London Fields – un capolavoro di Martin Amis

Capita – poche volte nella vita, ma capita – di trovarsi di fronte a qualcosa – una montagna, un mare in tempesta, un tramonto, un quadro, o un libro – che ci sembra appartenere a un altro genere di bellezza: non una variazione di intensità, ma un diverso tipo di qualità. E quando dietro c’è la mano di un essere umano, allora capiamo cosa significa la parola “genio”.

Mi è successo leggendo “Amleto” di Shakespeare, “Lolita” di Nabokov, “Il teatro di Sabbath” di Philip Roth e, da pochissimo, “London fields” di Martin Amis. Ho letto altre cose, di Amis – “Money”, “L’informazione”, “Il treno della notte”, “La freccia del tempo”, “Koba il terribile”, “La casa degli incontri”, “La vedova incinta”, e una raccolta di saggi in lingua originale – e ogni volta ho pensato che Amis scrivesse in modo inarrivabile; “London fields” nel complesso non è superiore agli altri ma probabilmente rappresenta l’apice della sua genialità, posizionandosi prima perfino di “L’informazione”, che, per inciso, è migliore di “London fields” sotto tutti i punti di vista, e che è, a mio parere, uno dei dieci capolavori del ventesimo secolo. Ma “London fields”, sotto l’aspetto dell’irraggiungibilità, è, in effetti, irraggiungibile.

Di cosa parla, London fields? Di letteratura, sostanzialmente. Di generi, di personaggi letterari, di intrecci, di meccanismi narrativi, di cambi di registro, di colpi di scena. La storia è raccontata da uno scrittore americano moribondo (nel senso letterale del termine) che scambia casa con uno scrittore inglese, e finisce in Londra al limite del collasso. Siamo alle soglie del 2000, e su tutto aleggia un’opprimente minaccia: forse sta per scoppiare una guerra mondiale (e la causa sembra dipendere dalle precarie condizioni di salute di Faith, la moglie del Presidente degli Stati Uniti, della quale vengono pubblicate le TAC), forse il pianeta sta collassando (l’asse della Terra si è inclinato, e il sole non riesce mai a superare la soglia del tramonto), o forse, semplicemente, l’umanità ha raggiunto un grado di follia dal quale non è più possibile tornare indietro.

Sullo sfondo di questo scenario quasi apocalittico, il personaggio principale cerca di scrivere un romanzo sulla storia di una vittima (la fatale Nicole Six), del suo assassino (Keith Talent, pessimo criminale aspirante campione di freccette: Keith doveva imbrogliare di più, con più anticipo e maggiore decisione del suo vicino, e in generale allargare il concetto complessivo dell’imbroglio) e del suo antagonista, Guy Clinch (ricco borghese incapace di vivere). La dinamica dei fatti, lo svolgimento, il ruolo di ciascuno, vengono illustrati nelle primissime pagine – fin dall’inizio sappiamo tutto, e la storia scorre come su un piano inclinato, verso il centro di gravità del finale. Lo scrittore (il personaggio principale, la voce narrante) dialoga con i suoi personaggi, indica loro strade da percorrere, si fa consigliare, ascolta le loro confessioni, e si lascia coinvolgere nel loro gioco mortale. Tutto questo, ovviamente, è solo un pretesto (o no?) per giocare con i cliché del romanzo, le sue regole, la sua lingua, senza mai cadere nella trappola del metaracconto, o del meta in generale.

Forse perché schiavi della forma, gli scrittori non tengono il passo con la mancanza di forma contemporanea. Scrivono di una realtà vecchia, in un linguaggio che è anche più vecchio. Non sono le parole: sono i ritmi del pensiero. In questo senso tutti i romanzi sono romanzi storici. Non essendo proprio uno scrittore, forse vedo le cose con maggiore chiarezza. Ma anch’io ci casco. Un esempio: procedo ancora come se la gente si sentisse bene.

[..]

C’è qualcosa che mi sfugge e quello che mi sfugge ha a che fare con la verità, ma si dà il caso che io sono in buona posizione per arrivarci vicino… alla verità, intendo… perché la storia è vera.

La forma stessa mi è nemica. Questo stramaledetto idillio. Nella finzione (giustamente chiamata così), la gente diventa coerente e intelligibile… eppure non è così. Lo sappiamo tutti che non è così. Lo sappiamo per esperienza personale. Ci siamo già passati.

La gente? La gente: una somma di quiddità sconclusionata ciascuna racchiusa in una sua caverna. Le persone passano le ore in rimbrotti, playback e pensieri sperimentali. [..] La morte aiuta. La morte ci dà qualcosa da fare. Perché è un lavoro a tempo pieno che guarda nell’altra direzione.

