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Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – “La seconda ragazza che ho baciato” di Daniele Pasquini

Ho conosciuto Daniele Pasquini grazie a Intermezzi Editore, che ha pubblicato il suo libro d’esordio, Io volevo Ringo Starr: salone del libro di Torino, stand dei Nuovi Editori Indipendenti, tre metri quadrati per scambiarsi qualche idea, o una battuta.

L’ho rivisto domenica 19 maggio 2013, sempre a Torino, alle Officine Corsare dove, in uno story slam che ha visto partecipare otto diversi autori, Daniele ha raccontato una storia molto divertente, e l’ha fatto con il suo accento toscano. Una volta tornato a casa, ho letto il suo secondo libro, Le rockstar non muoiono mai, sempre edito da Intermezzi, e ho ritrovato, curiosamente, lo stesso accento, e la stessa levità. Mi sono sempre piaciuti gli autori che osano essere lievi: Daniele è sicuramente uno di quelli. Per questo gli ho chiesto se voleva inviarmi un racconto da mettere su questo blog; lui, generosamente, mi ha mandato questo, che ho trovato delizioso.

La seconda ragazza che ho baciato

di Daniele Pasquini

La seconda ragazza che ho baciato era biondissima e un po’ stupidina, le piaceva tantissimo andare coi maschi, e se non fosse stato che eravamo ancora piccoli, anziché stupidina l’avremmo semplicemente chiamata troia. Quando ci siamo baciati eravamo già ragazzini, tipo prima media. La prima bambina da cui avevo avuto un bacio, invece, risaliva a poco prima, l’estate della quinta elementare, ma ero troppo piccolo e ricordo troppo poco, se non che ero ad un campo scuola.
(l’inizio delle medie fa da spartiacque tra i ricordi d’infanzia – che devono essere assolutamente nebulosi – e quelli dell’adolescenza, che sono netti e pieni di spigoli. Non ho deciso io, è così per contratto).
La ragazzina del secondo bacio, quando mi baciò, era alla sagra della bistecca. Non a mangiare, era con noi lì nel pratone del parco. Stavamo sulle panchine, raccontavamo boiate di ogni genere. Facevamo le classifiche delle più fiche del paese (io piacevo a una che stava sul podio, il che mi conferiva un alone di rispettabilità nonostante i brufoli) e ci inventavamo storie di noi con le più fiche del paese (anche se la mia era una storia vera, nel senso che quella sul podio l’amavo tantissimo, e anche se le piacevo non poteva decollare, perché l’amore è una cosa difficile, anche a undici anni).
Siccome l’amore non decollava, io quella sera osservavo la ragazzina biondissima e stupidina in questione, che conoscevo fin dall’infanzia e che adesso stava con la mia compagnia. Non potevo saperlo, ma la mia era certamente una tecnica per ampliare il bagaglio esperienziale: più ne bacio, più divento bravo, più chance avrò di dare un bel bacio all’amore della mia vita (che era quella che stava sul podio nelle classifiche che facevamo con gli amici).

