Grafemi

Segni, parole, significato.

La vocazione alla scrittura – una chiacchierata con Federica De Paolis

Ho conosciuto Federica De Paolis grazie alla raccolta “ESC – Quando tutto finisce” uscita per la Hacca edizioni: siamo, per così dire, compagni di antologia. Ci siamo incontrati a Bologna, per una presentazione alla quale aveva partecipato anche Stefano Sgambati, e, chiacchierando, abbiamo scoperto il piacere di condividere le nostre esperienze nel mondo della scrittura. Poco dopo, ho letto “Ti ascolto”, il suo ultimo romanzo uscito per Bompiani, e ho trovato molte cose davvero interessanti: Federica ha un talento particolare nella costruzione della trama e nell’uso dei dialoghi per portare avanti una storia, e in questa chiacchierata, parleremo anche di questo.

Grafemi: So che questa domanda fa impazzire tutti gli scrittori, ma te la devo fare: perché scrivi? Come sarebbe la tua vita se ti fosse impedito di scrivere? Quanto tempo dedichi alla tua scrittura? E’ difficile conciliare il ruolo di mamma (hai due bambini molto piccoli) con la scrittura?

Federica De Paolis

Federica De Paolis

Federica De Paolis: Scrivo perché è davvero l’unica cosa per la quale sento di avere una “vocazione” – non mi piace quest’espressione, ma tant’è. Inoltre ho bisogno di avere il controllo assoluto sul mio lavoro: se scrivessi sceneggiature e non libri il mio lavoro sarebbe soggetto a cambiamenti e collaborazioni e io invece voglio assumermi l’intera responsabilità di quello che metto giù. E poi sono senz’altro incline all’isolamento che coincide con l’esperienza della scrittura.

Cerco di scrivere religiosamente ogni mattina dalle nove alle dodici e trenta.
Sì, è difficile conciliare la scrittura con la maternità ma questo credo che succeda a ogni donna che lavora. Bisogna essere perseveranti e decise. Alle volte per le influenze o per gli imprevisti non possono scrivere per intere settimane, e queste pause sono deleterie per la mia scrittura che è veloce e si alimenta di un’idea di fondo ma molto dell’esercizio odierno. Da quando ho i figli ho un taccuino in borsa e scrivo tutto quello che mi passa per la testa anche se sto cambiando un pannolino…

G: “Ti ascolto”, il tuo ultimo libro, uscito per Bompiani, è un romanzo che racconta la storia di un uomo, Diego Tribeca, che, per un problema tecnico che colpisce i telefoni del condominio in cui si trova a vivere per un breve periodo della sua vita, può ascoltare le conversazioni dei suoi vicini. Più tardi ti farò domande più specifiche sul libro, ma prima mi piacerebbe sapere come sei arrivata a costruire questa storia – o meglio, queste storie che si intrecciano. Qual è stata l’idea iniziale, da dove sei partita? Per quanto tempo hai incubato la storia? E quali sono gli ostacoli più difficili che hai dovuto superare?

 FD: La storia nasce dalla lettura dei giornali nel periodo delle intercettazioni telefoniche. C’è stato un periodo, un periodo lungo, in cui i quotidiani erano invasi solo da conversazioni. Non mi sono mai divertita tanto a leggere un giornale in vita mia. E’ il sogno di ogni scrittore, entrare di tacco nella vita degli altri, soprattutto nelle loro miserie.

Io ho lavorato molti anni come dialoghista cinematografica, ho una certa agilità a scrivere i dialoghi, conversazioni spesso sporche, ripetitive ma che hanno un autenticità, un po’ com’è il Parlato reale. Quindi ho pensato che il tema era attuale e vincente. Mi è stato subito chiaro che il libro andava montato scrivendo un dialogo e una parte di vita del protagonista. Invece c’è una storia delle quattro che a un certo punto del libro si affievolisce, fino a svanire. Ero molto incerta se portarla avanti fino all’epilogo finale, poi ho pensato che nella vita questo avviene, ci si lega a qualcuno che poi non c’è più, non lo porteremo con noi fino alla fine e quindi ho lasciato che la quarta storia rimanesse con la sua nuance più chiara. ma è stato un dubbio, il più grande che ho avuto.

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G: Il protagonista scrive guide turistiche per la Lonely Planet – gira il mondo, non si ferma mai. Poi, un distacco della retina lo costringe a fermarsi, a tornare al suo paese natale. Vede male, non può muoversi, e quindi scopre la nuova dimensione dell’ascolto – di un ascolto non mediato dagli stratagemmi che ognuno mette in atto per coprire la verità. E’ come se Diego riscoprisse il potere tremendo delle parole, e attraverso di loro ritrovasse il senso della vita che in qualche modo aveva smarrito. Da dove nasce questa idea? In che modo è legata alla tua esperienza di scrittrice, di artigiana delle parole?