I personaggi partono come stereotipi del romanzo – la femme fatale, l’assassino senza scrupoli, il ricco ingannato – ma poi si trasformano, diventano altro, cambiano direzione, si ispessiscono, diventano più cattivi, più buoni, più umani. A ciascuno di loro Amis regala uno stile diverso – noir per Nicole, pulp ultramoderno per Keith, classico/romantico per Guy – e incrocia continuamente questi modi diversi di raccontare.

Tutti teorizzano, in London Fields, ciascuno secondo le proprie capacità e inclinazioni. Keith Talent, ad esempio, continua a ricopiare su un quadernino le sue idee strampalate sul gioco delle freccette, commuovendosi ogni volta che ci pensa. Guy, il ricco senza spina dorsale, pensa all’amore, al senso del dovere, e ancora all’amore. E Nicole,  il personaggio più intelligente, e più folle, teorizza sulla fine del mondo, sulla fine dell’amore, sulla propria morte.

La Morte del Romanzo. La Morte dell’Animismo. La Morte del Realismo Naif.  La Morte del Design e (soprattutto) la Morte del Principio del Minor Stupore. La Morte del Pianeta. La Morte di Dio. La Morte dell’Amore. Le faceva compagnia. La morte della fisica, per esempio. La fisica era morta solo l’altro giorno. Una cinquantina di persone in tutto, forse, sulla Terra, lo  capivano a fondo, ma la fisica era finita, appena in tempo per il millennio. Il resto è un colpo di spugna. Il resto erano disposizioni funerarie. Aveva scoperto la decadenza protonica, in 10 alla 32 anni, che unisce le forze atomiche forti e deboli, con lo strongelectroweak. Poi gli serviva soltanto, per la Grande Teoria Unificata, per la Teoria del Tutto, la gravità. E poi la ebbero. Ebbero la gravità.

Avevo letto le caute divulgazioni nelle riviste di informazione; e tutti erano d’accordo che la Teoria era plausibilissima. La matematica era bella. La morte, nel complesso, era bella. Da quello che capiva lei… be’, era semplicissimo (sollecitava l’intuizione)… la chiave al Tutto era questa: il tempo era una forza oltre che una dimensione.Il Tempo era una forza; ma lo era di certo, per forza. Elementare. Sei forze. E il tempo era la sesta forza, non soltanto una misura, ma anche una motivazione. Il tempo “ammorbidiva” i quanta per tutte le altre interazioni, riservandosi uno spazio di intimità per i suoi traffici con la gravità; la trazione non ha funzionato senza il massaggio del tempo. L’uranio percepiva il tempo come una forza che gli facilitava il viaggio verso il piombo. Sì. E gli esseri umani avvertivano il tempo anch’essi in questo modo (com’era antropomorfica, la Teoria, quanto romantica!), non soltanto come un’arena temporale, ma come un potereNon percepiamo forse il tempo come un potere,e non lo percepiamo come gravità? Quando ci alziamo dal letto per affrontare un altro anno. Quando ci allunghiamo e ci pieghiamo, lottiamo per salire verso l’alto. Che cosa ci ributta sempre indietro?

[..]

Per tutta la vita cosciente, lei [Nicole Six] aveva amato i dinosauri (fino a quel momento si era spesso raffigurata come una specie di tirannosauro femmina, avida, selvaggia, miscredente, eppure spesso, e atrocemente, combattuta, e che viveva ottanta milioni di anni). Che cosa li aveva uccisi? Aveva le sue teorie precise. Una stella che, esplodendo, aveva affogato il globo di raggi cosmici. Una pioggia di meteoriti che aveva sollevato uno strato di polvere. Una nuova covata di ladri di uova, oviraptor, velociraptor. O, più banalmente, e in modo più inquietante, la nozione dell’evoluzione della specie, duemila anni di vita comoda li aveva resi incapaci di moltiplicarsi. In altre parole (aveva concluso lei), erano diventati troppo grassi per scopare. Si era trastullata con questa idea, cercando di combinarla con la morte dell’amore, e aveva immaginato la ricchezza pesante di un paradiso turbato, dove c’era qualcosa che non andava per il verso giusto; e qui le antiche creature lentamente avevano avvertito che il loro mondo stava per andare in pezzi. Avevano sentito l’odore di una morte ubiqua.

Non era solo il fatto che loro erano troppo grassi e, in generale, fuori forma. Non erano in vena. E così, al di là dei fiumi rossastri della palude, e sotto il cielo seminato di sangue, in una foresta piena di denti e artigli sonnecchianti, ancora spossati e puzzolenti dopo un altro giorno speso a cacciare, a predare e a mangiare, un dinosauro femmina si volta verso il compagno e dice (lei traduceva dallo pterodattilese): “Lasciami in pace. Mi è caduto il velo dagli occhi. Sei un mostro. Lasciami in pace. Non sono in vena.

