Tradurre per scrivere – una chiacchierata con Nicola Manuppelli

Conosciamo già Nicola Manuppelli per una bella poesia che era uscita su Grafemi un po’ di tempo fa. Poco prima del Salone del Libro di Torino gli avevo rivolto un po’ di domande che però, per una serie di cause contingenti, non sono mai riuscito a condividere. Ora, finalmente, ho trovato un po’ di tempo per farlo.

Di cosa si parla, in questa chiacchierata? Di traduzione, di scrittura, e del legame che esiste tra queste due arti così diverse tra loro. Manuppelli ha un approccio opposto a quello che caratterizza, invece, l’attività di un’altra traduttrice che è stata ospite di Grafemi, Anna Mioni, che aveva, spiegava di essere una traduttrice che “non ha alcuna velleità autoriale se non quella di essere il più fedele possibile alle intenzioni originarie dell’autore” [qui e anche qui].

Per Nicola, invece, la traduzione è un modo per definire la propria scrittura, e il lavoro di traduttore la strada migliore per arrivare a conoscere i maestri della scrittura. E in questa chiacchierata, scopriremo perché.

Grafemi: Come è iniziato il tuo rapporto con la traduzione? Qual è stato il primo libro che hai tradotto, e come hai capito che lo sapevi fare bene?

Nicola Manupppelli
Nicola Manupppelli

Nicola Manuppelli: E’ iniziato come autore. Non ho studiato lingue, sono un po’ un outsider in questo senso. Ho sempre letto molta letteratura americana e a un certo punto ho avuto l’esigenza di leggere anche qualcosa che non trovavo qui in Italia. Poi ho pubblicato qualche racconto e ho iniziato a parlare con editori a cui facevo questi nomi. Devo ringraziare soprattutto due scrittori e amici, Chuck Kinder e Tobias Wolff, che per me sono stati una fucina di nomi e contatti. Grazie anche a loro ho potuto proporre autori che sentivo vicini alla mia sensibilità di autore. Penso che la traduzione sia un mestiere di scrittura che riguarda principalmente la tua lingua. Quindi quelle storie le devi sentire e pure quel linguaggio. E, per chi scrive anche cose proprie, spesso questo è un prezzo alto da pagare. Ma mi permette di essere amico di molti autori che ammiro, oltre che di entrare a fondo in alcune opere. E questo è come fare ogni giorno lezione di creative writing dai migliori. Io vedo la traduzione come un passaggio di costruzione del mio mestiere di scrittore, come uno scambio o dialogo con alcuni maestri, come la possibilità di diffondere storie.

Il primo autore che ho tradotto è stato Andre Dubus, autore a cui sono molto legato e che considero fra i migliori negli stati Uniti. In lui anche un punto o una virgola ha un riverbero a decine di pagine di distanza. Ti fa sentire la scrittura come uno spartito, con ogni nota legata insieme. E ti tocca dentro. A volte ti possono venire le lacrime agli occhi a tradurre questo autore. E’ caldo, è pieno, è vivo, è fatto di carne, crede nelle proprie storie. E poi uno che dice che il suo principio estetico è l’onestà, beh davanti a uno del genere mi posso solo essere grato.

Come ho capito? Non l’ho capito! Ho solo capito che mi piace e che in fondo l’ho sempre fatto. Perché ho sempre scritto e pensato, mentre leggevo, a come avrei potuto dire quelle cose. Dubus ha la mia punteggiatura. E poi al liceo e all’università la cosa che più mi divertiva, oltre a matematica, era tradurre latino. E in fondo è la stessa cosa.

G: La tua attività di traduttore è intimamente legata a quello di “scopritore” di scrittori stranieri: hai tradotto per la prima volta in italiano Andre Dubus, che io considero uno dei migliori autori americani, Larry Brown e Ernest Gaines. Come sono avvenute queste scoperte? E ci sono altri autori mai apparsi in Italia che vorresti tradurre?

