Grafemi

Segni, parole, significato.

Il ruolo dell’agenzia letteraria – una chiacchierata con Corrado Melluso

Dopo aver parlato di piccola editoria, traduzioni, editoria digitale, del ruolo dell’eccellente lettore e della vocazione dello scrittore, nella chiacchierata di oggi chiacchieriamo con Corrado Melluso, dell’agenzia letteraria Vicolo Cannery. Il ruolo delle agenzie, nella produzione di un libro, è poco conosciuto, al grande pubblico, che spesso immagina l’autore che invia un plico a un editore, il quale lo legge e lo pubblica. La realtà è diversa. Come vedremo in una delle prossime chiacchierate (con Angelo Biasella della Neo Edizioni), la lettura dei manoscritti è un’attività immane che richiede forze immense. Le agenzie, oltre a curare gli aspetti più tecnici del rapporto tra autore ed editore, funzionano come un filtro. Come? Ce lo spiega Corrado in questa bella conversazione.

Grafemi: Come è nata l’idea di un’agenzia letteraria? Da quali esperienze siete partiti, e con quali obiettivi?

Corrado Melluso

Corrado Melluso

Corrado Melluso: Vicolo Cannery nasce grazie all’asfitticità del mercato del lavoro e alla miopia del sistema industriale italiano. Io avevo appena finito uno stage in una casa editrice e iniziato un lettorato in un’altra, Tommaso De Lorenzis, dopo tante esperienze editoriali, lavorava per uno che è più un brigante che un editore, Tommaso Giagni era in una situazione simile, mentre Martina Giorgi lavorava per la scolastica Mondadori. L’obiettivo era – ed è – quello di lavorare su ciò che ci piace e portarlo alla pubblicazione: troppo spesso il lavoro subordinato in questo settore significa spendersi su testi nei quali non si crede e non avere, neanche in prospettiva, la possibilità d’influire minimamente sul piano editoriale. L’essere all’esterno di certe dinamiche ci consente, per paradosso, di essere più incisivi. Insomma: lavoriamo solo su ciò che pubblicheremmo qualora avessimo una casa editrice, e per questo ci piace considerare i libri che ‘facciamo’ parte di un unico piano editoriale endemicamente diffuso in quelli dei nostri diversi referenti.

G: In che modo Vicolo Cannery si distingue dalle altre agenzie? Qual è il suo tratto distintivo?

CM: La cura d’ogni cosa. Siamo una piccola agenzia, quindi possiamo permetterci di trattare un numero limitato di autori. Ogni volta che troviamo un buon libro ci telefoniamo esordendo con la frase «abbiamo un problema». Questo perché prendere un autore per noi significa veramente tanto lavoro. Potendo permetterci pochi autori abbiamo dovuto prendere la decisione di non trattare con case editrici medio-piccole, il che restringe naturalmente il campo dei nostri referenti alle controllate dei grandi gruppi e alle indipendenti di maggior spessore. In più, instauriamo un rapporto quotidiano con i nostri autori, siamo degli interlocutori costanti durante la gestazione e le prime revisioni dei romanzi. Posso dire senz’altro che curiamo i testi più d’ogni altra agenzia. Li rivediamo, li editiamo, li rileggiamo, li rilavoriamo fino al punto in cui secondo noi potrebbero essere impaginati e andare in stampa, e solo allora iniziamo gli invii alle case editrici. In più, date le motivazioni che c’hanno spinto ad aprire l’agenzia, tendiamo a considerarci parte di un piano politico culturale più ampio, e tentiamo di fare in modo che il nostro operato sia il più ‘ecologico’ possibile. Dato che pensiamo che ogni lavoro vada retribuito sin dalla fondazione abbiamo deciso che non prenderemo mai stagisti. Dato che pensiamo che non sia onesto speculare sulla trasmissione del sapere quest’anno abbiamo organizzato il corso di editoria gratuito Aspetta primavera, stronzo. Dato che pensiamo – cosa singolare per un’agenzia letteraria – che le storie siano di tutti, teniamo aperto un sito (www.vicolocannery.it) nel quale postiamo un racconto/articolo/reportage ogni due giorni – il che, come sai benissimo, non è semplice, tenendo alta la qualità della proposta. Tentiamo, insomma, di non essere un’agenzia cieca, attenta soltanto alla redditività del proprio operato. Lavoriamo per fare cose interessanti.

