Grafemi

Segni, parole, significato.

La caserma – i luoghi dell’infanzia #1

Taluni – scienziati cognitivisti, psicologi, persone romantiche – ritengono che i luoghi dell’infanzia rappresentino non solo lo scenario sul quale si proiettano i nostri primi ricordi, ma la base della struttura della nostra mente. Secondo Julian Jaynes, l’autore dell’indimenticabile “Il crollo della mente bicamerale”, lo spazio mentale nel quale opera la coscienza è una metafora, o una rappresentazione, dello spazio fisico che ci circonda (lo dimostrerebbero le parole usate per descrivere i nostri pensieri: afferriamo un’idea, rimuoviamo un ricordo, scacciamo alcuni brutti pensieri); lo spazio fisico che ci circonda, quindi, concorre alla formazione della nostra coscienza, del nostro modo di pensare, di sentire, di organizzare le idee. E così come la lingua ascoltata nei primi anni di vita diventa la nostra lingua madre, differenziandosi da tutte quelle che cercheremo, a fatica, di imparare negli anni successivi, allo stesso modo lo spazio nel quale muoviamo i nostri primi passi – la casa dove gattonavamo, l’asilo dove abbiamo fatto le nostre prime esperienze di relazione, il giardino nel quale giocavamo a nascondino per pomeriggi interi – definisce lo spazio mentale nel quale si muoveranno i nostri pensieri. Per tutta la vita…

La casa in cui ho vissuto i miei primi diciannove anni è un appartamento di cento metri quadrati che non vedo dal 1989: un’entrata con l’immancabile telefono di bachelite grigia appoggiato a un mobiletto sotto uno specchio, la cucina a destra, il salotto a sinistra, e un corridoio lungo sette metri davanti; poi, in fondo, in senso antiorario, la camera dei miei genitori, il bagno grande, il bagno piccolo (trasformato in un impraticabile sgabuzzino), la camera piccola di Alberto, la camera grande mia e di Fausto. La cucina è composta da due ambienti: una cucina vera e propria, piccolina, calda, e una minuscola lavanderia, inizialmente separata da due porte di legno verniciato e di vetro, che mio padre avrebbe rimosso intorno al 1975. Là dentro c’è la lavatrice, incassata verso il fondo (dietro di lei, un vetro zigrinato che si affaccia sulle scale), un mobile bianco e rosso (dentro i suoi cassetti: uno schiaccianoci, una rotellina per affilare i coltelli, le cannucce; sopra: un porta pane di ferro arancione bianco e marrone, in perfetto stile anni settanta) e una finestra che si affaccia su un vecchio convento di suore, ormai abbandonato. Da questa finestra, d’inverno vedevo la neve cadere sui tetti rossicci di Padova, e d’autunno guardavo il sole tramontare dietro un pino gigantesco e lontano, la cui forma mi faceva pensare che fosse un alpino (era perché gli ultimi rami sembravano un cappello o perché da bambino le parole pino e alpino si suggestionavano a vicenda?); e sotto quella finestra ogni cinque gennaio io e i miei fratelli mettevamo le calze per la Befana, e ogni sei gennaio la Befana puntualmente le riempiva; e un anno – non saprei dire quale – c’era anche una gabbia con dei minuscoli criceti che continuavano a fare figli: la mamma, però, se li mangiava tutti.

Il salotto, in cui mobili hanno continuato a cambiare disposizione nel corso degli anni, ha l’unica terrazza della casa dove, ogni primavera, il piccolo pino che a dicembre era stato addobbato di luci e palline natalizie lasciava cadere i suoi aghi marroni: da là sopra era possibile vedere, come in un carta geografica, lo spazio nel quale tutti i bambini del posto giocavano sei mesi all’anno: il giardino. Lo chiamavamo proprio così, anche se, di fatto, erano strade, aiuole, cancelli, una vecchia caserma distrutta, portoncini dei condomini, corsie per accedere ai garage, asfalto, macchine parcheggiate, campanelli.

