L’inserto del lunedì – Crescere, di Ilaria Vajngerl

In questi giorni sto rileggendo per la quarta volta in otto anni (la terza è stata qualche giorno fa) quello che io considero il più grande libro che mi sia mai capitato tra le mani, cioè “Pastorale Americana” di Philip Roth. La sua vastità e la sua profondità, sono incommensurabili. E’ stato dopo averlo letto la prima volta che mi è venuta voglia di scrivere (e devo ammettere che, alla terza rilettura, mi sono chiesto seriamente che senso abbia continuare a scrivere in presenza di esempi così imponenti di arte) e anche se dopo me lo sono dimenticato, ora so che ciò che ci accomuna (ah ah!) è il fatto che entrambi (ah ah!) parliamo di famiglie.

Il racconto di oggi, scritto da Ilaria Vajngerl, parla di mariti e mogli, e figli, e amanti – il tutto in poco più di due cartelle – e lo fa con uno sguardo lucido e tagliente. La prima cosa che ho pensato, appena finito, è che ha qualcosa di devastante – una devastazione in miniatura, ma tremenda. La seconda è che questo racconto è scritto, come si dice, con la lima: è essenziale, e quello che non dice è molto più di quello che dice. Buona lettura!

Crescere

di Ilaria Vajngerl

Mi sono sentita disonesta come quando a dirmelo era stata mia madre, che aveva trovato le tasche della mia giacca riempite di Labelli rosa che lei non mi aveva comprato. La differenza tra prendere e rubare ce l’aveva scritta sul viso, sei diventata disonesta, mi aveva detto. Disonesta era una parola da adulti, prima di quella ero stata solo una bambina.