 FDtiascoltoSTATIMentSOVRAok.qxd:@01FD: Diego andava inchiodato in qualche modo all’ascolto. Il primo escamotage è stato impedirgli di vedere, di distrarsi con lettura televisione computer, relegarlo al buio. La sua semi cecità esalta altri sensi, l’udito per primo. L’ultimo viaggio che ho fatto prima di scrivere il libro è stato in Cina, ho viaggiato parecchio nella vita, ma a Pechino, a Shangay, ho sentito l’impedimento pratico della comunicazione, non sapevo salendo su un taxi se sarei arrivata a meta, devi girare con dei biglietti dove c’è scritto un indirizzo in cinese e arrivi in una via di cui non sai pronunciare il nome, non sai se è quella. Il mio protagonista doveva essere affamato di parole, di comunicazione, solo sentire parole comprensibili doveva attirare la sua attenzione. E’ un uomo solo, che ha vissuto in una dimensione di isolamento forzato, interiormente, ma anche praticamente.

G: Al di là della centralità dell’ascolto come esperienza per venire in contatto con gli altri, i temi che dominano il tuo libro sono quattro, la bugia, l’amore, la morte e la maternità, intimamente intrecciati tra loro: una donna malata di cancro nasconde alla famiglia la sua paura della morte, una ragazzina cerca di raggiungere la taglia 34 vomitando di nascosto, rischiando così di morire, un ragazzo nasconde la propria sterilità alla fidanzata che vorrebbe avere un figlio. Ma nonostante la verità sia dura per tutti, alla fine è solo attraverso lo svelamento di questa che i problemi trovano una reale soluzione. E’ così anche nel mondo reale? O funziona così solo sui libri?

 FD: Quello che ho cercato di dire è che queste persone hanno dei disagi, dei problemi mastodontici che la società fatica a digerire. Ovviamente sono emblemi, non caricature, ma esempi estremi. Noi ci raccontiamo (ci vendiamo) al meglio. Una persona con il cancro professionalmente parlando è un problema. Marta combatte con la sua malattia, spera di sopravvivere ma è associata a un grosso studio di architettura, la sua malattia non va condivisa, piuttosto nascosta. Lo stesso vale per Giulia, un’adolescente invisibile per la madre e che marcia verso un invisibilità fisica nascosta con determinazione. E Stefano così pressato dal desiderio di maternità della compagna che quando scopre di avere un problema di sterilità non si sente all’altezza, immagina che verrà rifiutato, non accolto, confonde la sterilità con la mascolinità, è solo, come tutti gli altri. Noi ci raccontiamo nascondendoci e nessuno è disposto ad ascoltarci, c’è una confusione comunicativa. siamo bombardati da tv, social network, infiniti cavi in etere dove non ci sentiamo apparentemente soli e l’immagine che vendiamo è altissima.  Ammettere la proprie fragilità è un impresa epica. In Occidente avere una debolezza è un handicap. In Oriente la malattia fa parte del percorso della vita, non è una stasi, una maledizione, è parte della strada che compie un essere umano.

Eppure.  Eppure questo lo dico da scrittrice, da persona “che ruba” con l’ascolto la vita degli altri, se porgi l’orecchio e apri l’attenzione degli occhi su uno sconosciuto, sistemando le domande giuste, non giudicando, le persone “vomitano” la loro vita.

Io sono cresciuta pensando che esistessero i buoni e i belli, i sani e i malsani, i giusti e gli ingiusti. Non è affatto così. Tutti noi siamo attraversati da dei “demoni”, è questo che mi interessa, solo questo. Tutto quello che scrivo, che cerco, è questo.

G: Una delle caratteristiche principali del tuo libro è la presenza di una trama forte, sulla quale si innestano delle storie minori altrettanto forti, che a loro volta presentano un ulteriore livello di trama. A volte si ha l’impressione di essere di fronte a un frattale, dove ogni particolare rimanda al tutto. Quanta consapevolezza c’è dietro questa costruzione così elaborata? Hai progettato a tavolino tutti i possibili “rivoli”, o hai una predisposizione naturale, un talento, per questo?