Avevamo un campo da calcio, a forma di ELLE, dove le partite finivano con risultati da basket. Il portiere del lato corto aspettava affacciato all’angolo, pronto a ritirarsi verso la porta che difendeva non appena la tumultuosa folla di bambini che accerchiava il pallone iniziava ad avvicinarsi. E la porta che difendeva era un cancello (mai chiuso a chiave) che in altri momenti della giornata diventava la rete usata nelle partite di pallavolo. Da un lato il campo era delimitato da uno dei palazzi, dall’altro dal marciapiede dei due metri di terra, erba e piccoli arbusti che separava un cortile dall’altro; era lungo quel marciapiede che, seduti uno accanto all’altro, giocavamo a telefono senza fili. Più in là le mamme – le nostre mamme – parlavano e facevano a maglia. Di cosa parlavano, tutto il giorno? Ridevano. La più spiritosa, e la più esuberante, era la mamma di Lele, secondo piano del palazzo con civico 66; c’erano poi la mamma di Jacopo (terzo piano, 66), mia madre (quarto piano, 58), la mamma di Elena ed Elisabetta (terzo piano, 64), la Grazia, mamma di Andrea e Nicola (primo piano, 52), e altre donne indistinte, ai margini del mio campo visivo.

Quartiere della mia infanzia

Quartiere della mia infanzia

1 La mia terrazza
2 Le mamme fanno a maglia
3 La porta del campo a ELLE e rete da pallavolo
4 Angolo del campo a ELLE, dove il portiere aspettava l’arrivo dei giocatori avversari
5 Tana del nascondino
6 Garage del palazzo di Via Marcanova dove c’era l’unica fontanella del quartiere
7 Terrazza assolata
8 Altra terrazza, poco usata

La sera, quando era buio, e dalle finestre aperte dei condomini arrivavano le voci della televisione – telecronache di partite, sceneggiati per la televisione, spettacoli con Raffaella Carrà, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini – e nell’aria si sentiva l’odore dei zampironi che ardevano nelle camere, arrivava il momento di giocare a nascondino. La tana era un muretto che delimitava la discesa verso i garage del civico 62 – una descrizione che diventa necessaria solo ora, e solo per chi non è vissuto in quei luoghi, perché la tana era la tana, l’unica del nostro quartiere, e nient’altro che questo, e tutti sapevano dov’era, e a cosa serviva: là, si contava con gli occhi chiusi, e il viso affondato nel braccio appoggiato al muretto, mentre gli altri correvano a nascondersi. (Una sera Pieandrea Ardito, che ora fa il DJ a Dubai, si era arrampicato sul cancello ed era salito sopra la tana; quindi, aveva aspettato che Paolo Degetto (scomparso qualche anno fa per i postumi di un incidente in motorino) finisse di contare, e appena Paolo aveva finito, e si era girato per iniziare la ricerca, Pierandrea, dall’alto, aveva battuto una mano sul muretto, e aveva gridato un due tre per me. Avevo quasi nove anni, e quello mi sembrò un trucco degno del cavallo di Troia di Ulisse).

La tana del nascondino (sullo sfondo, la palestra che ha preso il posto della "caserma")

La tana del nascondino (sullo sfondo, la palestra che ha preso il posto della “caserma”)

