che la tua analisi è l’unica possibile…tra l’altro molto ben spiegata 🙂

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  6. Nina
    31/03/2013

    Stimolanti le tue riflessioni sulla scrittura e sulla genesi dell’atto artistico.
    Vorrei ricordare anche Pirandello, i cui personaggi non aspettano neanche di comparirgli in sogno, ma irrompono direttamente nella vita reale, arrivando in teatro, durante una prova teatrale dall’andamento fiacco e imponendo all’autore di rappresentarli…
    Uovo o burattino o Personaggio in cerca… purchè si imbattano in buoni autori…

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  7. invecedistelle
    20/04/2013

    Mi sembra delirante come idea, ma se credere che i personaggi cerchino un autore dovesse aiutare, ben venga. In letteratura si può, in quale altro luogo se no?

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