Grafemi

Segni, parole, significato.

La ragione per scrivere

Emmanuel_CarrèreCome tanti, in Italia, ho scoperto Emmanuel Carrère grazie a Limonov, la curiosa biografia  Eduard Veniaminovich Savenko, in arte (appunto) Limonov. Al riguardo devo ammettere due cose: il libro mi è piaciuto, e il libro non mi ha fatto impazzire. Qualche mese prima avevo letto HHhH, acronimo di Himmlers Hirn heißt Heydrichcioè il cervello di Himmler si chiama Heydrich, romanzo scritto da un altro francese, Laurent Binet. e ne ero rimasto folgorato; probabilmente se avessi invertito l’ordine della lettura le cose sarebbero andate in modo diverso.

In ogni caso, Limonov è un libro convincente, che consiglio a tutti; e Limonov, che tra le tante altre cose è stato anche uno scrittore, mi ha davvero molto incuriosito, al punto che ho preso spesso in considerazione l’idea di leggere uno dei suoi romanzi. Non mi aspettavo, invece, che presto avrei finito per leggere due libri di Carrère in meno di tre giorni. Il primo che ho letto è Vite che non sono le mie, il secondo La vita come un romanzo russo. Entrambi raccontano storie vere, realmente accadute, all’autore (è il caso de La vita…) o a persone che lui ha incrociato (Vite che…).

La realtà, dunque. Carrère, che in gioventù è stato, per sua stessa ammissione, un grande ammiratore di Nabokov, non commette l’errore di credere che ne esista davvero una: si limita a osservarla, da soggetto partecipe, e a raccontare cosa ha prodotto su di lui – su un uomo difettoso, spesso al limite della follia, inaffidabile, vanitoso, morbosamente legato alla madre, sempre scontento. Un uomo che soprattutto è, in ogni cosa che fa, uno scrittore. Per questo motivo Carrère non può narrare le sue storie senza tentare di elaborare una teoria sui motivi per cui si scrive – o, almeno, per i motivi per cui scrive lui.

jean-claude romandUno dei successi più grandi di Carrère, almeno in Francia, è il libro L’avversario, che racconta la tragica vicenda di Jean-Claude Romand, un uomo che dopo aver fatto credere per anni a tutte le persone che lo circondavano di essere un grande medico, sul punto di essere scoperto ha ucciso sua moglie nel loro letto, ha dormito con lei per tutta la notte; il giorno dopo ha svegliato i bambini, ha preparato loro la colazione, ha guardato i cartoni con loro, quindi li ha messi a letto e, nel sonno, li ha uccisi sparandogli dei colpi di fucile in testa; il giorno successivo è andato a mangiare dai suoi genitori, e dopo pranzo li ha uccisi, assieme al cane di famiglia; la sera ha tentato di uccidere una sua ex amante che avanzava da lui 900.000 franchi, quindi è tornato a casa, ha acceso la televisione, ha cosparso la casa di petrolio e le ha dato fuoco, con lui dentro. Si è salvato per puro caso: ancora una volta ha mentito, dicendo che si trattava di un incidente, ma viene quindi smascherato e condannato all’ergastolo, senza possibilità di chiedere che venga esaminata una sua possibile scarcerazione fino al 2015.

Tutta questa storia è realmente accaduta. Carrère ha incontrato Jean-Claude Romand, l’ha intervistato, ha parlato con i suoi amici, e poi ha raccontato ciò che è successo. Perché l’ha fatto?

In Vite che non sono la mia, a un certo punto Carrère si trova in cucina con la madre di suo cognato, che ha appena perso la moglie Juliette.

Lei [la madre del cognato] aveva letto il mio libro L’avversario, che Juliette [cognata di Carrère] le aveva consigliato [..] e l’aveva trovato molto duro. Ho riconosciuto che sì, era duro, che anche per me era stato duro scriverlo, e mi sono vagamente vergognato di scrivere cose così dure. Le persone che frequento non hanno problemi col fatto che un libro sia tremendo: molte, al contrario, ci vedono un merito, una prova d’audacia da accreditare all’autore. I lettori più ingenui, come la madre di Patrice [il cognato], ne sono turbati. Non ritengono che sia un male scriverlo, ma si chiedono comunque perché farlo. Si dicono che il tizio gentile e beneducato che li sta aiutando a tagliare a rondelle i cetrioli, che ha l’aria di partecipare sinceramente al lutto della famiglia, quel tizio deve essere parecchio contorto, o parecchio infelice, comunque sia qualcosa in lui non funziona, e il peggio è che devo dargli ragione.

La cosa divertente di queste affermazioni, che io condivido pienamente, è che non richiedono che il risultato di ciò che si scrive abbia un qualche valore; e anzi, nel caso in cui non ne abbiano, o questo non venga riconosciuto, la difficoltà di spiegare i motivi per cui si scrivono cose tremende è ancora maggiore.