Alcuni amici parlavano di me e del fatto che io piacevo sì a una delle più fiche, ma anche, forse, un pochino, ad un’altra che non era affatto male e che avevamo posizionato al quinto posto nella classifica scolastica. Piacere a due della top5 (anche se l’interesse provato dalla quinta nei miei confronti non è mai stato provato da documentazione di alcun tipo) significava, in mezzo a quel parco, avere una specie di occhio di bue puntato sopra il capo.
Fu per questo che la ragazzina biondissima (la seconda che baciai in vita mia) – un po’ per via del suo coraggio (“troiaggine”, di lì a pochi mesi), un po’ per via del fatto che fu stuzzicata sul tema da uno dei ragazzi presenti (adesso è in carcere per spaccio, mi pare), o magari un po’ per via degli ormoni che la sbatacchiavano fortissimo – disse che mi avrebbe baciato volentieri. Anzi, disse: “con te ci verrei volentieri”.
E io non feci una piega, nemmeno una: mi imbarazzai lievemente, non manifestai nessuna espressione volgare, non diedi spago alle urla sguaiate dei compagni, abbozzai un mezzo sorriso. Pensai che se non me lo avesse chiesto, glielo avrei chiesto io (di nascosto) entro la fine della serata. Che avvertivo il peso di piacere alla donna della mia vita ma di essere totalmente impreparato. Allora mi alzai e le dissi che le volevo dire una cosa. Tutti i compari iniziarono a berciare e ad ammiccare in modo un po’ sciocco (“becero, idiota, maschilista”, di lì a qualche anno). Ci allontanammo di un centinaio di metri e andammo lungo il viottolo che portava all’Arno, lontani dal gruppo e distanti dalle luci della sagra.
Le dissi: “anche io vorrei venirci con te”. Allora lei si dimostrò espertissima e mi portò pochi passi più in là, in uno spiazzo vicinissimo all’acqua, supernascosto da tutto, e mi abbracciò e iniziò a baciarmi. Aveva gli occhi chiusi, perciò li chiusi anch’io. Mi lasciavo baciare e imparavo via via. Usava tantissimo la lingua e la cosa mi stordiva (con la prima bambina baciata era molto diverso, fu solo una cosa con le labbra appoggiate). Più questa cosa della lingua andava avanti più sentivo che il mio corpo reagiva in modo inedito e composito: il mio bacino e le mie mani replicavano fedelmente i movimenti della seconda ragazza che stavo baciando, e quando lei mi strinse il sedere e anche io la toccai dietro ebbi una reazione che mi fece discostare.
Dopo cinque minuti di ravanìo di bocche ci trovammo un pelo distanti, lei mi fissò interrogativa: perché mi ero staccato?, mi chiese. Allora io mi riattaccai veloce veloce, per vedere se ero già diventato un po’ più esperto: effettivamente sì, lo ero, tanto che fui io a muovere per primo le mani ed il corpo, e quando ci staccammo sorridemmo e andammo a letto (saranno state le 22,30 o giù di lì).
Ci baciammo altre volte, nelle settimane successive, ed io diventavo sempre più bravo. Smettemmo di baciarci quando mi misi con una ragazza (bionda anche lei) che era ben posizionata in classifica: secondo la mia classifica personale era al massimo decima, ma in quella comune arrivava settima, il che vuol dire che era comunque una parecchio bellina.
Siamo stati insieme un mese, non ci siamo mai baciati, e io che speravo di far ingelosire ed innamorare definitivamente la donna della mia vita (quella che stava sempre sul podio) in realtà persi ogni speranza dal momento che si mise insieme ad un mio compagno di squadra.
In quel mio mese circa di fidanzamento ogni tanto pensavo alla seconda ragazza che mi aveva baciato: nel frattempo aveva baciato altri due miei amici, ed io alla fine ero pure un po’ geloso.

A distanza di quasi quindici anni, con la ragazza che era sempre in zona-podio siamo rimasti amici. Nel tempo ci siamo avvicinati e allontanati, ci siamo dati qualche bacio, ma come quando avevamo undici anni, la cosa non è mai decollata.
La maggior parte delle ragazze che facevano parte di quelle classifiche le ho perse di vista, o mi capita ogni tanto di incontrarle in giro. Generalmente ci salutiamo con un sorriso o un cenno del capo, come si fa tra coetanei. Da allora, comunque, tanti amori sono arrivati e altri sono finiti.

Ma tutto questo mi è tornato in mente solo perché la seconda ragazza che ho baciato, oggi, sta per partorire.
Faccio un mucchio di auguri a tutti noi.

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Daniele Pasquini

Daniele Pasquini

Daniele Pasquini è nato nel 1988 in provincia di Firenze. Collabora come giornalista con varie testate ed emittenti locali. In narrativa ha esordito nel 2009 con Io volevo Ringo Starr (Intermezzi Editore) ed il suo ultimo lavoro è Le rockstar non muoiono mai (Intermezzi Editore, collana digitale “Ottantamila”, 2013). Una delle cose che lo rendono più orgoglioso è di far parte di RiotVan, un magazine realizzato e portato avanti da un gruppo di giovani fiorentini. Il suo blog è danielepasquini.wordpress.com

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

7 commenti su “L’inserto del lunedì – “La seconda ragazza che ho baciato” di Daniele Pasquini

  1. Pingback: la prima ragazza che ho baciato | entropia

  2. Roberto Albini
    18/06/2013

    Credo che il problema principale della scrittura contemporanea in questo Paese sia che tutti si sforzano di essere “easy”. Anche io, nel mio piccolissimo, ho paura di non essere abbastanza “easy”, allora ogni tanto butto qua o là una parolaccia, solo per dimostrare che “sì, anche io sono uno scrittore easy”. Il problema della scrittura “easy” è che mentre leggi ti diverti ma poi alla fine si rimane ad osservare la pagina pensando “ma che cazzo avrà voluto dire?”. Qualcuno tempo fa mi disse che gli ricordavo Ammaniti. Io ho annuito, ma mica lo sapevo chi era Ammaniti. Poi l’ho letto, ed è da quel momento che mi è venuta l’idea di aprirmi una pizzeria.