 NM: Ci sono più di cento libri che mi piacerebbe vedere qui. Mi viene in mente un’intervista di Tiziano Sclavi (l’autore di Dylan Dog, di cui sono non un fan, ma un vero e proprio credente) in cui dice che uno che legge tanto, metti un libro a settimana, alla fine si ritrova a leggere in una vita qualcosa come tremila libri. E sono davvero pochi. Io leggo quasi un libro al giorno. E’ una specie di malattia. Cerco storie. e ce ne sono tantissime meravigliose. Ma ce la farò a farle tutte? E gli editori faranno anche quelle non fuori diritto? Alla fine sei contento quando qualcuno di questi libri esce anche se non è scritto da te. Però un po’ continui a sentirlo tuo. Il libro che avrei voluto fare più di tutti, anzi i libri, sono due già usciti in Italia: “Una roccia per tuffarsi nell’Hudson” di Henry Roth e “Lune di miele” del mio amico Chuck Kinder. Quest’ultimo secondo me è un romanzo strepitoso. E poi mi sarebbe piaciuto tradurre anche le poesie di “I cigni selvatici a Coole” di Yeats, l’autore e il libro grazie ai quali ho deciso di mettermi a scrivere. Fra i libri invece mai apparsi, presto ci sarà una sorpresa ma è top secret. comunque è il libro che volevo tradurre. poi, un giorno, mi piacerebbe tradurre un thriller, tipo quelli di Linwood Barclay, oppure Stephen King (22/11/63 è il libro più bello del decennio)

G: Tempo fa, in una chiacchierata che avevamo fatto io e te, un po’ brilli, a margine del Salone del LIbro del 2012, mi raccontavi alcuni strafalcioni che ti era capitato di leggere tra le bozze delle traduzioni… La cosa mi aveva particolarmente divertito: senza fare nomi, hai voglia di condividere qualcuna di queste perle?

 NM: No, perché poi se tirano fuori i miei che cosa faccio? Però brillo potrei farlo, anche con le mie cose.

G: Sei traduttore, ma anche autore. Hai pubblicato dei racconti in alcune antologie, e stai lavorando a un romanzo che parla, tra le altre cose, di sport. Pensi che i due ruoli si influenzino tra loro? Ti è mai capitato che la traduzione di un libro influenzi il tuo stile di scrittore? E se sì, hai mai pensato di scegliere i libri da tradurre in base al contributo che possono darti? Viceversa: fino a che punto i tuoi gusti autoriali influenzano le tue traduzioni?

NM: In parte ho risposto. Le vedo come due fasi della stessa attività, intimamente legate. Sento mio una traduzione così come un racconto o un romanzo. Traduco solo cose che propongo. Certo, spero di scrivere prima o poi anche cose al livello di quelle che traduco. Per quanto riguarda lo stile, scelgo i libri in base al compromesso che posso farci col mio stile. E fra scrittura propria e traduzione questo mi porta a scrivere almeno una decina di ore al giorno. E’ una buona palestra, spero. per questo nel prossimo romanzo parlo di sport!

G: Passati 70 anni dalla morte di Fitzgerald, molte case editrici si sono lanciate in una riproposizione delle sue opere, con nuove traduzioni. Anche tu ti sei cimentato in questa impresa. Come è stato avvicinarsi a questo autore? Ci sono caratteristiche della sua lingua che secondo te è difficile o impossibile conservare in una traduzione?

manuppelli 02NM: La mia idea è stata quella di cercare di inserire cose che andassero ad ampliare la visione italiana di Fitzgerald, che solo apparentemente è un autore iper-tradotto. Per esempio un’opera fondamentale, come la sua terza raccolta di racconti “Tutti i giovani tristi”, non era mai comparsa in versione integrale da noi. Sono stato molto contento di aver tradotto quel libro. Secondo me in certi punti è più intenso di Gatsby, più moderno, raggiunge vette più elevate. E’ da lì che partono Yates e Salinger e molti altri.

Non è stato affatto un problema avvicinarsi, perché è un autore che sento molto vicino in diverse fasi della sua carriera. Anche nell’approccio a volte indolente che ha, e negli improvvisi incendi, tipo quello bellissimo, e finale, de “Il decennio perduto”, che è stata la prima cosa che ho tradotto di lui. E’ come un fratello maggiore! Può far sorridere, ma a volte lo sogno. E’ un autore che cerca la bellezza, in modo disperato. nel finale di carriera poi è una Didone, una fenice, di una bellezza splendente. E’ tragico, è ironico, è tutto.

La difficoltà principale nel tradurlo è che spesso è un autore del non detto, e bisogna calibrare bene le pause, bisogna tradurne i silenzi. E l’ironia. E’ un grande autore comico. E poi a volte è visionario. Ma della sua visione giunge sulla pagina solo la punta dell’iceberg. solo che tu che lo traduci, devi viverla tutta quella visione, averla con lui.

C’è un filo che lega questo autore ad autori precedenti a lui, come Oscar Wilde, e posteriori a lui come Styron e Webb, oltre al già citato Yates. Ha un’influenza pazzesca sulla letteratura di oggi, spesso non riconosciuto. Ma mi fermo, perché potrei parlare di lui per ore.