E poco più in là, dietro il muro di una scuola di ragioneria, c’era il luogo più magico, più misterioso e, con il senno di poi, più incomprensibile della mia infanzia: la caserma, un edificio mezzo crollato, ricoperto di macerie, con torrette alte una quindicina di metri, feritoie per sparare senza essere colpiti, stanze con i soffitti crollati, e, soprattutto, passaggi segreti. L’accesso era libero: nessun cartello di avvertimento e nessun genitore che si preoccupasse di quello che facevamo là dentro. Era giusto fidarsi? Io, ora, lascerei che i miei figli entrassero in un edificio pericolante e ricoperto di macerie? Provo a rispondere, ma poi capisco che sono domande senza senso. Il mondo, allora, era un luogo molto diverso da quello in cui viviamo ora – no, il mondo era quasi uguale, ma era completamente diverso il modo con il quale lo vivevamo noi bambini, e lo vedevano i nostri genitori. A nove anni lessi I ragazzi della via Pal (1907) e piansi per la tragica fine del soldato semplice Nemecsek, ma non mi stupii affatto per la libertà assoluta della quale godevano quei ragazzini: era uguale alla mia. Avevo sette, otto, nove anni, e ogni pomeriggio scendevo in giardino, trovavo qualcuno, e poi insieme decidevamo cosa fare: una partita a calcio nel campo a ELLE? Una sfida a pallavolo? Un giro di esplorazione all’interno della caserma? Come i cani randagi che si vedono lungo le strade del sud, ci muovevamo in gruppetti di quattro o cinque bambini, spingendoci, talvolta, anche a qualche centinaio di metri da casa: in via Zambon de’ Dauli, dove c’era un mondo simile al nostro ma popolato da bambini che non conoscevamo, o nello splendido Parco dei Giardini della Rotonda, all’ombra dell’enorme acquedotto a forma di torre medievale (dove, a sei anni, trovammo dei giornali pornografici dei quali ridemmo nel pieno della nostra innocenza); altre volte, sceglievamo di salire nella terrazza che, caldissima, si stendeva sopra il palazzo davanti alla caserma, saltando tra le mattonelle separate dal bitume nero, oppure andavamo a trovare la mamma di Alessio (che nel 2002 sarebbe stato il mio testimone di nozze), nel suo piccolo magazzino di articoli per le automobili – catene per la neve, termometri da attaccare al cruscotto, spazzole del tergicristallo – e giocavamo a nasconderci tra gli scatoloni. Poi, dentro e fuori dai garage, attraverso le cantine dei vicini, e poi da un giardino all’altro, passando per reti bucate, scavalcando muretti che offrivano i giusti appigli, e poi di corsa in bici, fino alla fine di Via Beldomandi, a prendere il fresco sotto un albero i cui rami avevano costruito una cameretta con il tetto, e infine a bere un po’ di acqua dall’unica fontanella del quartiere, tra i grigi garage del palazzo che costeggiava Via Marcanova – un’acqua calda, ferrosa, che con i suoi spruzzi ci bagnava sempre i piedi, e che non ci dissetava mai. Ma in un modo o nell’altro, finivamo sempre in caserma.

Il quartiere, un po' più dall'altto

Il quartiere, un po’ più dall’alto

1 Liceo Classico che avrei frequentato una decina d’anni dopo
2 Spazio dove c’era la caserma, e dove ora c’è la palestra della scuola di ragioneria Einaudi
3 Via Beldomandi, davanti al parco con l’albero nel quale ci nascondevamo
4 Giardino di altri bambini sconosciuti
5 Magazzino della mamma di Alessio
6 Scuola elementare
7 Casa della mia maestra
8 Convento delle suore, ora ristrutturato

I nostri fratelli maggiori raccontavano che un certo Antonio Parco (ora ufficiale di non so quale esercito ma allora solo un ragazzo più grande di noi), si fosse arrampicato lungo la scaletta esterna dell’altissima torretta a nord (i gradini erano ferri arrugginiti infilati nel cemento), e avesse trovato, nella guardiola là in cima, alcune pistole, o dei fucili, o forse solo una manciata di proiettili abbandonati; noi, ancora piccoli, ci accontentavamo di entrare attraverso un buco aperto lungo il muro anteriore e quindi camminavamo attraverso le piante cresciute sugli inspiegabili cumuli di macerie – erano i resti del tetto crollato? -, raccogliendo sassi da lanciare in vasche scure piene di pece, cercando nuovi passaggi segreti, o sbattendo i piedi nei corridoi bui e vuoti che collegavano gli enormi garage abbandonati, per ascoltare la nostra eco. Ogni cosa era stata mangiata dal tempo: c’erano pezzi di muro che penzolavano nel vuoto, appesi all’anima sottile e arrugginita del cemento armato, e pareti sfondate attraverso le quali intravedevamo la scuola di ragioneria, il suo parcheggio, e i pioppi dalle foglie cangianti. A cosa era servito, quell’edificio? Chi lo aveva usato, chi lo aveva abbandonato? Davvero dei soldati avevano combattuto una guerra, tra quelle pareti alte e consumate dal tempo? La caserma era un residuo lasciato dal tempo, una nave di pirati arenata davanti a una spiaggia, una foresta piena di misteri. Ed era nostra. Nessun adulto era mai entrato là dentro: i nostri genitori sapevano della sua esistenza, certo, ma non avevano mai pensato di violarlo con la loro presenza. Era un paradiso. Un paradiso che abbiamo perduto un giorno alla volta, un sogno alla volta – abbandonato e lentamente dimenticato, mano a mano che l’infanzia ci lasciava, mano a mano che diventavamo grandi e giocare aveva smesso di essere la cosa più importante e più bella che si potesse immaginare. A dieci anni conoscevamo ancora ogni centimetro quadrato del minuscolo mondo che ci circondava: i buchi sulle reti, la pendenza delle pedane di accesso ai garage e la velocità con la quale andavano affrontate in bicicletta, il contenuto di ogni ripiano dell’armadio che una vecchia zitella teneva nella sua cantina e nella quale entravamo, furtivi, grazie a un magico passpartout, le radici degli alberi che sfondavano l’asfalto nel nostro campo da calcio a ELLE, le chiocciole sulle foglie del piccolo roseto che cresceva sotto la finestra del bagno di Giacomino (ora consulente finanziario), e il suo merlo indiano che imitava le imprecazioni dei muratori, i rimproveri affettuosi dei nonni, e le grida dei bambini, e le lucertole che rincorrevamo inutilmente sui muri assolati, i gattini che comparivano dal nulla – gli occhietti pieni di croste, le pance gonfie – e noi gli portavamo giù un piattino di latte che loro lappavano sotto i nostri occhi meravigliati… Ogni angolo possedeva un’inesauribile capacità di generare significato: quei luoghi, quelle tre strade, quel minuscolo angolo di un’insignificante città di provincia, erano la struttura portante della nostra fantasia, tutto il nostro sconfinato mondo. Poi, nel giro di due o tre estati, le reti per la pallavolo sono tornate a essere semplici cancelli; abbiamo smesso di cercare le lumache tra l’erba, i gatti sono spariti, il merlo è morto, e il marciapiede del campo da calcio è diventato troppo basso per passarci le giornate seduti a discutere di Goldrake e Capitan Harlock; e quando la caserma, che aveva resistito a chissà quale guerra, ha dovuto arrendersi per lasciare posto a una palestra per la ginnastica dei ragionieri, noi, ragazzini ormai impazienti di crescere, avevamo già iniziato a dimenticare di essere stati bambini.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “La caserma – i luoghi dell’infanzia #1