 

Gerhard Richter

Gerhard Richter – la ricerca iconografica di Vicolo Cannery è curata da Martina Giorgi

G: Come si sviluppa la vostra attività? Che tipo di lavoro svolgete sui testi, sugli autori, e sugli editori?

CM: Intanto leggiamo tutto – da ciò che ci segnalano ai manoscritti che ci arrivano per invio spontanteo, dalle riviste cartacee più ingessate ai blog più oscuri – e facciamo una selezione rigidissima. A quel punto ci troviamo con degli autori che a volte hanno già un romanzo, a volte no, a volte ne hanno quattro già pronti. Quindi continuiamo la lettura analizzando questi testi, oppure cominciamo a discutere con l’autore del libro che vorrebbe scrivere, se serve facciamo da sparring partner per quanto riguarda la costruzione della trama, oppure aspettiamo che il romanzo venga scritto e basta. Le dinamiche dipendono da autore ad autore, l’importante è avere tatto, capirne la sensibilità e adattarsi di volta in volta alle necessità personali. Una volta deciso qual è il testo su cui lavorare – e per deciderlo occorre che l’abbiano letto e ‘passato’ almeno in due in agenzia – iniziamo un lavoro d’editing profondo, al termine del quale lo mandiamo in lettura il testo alle case editrici. Tutto questo senza avere ancora fatto firmare un contratto di rappresentanza all’autore. Data la quantità di racconti di scrittori scontenti, ma legati ad agenzie da contratti capestro quinquennali, noi abbiamo deciso di proporre un contratto d’agenzia – standard, molto snello, e al 10% – solo quando abbiamo ottenuto il contratto d’edizione. Nel fare gli invii seguiamo sempre un criterio di congruità di catalogo e di sensibilità: siamo assolutamente contrari agli invii ‘a pioggia’ di uno stesso testo a tutte le case editrici. In questi due anni – già da prima, a dire il vero – abbiamo sviluppato un rapporto fiduciario con gli editor, i quali, sapendo che le nostre proposte non sono mai folli o fuori luogo (e che se lo sono lo dichiariamo in partenza), tendono a leggere quanto gli giriamo in un lasso di tempo ragionevole. Una volta trovata la casa editrice che pubblicherà il romanzo, seguiamo le trattative, la stesura del contratto – che è composto di un bel po’ di clausole, ognuna delle quali è oggetto di piccoli tira e molla – e poi la messa in commercio del libro, e lì, se serve, facciamo anche un po’ da ufficio stampa, organizziamo delle presentazioni, etc… Il nostro lavoro è quello di sostenere gli autori in cui crediamo per farli emergere tra la massa di titoli che le case editrici sfornano quotidianamente.

G: Da qualche anno in Italia si discute se l’offerta di libri sia troppo vasta – si parla di 60.000 nuovi titoli proposti nel 2011. Qual è il vostro parere, al riguardo? Che problemi può creare un numero troppo elevato di nuove uscite? A chi: ai lettori, agli autori, agli editori o alle librerie?

CM: I libri pubblicati in Italia sono davvero troppi, anche se negli ultimi due anni molte case editrici hanno deciso di abbassare il numero dei titoli. Il problema, a parer mio, è il meccanismo delle rese e dei pagamenti, che ha creato una bolla economica che alla lunga è esplosa. Succede questo: la casa editrice pubblica un libro, il libraio decide di tenerlo in libreria, ma lo paga dopo un mese e mezzo, sempre che non decida di renderlo, e in tal caso la casa editrice deve restituire i soldi entro tre mesi. Alla casa editrice, che ha già speso quanto incassato,  conviene a quel punto pubblicare altri due libri, coi quali incassare quanto necessario alla resa e ai costi di mantenimento della struttura. Replicando questo schema all’infinito ti ritrovi con delle strutture produttive che devono gonfiarsi continuamente aumentando il monte titoli annuo – a scapito della qualità – per riuscire a non crollare. Questo fenomeno crea dei problemi a valanga: le librerie hanno uno spazio espositivo ‘finito’ e, quando il ritmo dell’uscita di nuovi titoli è tanto frenetico e costante, il rischio è che molti libri che meriterebbero miglior sorte si perdano nel marasma.