(Andrei avanti a copiare pagine e pagine di questa prosa incandescente, rutilante, sincopata e sinuosa).

Anche lo scrittore, solo in parte alter ego di Martin Amis, teorizza. Il suo cruccio è l’America, e la fine del mondo.

Ormai da un po’ ritengo possibile che l’America stia impazzendo. A suo modo. E perché no?

I Paesi impazziscono come le persone; e in tutto il mondo i Paesi si sono sdraiati sopra divani, o si sono seduti in camere buie a masticare deidrocodeina e Temazepam o si sono sdraiati in bagni bollenti o si sono agitati dentro camicie di forze o sono rimasti lì a sbattere la testa contro pareti imbottite. Alcuni sono pazzi da una vita, e altri sono impazziti, e poi si sono ripresi per poi impazzire di nuovo. L’America: l’America ha già avuto le sue nevrosi, come quando tentò di smettere di bere, come quando si mise sulle tracce dei nemici interni, come quando si mise in testa di poter comandare il mondo, ma poi si è sempre ripresa. Ma ora stava impazzendo davvero, ed era questa la condizione essenziale.

In un certo senso è sempre stata diversa dagli altri luoghi. La maggior parte dei luoghi semplicemente esiste, ma l’America oltre a esistere deve significar qualcosa, da cui la sua vulnerabilità… agli inganni, ai falsi ricordi, ai falsi destini. E alla fine pareva quasi che la martellante lotta con l’illusione fosse finita e l’America avesse perso.

[..]

E’ da un po’ che la vita di sogno dell’America sembra essere diventata troppo dura e problematica. Come diceva il primo Updike… nel Paese ingenuo, amoroso di Rabbit? L’America è al di là del potere; agisce in un sogno, come un volto di Dio. L’America pensava di essere sveglia, pronta e sveglia, ma in realtà stava dormendo, e sognando profondamente; ed era tutta sola, isolata in se stessa. Voleva essere buona, essere migliore… speciale. Tutti noi lo vogliamo. Quando diventi pazzo, che cosa ti succede? Voler essere buoni e giusti: è possibile che sia questo a farti impazzire. Può farti impazzire l’amore? Il troppo amore, e comunque quello del tipo sbagliato. L’amore non corrisposto, l’amore litigioso, che diventa una ferita sentimentale. Sentimenti lacerati e contorti. America inconsolabile, punta sul vivo, con crudeltà. America che respira profondamente, e che non esce a giocare. Dormiva tranquilli sogni coniugali, e sognava, e pensava di essere sveglia.

E sull’amore, più avanti:

Poiché l’amore… Ma la natura non ti chiedeva forse e di continuo qual era il senso di tutto quel trambusto? Era difficile eludere la domanda quando le vedevi intruppate insieme così, le vecchie signore, che passeggiavano lungo i corridoio a cinque metri all’ora, oppure si abbarbicavano curve alle sedie nelle sale d’attesa, le teste tremolanti in segno di rabbia o di diniego e insistevano a dire mai, mai, mai. Tutte loro erano state adorate e compiante, presumibilmente, a un certo punto pregate (ci si era messi in ginocchio davanti a loro), carezzate, baciate, leccate; e ora la pura unanimità della delusione, un misto di sofferenza e risentimento. Era scritto sulle loro bocche, sulle loro labbra, marcato a tacche come gli anni di un una sentenza di condanna. Nelle loro teste, soltanto i pensieri che proprio non se ne volevano andare, freddi e stracotti, dentro le piccole teste simili a teiere, tuttora fermentanti sotto copriteiere arricciate di capelli da vecchia signora… Qualsiasi cosa volessero le donne, ben poche di loro finivano per averla.

Non sono sicuro di volerlo consigliare, questo libro. E’ troppo impegnativo – ho impiegato un mese e mezzo per leggere le sue seicento pagine. Ha un peso specifico impressionante – è uranio allo stato puro. E’ oro. E’ simile a un piacere talmente grande che non può durare più di quindici minuti consecutivi: ogni volta dovevo chiudere, con la sensazione di essermi sporto di fronte a un burrone alto centomila chilometri. Ogni frase, ogni congiunzione, ogni intreccio, sgorga da una mente che non è fatta della nostra stessa sostanza: è un’altra dimensione, un’altro spazio. Ma nonostante la sua intensità, la sua complessità, la sua pienezza, è un libro che diverte: in mezzo ci sono scene esilaranti, grottesche, irresistibili – scene di amori impossibili, furti impacciati, inutili crudeltà, e tradimenti disperati e goffi, e sesso doloroso e irraggiungibile. E, affondato in tutto questo, morte, e amore, ancora morte e ancora amore, come in tutti i grandi libri.

Annunci

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...