Proprio in questi giorni sto traducendo una sua cosa. Anche questa una sorpresa. A brevissimo.

G: Recentemente hai tradotto uno dei miei libri preferiti, “Il giorno della locusta” di Nathanael West, morto in un incidente automobilistico il giorno dopo di Fitzgerald, del quale era grande amico (qualcuno sostiene che si fosse messo al volante completamente ubriaco). “Il giorno della locusta” è stato scritto negli anni trenta, e parla del mondo di Hollywood, di cinema, di aspiranti attrici, e leggendolo si ha l’impressione di leggere un contemporaneo che parli di noi.So che è una domanda difficile, ma mi piacerebbe chiederti in cosa consiste, secondo te, la sua modernità – lo chiedo a te, che hai dovuto considerare il peso di ogni sua singola parola.

Per me è soprattutto, mi ripeto, nell’indolenza. Lascia andare le storie. Sposta l’occhio da una parte all’altra. I personaggi si aggirano nel romanzo come fantasmi. De “Il laureato” di Charles Webb è stato detto che è come una lunga telefonata prolungata senza motivo. Era una critica, ma io trovo sia un complimento meraviglioso. E’ lo smarrimento del non potere più tornare a casa. Come uno dei più bei titoli della letteratura americana, You can’t go home again di Thomas Wolfe. O se vogliamo il no direction home cantato da Bob Dylan. Ecco, anche in West i personaggi sembrano non potere tornare a casa. Si aggirano. E girare è come dire andare a spasso. E la letteratura è spasso. Si perde direzione. E a quel punto è libera.

G: Due anni fa ho assistito, a Padova, alla tua presentazione de “Voci dalla luna”, romanzo breve di Andre Dubus. Al di là della grandissima qualità del libro, che, come dici tu, è caldo, pieno e vivo, ho apprezzato particolarmente il modo con il quale hai parlato della vita di Dubus, e di come questa fosse intimamente legata alle sue opere. Quando inizi a tradurre un autore, trovi sempre il tempo di approfondire il contesto nel quale ha scritto? Ritieni che sia necessario farlo?

 NM: Non ritengo sia necessario farlo per leggerlo o capirlo. E’ necessario per me, come autore. mi interessa sapere come gli altri autori scrivono. Ho un cantiere aperto. Voglio conoscere i loro fornitori.

 G: Quest’anno andrai al Salone del Libro di Torino? Se sì, cosa ti aspetti di trovare?

 NM: Una cosa che noto quando vado lì è che si parla dei progetti, del mercato, di cosa funziona e cosa no, della crisi, di come uno è fallito e l’altro ha avuto successo, si critica il bestseller, ci si chiede come un editore abbia fatto a resisterte, se ne condanna un altro – e tutto questo accade soprattutto agli addetti al mestiere. Però capita raramente di parlare con qualcuno agli stand e sentire parlare della trama di un libro, un libro che è piaciuto, che ti ha divertito. Ecco, a me piace quando trovo un po’ di passione. Vorrei trovare un’atmosfera dove il centro non è il mercato del libro ma il libro. Perché poi il secondo, a mio parere, funziona solo se funziona il primo. Si può avere successo subito, d’impatto, ma se il libro non è buono dura poco. E questo vale anche per i libri apprezzati solo dalla critica. I critici sono instabili. Non bisogna cercare la stabilità di un libro nelle loro parole. Perché a volte mentono persino a se stessi. magari perché a volte un critico è un autore che sacrifica il giudizio su un romanzo a quella che è la propria opera, cioè l’articolo di turno. E questa è una pessima tattica anche per scrivere una buona storia. L’oggetto deve essere il timone e non il soggetto. I grandi libri sono quelli che conquistano grande pubblico e lo fanno per decenni e durano. un po’ come le Volvo, un po’ come le canzoni di Cohen. L’unico modo per riattivare un lettore è mettere gli unici due protagonisti di questa cosa a contatto: scrittore e lettore. Sono loro gli unici protagonisti. Gli altri più sono discreti, meno ci mettono il dito, e meglio è. e la passione è il centro di tutto.

Ecco la freddezza e il calcolo, l’apatia, nel mondo editoriale mi spaventano. per fortuna non tutti sono così.

Poi mi aspetto di trovare, e questo di solito capita, alcune persone con cui è possibile parlare di questa mania, malattia che sono i libri.

E magari di riuscire a trovare nuovi spunti per nuove storie mie o di scrittori amici da fare pubblicare.

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La foto di copertina e quella nel post sono di Nicola Manuppelli.

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