G: Per lavoro, siete in qualche modo costretti a leggere libri che, probabilmente, non avreste mai scelto liberamente. Dopo, la sera, nel tempo libero, riuscite ancora a leggere con lo sguardo del lettore “ingenuo”? Sebbene il paragone possa risultare un po’ irriverente, penso a un attore porno che torna a casa, la sera, e deve affrontare la richiesta d’amore di sua moglie… Con quali forze? E con quale spirito?

CM: Ormai tengo da parte per le vacanze le cose che voglio leggere per piacere, di solito non ne ho il tempo, se non per strada o in metropolitana. La narrativa italiana la seguo quotidianamente, ma leggersi l’ultimo esordiente Mondadori, il nuovo romanzo di Busi, o un autore di una piccola casa editrice che qualcuno mi ha segnalato lo ritengo tempo dedicato al lavoro. Nella quotidianità campo con otto/dieci romanzi iniziati sparsi per la casa, che leggo saltabeccando quando prendo una pausa dai manoscritti.

(c) Cн¡aяa D

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G: Come sta evolvendo la scrittura di chi vi manda i libri? Ci sono temi che sono spariti, e altri che sono emersi prepotentemente, negli ultimi anni? Penso alla pioggia di libri su Facebook di due o tre anni fa, e al diluvio di libri sui call center e la precaria situazione dei precari degli ultimi due anni… Cosa bolle, ora, in pentola? Di cosa vogliono parlare gli aspiranti scrittori? E con quale voce?

CM: Posso darti solo due dati statistici: che ci arrivano molti più romanzi scritti da uomini che da donne, e che il 99% sono orribili, e la parola orribili non rende neanche troppo bene quanto davvero siano orribili. Orribili. Senza capo ne coda, scritti male, furbi, senza le categorie d’interpretazione e di costruzione di senso necessarie, fuori tono, autocompiaciuti, noiosi, incolti. A volere cavare fuori un’analisi sociologica dalla loro lettura ne viene fuori che l’umanità è composta da gente inutile e boriosa, e per arrivare a questa conclusione non serve davvero perdere tutto il tempo che è necessario a farlo

G: Cosa pensate del Salone del Libro? Un evento autoreferenziale, un luogo di reale incontro e scambio, un’occasione professionale? E sarete presenti?

Sì, saremo presenti. Per noi è senz’altro un momento utile. Per quasi tutto l’anno i rapporti di lavoro in ambito editoriale si consumano quasi esclusivamente al telefono o via mail, Torino è il momento in cui le figure fantasmatiche con le quali lavoriamo quotidianamente prendono corpo. Però ho molti dubbi sull’utilità effettiva del Salone nella diffusione della lettura. Penso sia più un ritrovo, come quelli dei biker, ma con meno diottrie. 

—————–

Chi è Corrado Melluso

S’è laureato a Roma, dove tuttora vive, in Letterature europee moderne. Ha collaborato con «minima et moralia», fatto uno stage alla minimum fax e ora è lettore editoriale per Ponte alle grazie, casa editrice del gruppo Gems.

Cos’è Vicolo Cannery

«Potrebb’essere il modo per scrivere questo libro: aprire la pagina e lasciare che le storie v’entrino strisciando da sole»

John Steinbeck

Facciamo un gioco.