 300px-Pettine_e_orditoFD: La centralità della trama viene dal cinema, in questo una sceneggiatura ha regole ferree. E io provengo culturalmente da quella sfera. Ho insegnato sceneggiatura per sette anni. I miei libri in questo senso sono bunkerati, ci deve essere un messaggio forte di base (l’ascolto in questo caso) e una trama avvincente, che leghi il lettore alla pagina, piccoli ganci che mandano avanti la storia. Non bisogna sedersi sui pensieri. Deve succedere qualcosa entro le prime venti pagine e altro ancora a tre quarti del libro. E’ una gabbia. E il protagonista deve muoversi, correre, combattere, soprattutto contro se stesso. I personaggi secondari “devono illuminare” il protagonista, fargli da sponda, sorreggere l’assunto principale. I frattali o rivoli, nascono scrivendo, non sono chiari all’inizio, ma fioriscono sulla pagina, non vanno dimenticati, li annoto, poi li riprendo a ritmi regolari. Sono come i ricami degli arazzi, credo: a un certo punto devi riutilizzare il rosso o il blu, stare attento all’armonia del disegno.

G: Qualche giorno fa ho assistito alla presentazione di un libro di Fabio Viola durante la quale la relatrice, una giornalista, chiedeva all’autore come era arrivato a pubblicare un romanzo. Viola ha parlato di un processo graduale di avvicinamento – prima un racconto, poi un altro racconto, poi una collaborazione, e infine l’invio del romanzo a un editor che ha detto subito sì. Qual è stato il tuo percorso? I tuoi trascorsi nel settore del cinema ti hanno aiutato od ostacolato? E come è stato passare da un mondo all’altro?

 FD: Ho scritto parecchio dopo l’università su delle riviste specializzate di cinema. Poi sono entrata nella società di distribuzione di mio padre (ndr la BIM), ho lavorato con lui per cinque anni. Avevo scritto qualche racconto, piccole cose che avevano letto gli amici. Quando avevo 30 anni mia madre è morta, in modo fulmineo. Mi ha lasciato dei soldi. Ho smesso di lavorare con mio padre, non mi piaceva. Nel frattempo avevo iniziato l’insegnamento allo IED e a scrivere i dialoghi per il cinema. Ero autonoma e gestivo il mio tempo come volevo. Ho iniziato a scrivere il mio primo libro, Lasciami andare, quell’anno. La morte improvvisa di mia madre ha dato una concretezza alla mia vita, volevo scrivere? Non c’era più tempo di rimandare.

L’ho scritto abbastanza rapidamente. Un giorno sono entrata in una libreria e ho chiesto alla libraia: “Ma se dovessi mandare un manoscritto a una casa editrice… ma come si fa? ma davvero leggono i libri degli sconosciuti?” Lei mi disse che bisognava provare con le piccole e medie case editrici, una abbastanza buona era la Fazi. Misi il manoscritto in una busta e dopo un mese mi hanno chiamato. Abbiamo firmato il contratto nel giro di una settimana. Non sapevo assolutamente nulla delle leggi editoriali. E’ iniziato tutto quel giorno.

G: Da quanto racconti, mi pare di capire che il tuo rapporto con il mondo dell’editoria sia, tutto sommato, laterale; e non mi pare che tu ti senta parte di un qualche movimento culturale o letterario più ampio e codificato. Come vivi questa distanza? Secondo te un autore di cosa ha bisogno? Solitudine o contatti? Frequentazioni o eremitaggio?

FD: Un autore ha bisogno di uno spazio per scrivere. Una buona casa editrice e un agente che lo sostenga.

 G: Stai progettando o scrivendo un nuovo romanzo? Hai voglia di parlarne un po’?

FD: Sto scrivendo un libro che al momento si chiama Rewind. È la storia di tre persone e delle loro relazioni con le persone precedenti. È la storia di A che sta con B, poi di B che sta con C e infine di C che sta con D. Il libro racconta come gli individui cerchino delle persone in parte opposte a quelle con cui hanno avuto una relazione pensando di spostare “il Problema” che invece, è del personaggio stesso. La struttura è molto complessa, in un certo senso circolare, le vite di queste quattro persone si mischiano fino a chiudersi in una sorta di “uovo simbolico” dove le storie e i fatti si rimescolano, tutti riescono a cambiare grazie agli eventi, al destino, al passare del tempo che li acquieta i loro caratteri-demoni-problemi tendono a riemergere implacabili.

G: Ci sono degli autori – non necessariamente scrittori: penso anche a registi, sceneggiatori e, perché no, pittori o musicisti – che riconosci come tuoi punti di riferimento? C’è stato un libro che ti ha fatto venire voglia di scrivere? E uno che ha provato a fartela passare?