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    • Paolo Zardi
      18/06/2013

      Be’, io distinguerei tra leggerezza e “easyness”, o facilità a tutti i costi. Non credo che la scrittura contemporanea italiana si caratterizzi per lo sforzo collettivo di essere “easy” – non voglio fare nomi (non in un commento: ne parlerò in un post dedicato a questo), ma posso assicurarti che nessuno degli ultimi tre romanzi italiani che ho letto potrebbe essere considerato “easy”, da nessun punto di vista.
      Personalmente, non considero la leggerezza una discriminante – è una caratteristica della voce di un autore, che ci può essere o meno. Lo si capisce meglio in poesia: Sandro Penna era leggero, ma non per questo meno importante di un Ungaretti.
      Nel caso di Daniele, trovo che questo racconto parli delle “cose che abbiamo in comune” più o meno tutti, e lo faccia nel modo giusto…

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      • Roberto Albini
        18/06/2013

        Ok, mi hai convinto. Visto come è facile in fondo? 🙂

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        • Paolo Zardi
          18/06/2013

          Eh eh… non ti credo, ma va bene così! 😉
          Ci torniamo sopra meglio nei prossimi giorni – se scrivi qualcosa al riguardo nel tuo blog (che considero uno dei più interessanti), possiamo continuare da te – è un tema che interessa anche a me – anch’io temo un certo “giovanilismo” che tende all’appiattimento – la leggerezza dovrebbe essere un punto di arrivo, e non di partenza…
          A presto!

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          • Roberto Albini
            18/06/2013

            No, sul serio, hai detto delle cose intelligenti e condivisibili, e mi piace quando qualcuno riesce a farmi comprendere qualcosa a cui non avevo pensato. Se avrai modo di approfondire l’argomento ti seguirò con interesse. io sul mio di blog non sarei in grado di portare avanti queste tematiche con la tua lucidità, non è la mia specialità. Grazie di tutto e a presto.

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  3. danip
    19/06/2013

    Ciao, intervengo al volo (sulla leggerezza come tendenza, e affini). Tutto molto velocemente, perdonatemi eventuali disordini concettuali, confido nella vostra capacità di interpretazione 🙂

    La tendenza al “giovanilismo” è una cosa che mi ha sempre preoccupato: ma mi preoccupava anche quando ho pubblicato il primo romanzo, a venti anni. Ho sempre cercato, da quando ne ho coscienza e per quanto potessi esserne capace, di ripulirmi e di “de-jackfrusciantizzarmi” (quello era il modello, almeno a livello di formazione personale) pur cercando di utilizzare di volta in volta uno stile che fosse funzionale alla storia da raccontare. Stavolta per questo racconto c’era in ballo un ricordo di adolescenza, probabilmente “l’easyness” era l’unica soluzione che avevo a disposizione 🙂

    Poi, ahimé, non so parlare bene di ciò che non conosco: e per quanto la fantasia e lo studio possano aprirti al racconto di tempi e luoghi non sperimentati, rimango uno che quando scrive difficilmente riesce a prescindere totalmente dall’anagrafe.
    Ma a questo punto, rispetto a qualche anno fa, quando pensavo fosse per forza di cose un limite, me ne sto facendo una ragione.

    Comunque di autori italiani “leggeri” ce ne sono (e non intendo “frivoli”, ma che cercano solo di alleggerire e addolcire e raffrescare, per rendere godibile un testo), ma ve ne sono anche del tipo opposto, che comunicano nel modo diametralmente opposto. Tra alcune cose lette negli ultimi tempi: “Muori Milano Muori” di Gianni Miraglia, o i libri di Vasta, sono probabilmente il segnale di un’altra tendenza. Non saprei esprimermi assolutamente sul predominio dell’una o dell’altra…

    Altra cosa che mi viene, visto che Paolo ne faceva cenno in apertura di post. Penso, da toscano-fiorentino, di essere tra quelli che nel DNA hanno una specie di indole al tragicomico. O comunque al miscuglio di registri, in cui il dramma è sempre stemperato dal riso, in cui le piccole cose diventano importantissime e i grandi problemi vengono in secondo piano. Credo ci sia davvero un atteggiamento diffuso di questo tipo. In cui, ad esempio, per dimostrare di rispettare la morte ci si scherza sopra.
    Questo, inevitabilmente, porta ad una leggerzza (almeno apparente).

    (e comunque a me Ammaniti non fa così schifo 🙂

    Un saluto!
    d.

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