Scrivete alle altre agenzie letterarie e chiedete quanto costano la lettura di un manoscritto e il lavoro di editing. Sommate i due importi: nella maggior parte dei casi la cifra sarà la stessa che percepisce un esordiente nel mercato editoriale italiano. Il fatto che l’editing abbia un costo rende conveniente lavorare su qualsiasi testo e annulla la funzione selettiva: così si propongono libri sbagliati a editori sbagliati. Risultato? Sempre più manoscritti sulle scrivanie degli editor, sempre meno credibilità per le agenzie che li propongono.

L’agenzia letteraria Vicolo Cannery vuole proporre libri giusti a editori giusti, e non promettere all’aspirante scrittore niente che non possa mantenere. Perché non fa pagare l’editing dei testi su cui scommette. Perché preferisce proporre per la pubblicazione due libri l’anno e trovare entrambi in libreria, piuttosto che fare cassa su cento e vederne pubblicati venti. Perché lavorando su pochi testi avrà cura di farli incontrare con le case editrici più adatte.

Vicolo Cannery sostiene un modello d’impresa ecosociocompatibile. Non inquina e non consuma carta, leggendo manoscritti solo in formato elettronico. Non crea profitto dal lavoro commissionato. Non impiegherà mai stagisti.

L’agenzia letteraria Vicolo Cannery è una società immateriale, quindi non occupa neanche spazio.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “Il ruolo dell’agenzia letteraria – una chiacchierata con Corrado Melluso

  1. Michele Mauri
    16/05/2013

    “… instauriamo un rapporto quotidiano con i nostri autori, siamo degli interlocutori costanti durante la gestazione e le prime revisioni dei romanzi…”. Sogno o son desto? Davvero esistono agenzie letterarie che lavorano in questo modo? Be’ allora sono stato proprio sfortunato. Un anno e mezzo fa ho firmato un contratto con l’agenzia letteraria Nabu di Firenze, che aveva accolto favorevolmente il mio manoscritto. In seguito l’agenzia si è contraddistinta per i suoi lunghi silenzi, così ostinati da sconfinare in un chiaro esempio di maleducazione prima ancora che di scarsa professionalità. Mi sta proprio venendo voglia di contattare Vicolo Cannery, forse lo farò.

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    • Luca
      16/05/2013

      Concordo sulla Nabu. La conoscevo come un’agenzia seria, e invece si è rivelata una delusione enorme, esempio di superficialitá e assenza.
      Mah.

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  2. Zio Scriba
    17/05/2013

    Anche questa me la sono letta tutta d’un fiato, pensando di continuo “Grande Corrado!”.(E “Grande Paolo”, naturalmente 🙂
    Ormai ho finito gli asterischi da attribuire al livello intellettivo e culturale di grafemi, sembra di dirlo per ruffianaggine, ma è davvero così, quando dopo aver bazzicato qui capito sulle pagine cul-tura di certi giornali mi cadono letteralmente i coglioni sul pavimento…
    Con certe agenzie ho finora avuto soltanto delle semi-esperienze abbastanza sconcertanti. Se un giorno deciderò di averne una che mi rappresenti, sarebbe bellissimo se fosse Vicolo Cannery (sempre che loro abbiano voglia di aver a che fare con un puledro pazzo come me…)
    Nel frattempo, un abbraccio affettuoso a Corrado.

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  3. morena fanti
    17/05/2013

    Molto interessante Paolo. Ben condotta e con buoni spunti di riflessione. Corrado sembra una persona a posto 😉

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  4. Sik
    23/05/2013

    “Posso darti solo due dati statistici: che ci arrivano molti più romanzi scritti da uomini che da donne, e che il 99% sono orribili, e la parola orribili non rende neanche troppo bene quanto davvero siano orribili. Orribili. Senza capo ne coda, scritti male, furbi, senza le categorie d’interpretazione e di costruzione di senso necessarie, fuori tono, autocompiaciuti, noiosi, incolti. A volere cavare fuori un’analisi sociologica dalla loro lettura ne viene fuori che l’umanità è composta da gente inutile e boriosa, e per arrivare a questa conclusione non serve davvero perdere tutto il tempo che è necessario a farlo.”

    Madonna, Corrà, un tantino apocalittico… 🙂

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