  1. amanda
    21/08/2013

    stesso liceo ma circa 10 anni prima, stesse storie di “cortile”, solo i binari a separarci; se guardo ora il cortile che allora ospitava almeno 40 bimbi urlanti dalle 3 del pomeriggio alle 9 di sera e che allora mi sembrava un MONDO mi domando come potessimo starci e come si potesse sopportare il baccano fatto da tutti quei mocciosi per così tante ore, era un mondo splendido fatto di enormi libertà, un adulto, a turno buttava l’occhio per tutti e 40 i bambini e a dire il vero a parte qualche punto di sutura immancabile tra 40 mocciosi scatenati non è successo nulla di irrimediabile, nel cortile affianco non si può dire la stessa cosa, ma i genitori lì sembravano già allora avere le strane tendenze non educative e non “responsabilizzanti” di molti genitori di oggi

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    • Paolo Zardi
      21/08/2013

      Un giorno ero salito a casa a mettermi un cerotto per una delle tante sbucciature, e dall’alto ho contato i bambini che c’erano sotto: anche nel nostro caso eravamo 40. Erano le comunità degli anni sessanta/settanta – giovani famiglie, spesso le prime che vivevano in città (i nonni erano in campagna), e la televisione con due canali e trasmissioni che iniziavano alle quattro del pomeriggio, e una macchina per famiglia, le case con il garage, gli appartamenti con il salotto separato dalla cucina, e il corridoio e l’entrata – un altro modo di intendere la casa – e la scuola che finiva a mezzogiorno e mezzo, il pranzo in famiglia, gli amici che si andava a trovare a piedi, la macchina tirata fuori solo la domenica per andare sui colli.. Era un altro mondo, un altro modo di vivere – e siccome casualmente in quel modo di vivere ho passato la mia infanzia – un’infanzia bella, ricca, felice – ogni tanto lo rimpiango..

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      • amanda
        21/08/2013

        io pure anche se a scuola ci andavo fino alle 4 e mezza, la mamma lavorava ed andavo dalle suore che facevano il tempo prolungato, quello che non capisco è perchè ce lo siamo lasciati sfuggire dalle mani un mondo così dove i rapporti personali venivano al primo posto, dove il figlio di uno era figlio di tutti nel rione, dove la vita di strada era vita di comunità, come abbiamo fatto a farci fregare?

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  2. Renato
    27/08/2013

    C’è una parola che mi hai fatto riscoprire tu, Paolo: struggente.
    Niente di più adatto a descrivere questo post. Sensazione amplificata dal fatto di conoscere i luoghi e anche molte delle persone descritte. Bellissimo.
    (Antonio Parco è ufficiale in Marina).

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