Il libro Vite che non sono le mie parla di due lutti terribili: due genitori perdono una bambina di quattro anni, una famiglia con tre bambine tra i nove e i due anni perdono la madre. Carrère affronta, di nuovo, questi dolori immensi.

Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, ho trascorso qualche ora davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. La vita mi ha reso testimone di queste due disgrazie, una dopo l’altra, e incaricato, o almeno così ho capito, di renderne conto. A me le ha risparmiate, e prego perché continui a farlo.

In La vita come un romanzo russo, Carrère affronta due temi che in qualche modo si intrecciano tra loro: la scoperta del mistero che circonda la vita e la fine suo nonno (che è soprattutto il padre della severissima, e assai celebre negli ambienti culturali, madre dello scrittore, Hélène Carrère d’Encausse), e un amore tormentato, con risvolti particolarmente duri per l’ego dell’autore. Anche in questo caso, Carrère affronta di petto ciò che lo fa stare più male.

[Parla la madre]. Sei completamente pazzo, se ti appassionano le tue origini russe, ci sono mille altre storie interessanti da raccontare, non capisco cosa ti spinga a disseppellire proprio quella.

Ma mamma, se sono diventato uno scrittore, è stato appunto per poter raccontare un giorno quella storia, per farla finita, un giorno, con quella storia. Se è proibito raccontare una cosa, capisci anche tu che fatalmente c’è solo quella che si possa e si debba raccontare.

Ecco, per anni ho pensato che il motivo per cui scrivo avesse a che fare con il semplice piacere di farlo – la stessa soddisfazione che prova qualcuno che costruisce una sedia, una bambola di pezza, o una nave in una bottiglia di vetro. Ultimamente, però, mi rendo conto di essere cambiato. Scrivere mi è diventato necessario in modo doloroso e ineludibile: e non ho più la possibilità di scegliere l’oggetto del mio scrivere, ma è sempre la cosa che mi fa più male quella che mi si para davanti per prima. Sento che questa strada non può essere evitata, perché ha a che fare con tutto quello che è successo negli ultimi dodici mesi – la dolorosa constatazione della mia debolezza, il rimorso lancinante, il lutto, le difficoltà nell’essere un padre all’altezza dell’evoluzione dei miei figli, la sensazione di essere diventato adulto sul serio, di colpo. Scrivere ed essere infelici sono diventati, improvvisamente, due mondi che confinano, che si intrecciano, che condividono qualcosa di fondamentale: me.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

7 commenti su “La ragione per scrivere

  1. hollysbarter
    04/04/2013

    Simona ti direbbe qualcosa di simile a “Benvenuto” (ma meno banale e più all’altezza del suo timbro di voce) 🙂

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  2. marina sangiorgi
    04/04/2013

    scrivere ed essere infelici, capisco benissimo: praticamente vivere come tocca vivere agli scrittori…

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  3. cameracentouno
    04/04/2013

    C’è molta fragile-forza nel tuo “scrivere mi è diventato necessario”, c’è in ogni singola parola delle ultime dodici righe di questo post.
    Uno sturm und drang interiore che regala a te che scrivi e a chi ti legge belle emozioni.
    Belle come può essere bella la conquista di ciò che si è, rispetto a ciò che era e che sarà.
    Spesso ho avuto la sensazione che certi lampi di intuizione – quelli che poi si trasformano in consapevolezze – arrivino dai libri, o comunque dalle cose scritte.
    Vizio squisitamente umano quello di cercare e lasciare segni ovunque.

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  4. amanda
    04/04/2013

    il dolore deve essere masticato,analizzato, digerito, ed uno scrittore quale strumento migliore della scrittura può trovare per metabolizzarlo?

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  5. marina
    04/04/2013

    Scrivere per raccontare cose tremende probabilmente ha un carattere catartico e terapeutico per chi lo fa ….tuttavia non si può negare che il fatto stesso di voler crogiolarsi in simili argomenti denota un certo tipo e grado di tormento nell’autore, anche se non si tratta di contenuti autobiografici. Contemporaneamente lo ritengo utile sia per l’autore che per i lettori, a capire o cercare di capire certe tragedie umane. Ben lungi de me però attribuire un’importanza universale a tragedie siffatte. Non riesco a pensare che storie come queste potrebbero accadere a chiunque e tanto meno a me 🙂 Molto interessante di certo come studio psico-patologico ma non come elucubrazioni filosofiche sull’uomo e sul senso della vita
    ciao, buon week end!!!

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  6. L' Alligatore
    06/04/2013

    Di Carrère ho letto solo la bio di Philpi K. Dick, forse la più bella biografia da me letta. Probabilmente tutti i suoi scritti sono una ricerca sul perché si scrive … anzi, non si può fare a meno di scrivere.

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  7. Nicola Losito
    17/04/2013

    Non conosco Carrère, ma mi hai incuriosito.
    Nicola

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Questa voce è stata pubblicata il 03/04/2013 da in Letteratura, Recensioni con tag , , , , .

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