FD: Da ragazza ho letto tutto Moravia, poi Kundera e più adulta Philip Roth. Sono gli autori di cui conosco l’intera bibliografia, insieme a David Foster Wallace che a differenza degli altri citati, non credo di aver amato visceralmente ma per uno scrittore è un esempio illuminante di “simposi matematici” che senz’altro vanno “studiati”. Ho molto amato tutto il cinema di Bergman, tutti i quadri di Francis Bacon e se dovessi citare un cantautore direi De Gregori. Il libro che mi ha fatto venire voglia di scrivere è stato Jane Eyre di Emilie Bronte, letto nell’estate a cavallo tra i dodici e i tredici anni. Non ho mai letto nulla che mi facesse passare la voglia di scrivere, dubito che esista.

G: Parteciperai al Salone del Libro? Ritieni che questi eventi possano essere utili per il mondo dell’editoria? E per gli scrittori?

 FD: Sì, penso che questi eventi siano utili, sono dei bagni nel mondo letterario, sono stimolanti per chi scrive, senz’altro.

—–

Per maggiori informazioni su Federica De Paolis, si può trovare tutto sulla sua pagina biografica nel sito della Fazi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “La vocazione alla scrittura – una chiacchierata con Federica De Paolis

  1. Zio Scriba
    15/05/2013

    Ancora una bella e stimolante chiacchierata, come sempre più spesso capita da queste parti… 🙂
    Mi sono segnato il titolo del romanzo perché l’idea di partenza mi pare di quelle davvero geniali. (Forse meno geniali, ma qui parlo per questioni personalissime di gusto, le storie che vengono tratteggiate: ancora l’anoressia, ancora la sterilità/mascolinità, ma mi rendo conto che spesso bisogna inseguire i temi che “prendono” i lettori, e soprattutto gli editori, che oggi se sei troppo “differente” invece di azzardare la scommessa ti rifiutano al volo… io avrei scelto storie più particolari e strampalate, ma tant’è, non è mica il mio romanzo, e non vorrei apparire con queste annotazioni né invadente né supponente, ci mancherebbe).
    Non sono tanto in linea con Federica nemmeno sul discorso trama (importante, ma oggi stra-sopravvalutata, con conseguente svalutazione della scrittura) versus “pensiero” (un romanzo non dev’essere un saggio, né tantomeno una raccolta di opinioni, e su questo siamo d’accordo tutti, ma pensieri forti e originali ben vengano, se ci sono!!). Questo solo per dire come sia bello pensarla diversamente anche incontrando una nuova bella persona. Perché Federica sembra davvero una bella, bellissima persona, degna compagna d’avventura nel pazzo mondo della narrativa.
    Un abbraccio a te e a lei.

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    • Paolo Zardi
      15/05/2013

      Vi conosco entrambi, e quindi posso provare a fare il mediatore 😉
      La trama. Come forse sai, io non sono un appassionato di “trama” – cioè non giudico un libro dalla sua trama, ma dal risultato complessivo. Leggendo “Ti ascolto” però ho capito una cosa: la trama può essere, può diventare, contenuto, così come può avvenire per lo stile. La storia può essere portatrice, con la sua struttura, di qualcosa che va oltre la mera sequenza dei fatti.
      Il libro di Federica ha una trama che è il libro stesso – non puoi separare questi due termini – cioè non è un artificio utilizzato per raccontare un’idea, un modo di vedere, un’epoca, un sentimento o qualsiasi altra cosa ci può stare in un romanzo: è il punto di partenza, è ciò che crea il significato… Non so se è chiaro quello che sto dicendo – mi rendo conto che potrebbe non esserlo…. Ma è come con lo stile: può essere un mero esercizio di bravura, o può diventare l’oggetto stesso del narrare.
      Dalla trama di “Ti ascolto”, e dai suoi dialoghi, scaturiscono idee – idee che, in diversi momenti, sono vertiginose, perché non passano attraverso l’esposizione di un pensiero ma attraverso un dialogo o un evento. Quando parlo di “talento per la trama” non penso a quello di John Grisham o quello di Follett, maestri dell’incastro, della suspense, del “gira la pagina” – ma a qualcosa di molto più immateriale, più profondo, legato intimamente a ciò che sta sotto… Quando ho finito l’ultima pagina, ho sentito di aver imparato qualcosa di importante su come si scrive un libro – se non fosse così, non mi sarebbe mai venuto in mente di fare una chiacchierata con Federica! 🙂
      Sui temi trattati, posso dirti che in linea teorica sono d’accordo con te; nel concreto, “Ti ascolto” usa questi temi per parlare d’altro. Quando leggo un romanzo, cerco bellezza e profondità cognitiva – un giorno magari spiego per bene cosa intendo – e nel romanzo di Federica ho trovato entrambe le cose.
      Ricambio l’abbraccio!

      Mi piace

  2. giacynta
    15/05/2013

    Beh, tutto sommato ho fatto quello che fa il protagonista del romanzo…:)
    Grazie!

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