Mi sono scopata tuo marito.
Perché non si può dire che sia stato lui a slacciarmi il reggiseno, me lo sono tolto e basta, allungherà la mano.
L’ha allungata perché è marito da una vita.
Mi era capitato di guardarlo quando parcheggiava la macchina davanti alla fabbrica, avevo pensato che una Twingo bianca fosse un’auto da donna. Dietro, appiccicato al lunotto posteriore, c’era un adesivo fucsia, Teresa a bordo.
Teresa è vostra figlia. Lui la chiama luce dei miei occhi, perché è una bambina che gli somiglia, gli pare di conoscersi di più ogni volta che le parla. Lei gli tocca la barba perché alla sua età la barba la fa ridere. Per Teresa è divertente infilare le mani nelle tasche della sua giacca, il rumore delle forchette quando cadono, disegnare coi pennarelli la parte di muro sotto il tavolo in cucina.
Quando eri più giovane ti piaceva la prima volta che aprivi un ombrello nuovo sotto la pioggia, oggi l’importante è non rovinare la messa in piega.
Quando facevo le medie c’era in classe una Teresa che puzzava di piscio. Si sedeva coi maschi perché le femmine erano dispari, nessuna di noi la voleva avere come compagna di banco, figuriamoci come amica. Dopo la lezione di educazione fisica controllavamo se cambiasse la maglietta o se invece tenesse addosso quella sporca. Si lavava le ascelle senza mettersi il deodorante. Piegava la tuta e la chiudeva in un sacchetto di nylon. L’abbiamo lasciata sola, lei ha creduto di non meritarci, ha sempre pensato di essere la più stupida. Ha studiato più di tutti perché non aveva nient’altro.
Teresa fa la psicologa e si rivede in ogni suo paziente, si ritiene una sopravvissuta.
Se avesse saputo che le sarebbe bastato lavarsi meglio, invece di uno studio pieno di traumi oggi avrebbe tre bambini vivaci, stipati in una camera coi letti a castello.
L’avevo trovata sulle Pagine Gialle, l’ho chiamata e ho provato a fissare un appuntamento.
Non voglio pazienti che conosco, mi ha risposto, se vuoi ti posso dare il numero di qualche mio collega. Mi ha domandato come stessi, come mi andassero le cose.
Le ho detto che andavano piuttosto bene, che mia madre mi mancava, avevo solo bisogno di parlare con qualcuno. Ha capito che sono una persona sola quando mi ha proposto di vederci per bere una birra. Ha addolcito la voce, nonostante fossi stata io a buttare il sacchetto con la tuta dentro il bidone dell’umido nello stanzino dei bidelli. Mi ha chiesto, sei sicura di non voler fare due parole? È stato allora che mi sono sentita peggiore.
Così ho riattaccato.
Lo sai, tuo marito non ha mai guardato le altre donne, entrava salutando tutti con gli stessi occhi di quando si sorbisce la televisione la sera, senza voglia e senza forze. La fabbrica con gli anni ha trasformato i giorni in una catena di gesti sempre uguali, così il matrimonio. Tuo marito si era innamorato guardandoti sbucciare una mela, stavi seduta su una panchina in centro con un cane accovacciato ai piedi, mangiava le scorze. Sei stata amata senza condizioni per la prima volta, tua madre ti aveva cresciuta insegnandoti che una gentilezza si ricambia con la gentilezza, così ti sei sposata per riconoscenza.
La vostra bambina è convinta che siate sempre esistiti, uno per l’altra e invece non siete nemmeno parenti, compagni di cella, ti ritrovi a pensare.
Tuo marito ha aspettato che mi rivestissi, scopi come mia moglie, mi ha detto, non ho capito cosa intendesse davvero.
E adesso che mi guardi ancora con lo stesso viso di prima, quando la cameriera ti ha chiesto se preferissi un thè alla pesca o al limone e tu hai risposto fa lo stesso, penso che tu abbia una bocca obbediente che mi ha ricordato mia madre quando ha saputo che la metastasi le aveva consumato il fegato e ha ringraziato il dottore nonostante le avesse detto che non valesse la pena fare la chemio perché le sarebbero rimasti al massimo due mesi, forse tre.
La prima volta in cui mi sono sentita orfana è stato quando mi è venuta la febbre e sono dovuta andare in farmacia a comprarmi le medicine, sono guarita e nessuno è stato contento.
Mi aspettavo piangessi, mi sarei sentita meglio perché in qualche modo avrei cercato di consolarti, avrei avuto qualcuno per cui preoccuparmi. Invece hai alzato le spalle e hai piegato a metà una bustina di zucchero.
Teresa direbbe che state attraversando una crisi passeggera, cercherebbe di ridarti fiducia consigliandoti di riconsiderare la vostra storia adesso che avete la famiglia che avete sempre voluto. Sopravvivere alla sua adolescenza le fa credere che ogni persona abbia diritto a una vita migliore. Io invece vorrei solo prendermi un’aspirina e farmi la tinta più scura.
Te l’ho già detto, sorridi e mi ricordi mia madre, quando mi faceva credere che valesse la pena crescere ed essere come lei.

(L’immagine di copertina è di Anthony Dorman)

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Ilaria Vajngerl
Ilaria Vajngerl

Ilaria Vajngerl, nata nell’85 è laureata in linguistica. Vincitrice italiana del Campercitytelling 2009 (Scuola Holden), ha pubblicato i suoi racconti con Rivista Inutile e I Sognatori Edizioni. Il suo blog è ilpescevolante.blogspot.it.

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6 thoughts on “L’inserto del lunedì – Crescere, di Ilaria Vajngerl

  1. wow, lima dentro pure. me lo porterò addosso per tempo questo racconto. grazie Paolo e grazie per aver citato Roth, mi sa che seguò il consiglio di leggerlo.
    E intanto mi vado a vedere il blog di Ilaria 😉

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  2. scusa non sono un’aquila…ma la narratrice è lamica della psicologa Teresa a cui confessa di essersi scopato suo marito? (cioè il marito di Teresa?) non riesco a legare i periodi

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    1. la confessione ad un’amica e Teresa (la psicologa) è solo un modello di una che ce l’ha fatta, esempio della possibilità del cambiamento.

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  3. Sì: devastazione in miniatura è la definizione più appropriata. Ma la parte che considero più crudele è quella che riguarda l’altra Teresa (non la figlia). In fondo ai tradimenti (di mogli, mariti, amanti e amici) ci siamo assuefatti. Ed è terribile anche questo.

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