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Segni, parole, significato.

Il muretto dei quattordicenni – i luoghi dell’infanzia #3

Fanno sempre una certa tenerezza i bambini quando vogliono sembrare grandi: con un grissino in mano fingono di fumare, bevono il succo di mela spacciandolo per vino, e si guardano in controluce la peluria delle gambe per trovare quel pelo nero capace di certificare il passaggio all’età adulta. Non sanno, però, che in mezzo, tra i giochi da bambini e gli affascinanti diritti riservati ai grandi (guidare la macchina, possedere un bancomat, sollevare pesi enormi, andare a lavorare), c’è il guado dell’adolescenza.

Esistono anni più stupidi di quelli che trascorrono, lentissimi, tra i dodici e i diciassette? Anni più confusi, incerti, incostanti, misteriosi, e sbagliati di quelli? Inizia tutto con la felicità che cambia sapore, consistenza, dimensione: più profonda, più ambigua, talmente intensa da essere quasi insostenibile, e straziante quando manca. E’ una vertigine inebriante e pericolosa; è come essere affacciati ai margini di uno spettacolo immenso e tremendo per il quale non si è ancora pronti. Poi, arriva una confusione di alti e bassi, e dolori nuovi e inaspettati; un desiderio scuro, come un gorgo.

L’infanzia ha luoghi sicuri e circoscritti. La sua geografia si basa su punti fissi: la casa, la scuola, il giardino, i piccoli dettagli pieni di significato, come il mattone con una scheggia a forma di leone che si osserva, ogni volta con la stessa curiosità, lungo la strada per andare a comprare il pane. E il tempo non scorre: si cresce, gli interruttori della luce ai quali non si arrivava nemmeno in punta di piedi improvvisamente sono davanti ai nostri occhi, la bici del fratello più grande, che avevamo sognato per almeno due anni, diventa ridicolmente piccola, ma tutto rimane uguale. L’assenza del futuro, l’incapacità di immaginarlo, toglie peso ad ogni azione. Tutto è leggero; gli sbagli si sanano nel giro di mezza giornata.

Il cervello impara cose nuove, e risolve problemi sempre più complicati; eppure la qualità della mente non cambia. I bambini ragionano come bambini, per tutta la loro infanzia. Appartengono a un altro mondo. Un giorno ho provato a raccontare al più grande dei miei due figli cosa significasse diventare grandi: mi sentivo come uno che tentasse di spiegare il colore rosso a un uomo cieco dalla nascita.

tugofwarIo sono diventato grande in sei lunghissimi mesi. Un parto doloroso e prematuro – il secondo della mia vita, dopo quello con il quale ero venuto al mondo. Mi sono riconcepito domenica 30 ottobre 1983. Avevo 13 anni e qualche mese. Passavo la gran parte del mio tempo a giocare a calcio; nel tempo che mi rimaneva, mi masturbavo con furia conigliesca. In camera avevo il poster dell’Italia che aveva vinto i Mondiali in Spagna: ogni sera, prima di andare a dormire, Zoff, Scirea e Gentile mi guardavano con il loro sguardo austero. A scuola, scrivevo temi alla De Amicis. Avevo i brufoli, i capelli con la riga in parte, un naso enorme, e un canino che, cresciuto nel posto sbagliato, mi stroncava il sorriso. Puzzavo, come la gran parte degli adolescenti, ma io puzzavo di più, perché avevo i funghi sulla schiena, e la dermatologa, che di sicuro aveva copiato durante il compito di Psicologia dell’Adolescenza, mi aveva prescritto abluzioni quotidiane con un liquido sulfureo. Indossavo i maglioni verdi e marroni che mi aveva fatto mia nonna; solo dopo lunghe insistenze, ero riuscito a farmi comprare da miei, in un negozio a Venezia che non esiste più, una maglia della Champions gialla e blu; anche se era una taglia più piccola della mia – avanzi di magazzino – non volli rinunciarci. Qualche mese prima ero arrivato terzo nella classifica del bambino più simpatico della classe, preceduto da Piero Feriani e Luca Coselli, mentre in quella del più bello (vinta, se non ricordo male, da Tommaso Olivieri) non ero neppure entrato. Ascoltavo Paul McCartney, del quale avevo comprato l’album “Tug of war”, alla Standa, l’estate prima, e “Old and wise” di Alan Parson & Project. Il mio libro di inglese si chiamava “Passport to Britain”. Suonavo il flauto – soprattutto Mozart e Beethoven, anche se la mia musica preferita (scelta dal libricino “101 pezzi celebri classici e operistici”) era “Il contadino allegro” di Schumann. Avevo passato l’estate a Copenaghen, in una splendida casa nel quartiere residenziale Hellerup, leggendo Kafka, Dostoevskij e Primo Levi; ne intuivo la forma ma non il contenuto. Sognavo di scrivere un romanzo su una scimmia di nome Berta che, dalla gabbia del suo zoo, osservava un po’ schifata gli esseri umani che le passavano davanti. Le cose andavano bene, ma c’era quel suono stridulo, alto, lontano, continuo, che nei film di solito preannuncia l’arrivo di una tragedia. Senza saperlo, camminavo su un lago ghiacciato, accompagnato solo dalla vaga sensazione di non sapere dove stavo andando. E il 30 ottobre del 1983, il ghiaccio si è rotto. Quel giorno non è successo nulla di particolare: una di quelle domeniche autunnali con il sole che non riesce a scaldarti, i compiti da fare, le campane della messa delle cinque, il giro al Bar Trento con gli amici per fare una partita ai videogiochi, i risultati del calcio che arrivavano tutti insieme, le quote dei 13 poco prima del telegiornale delle otto… Attorno alle cinque, io ero con Tommaso, nel suo garage. Quando eravamo entrati, il cielo era ancora chiaro – blu, terso, teso. Svuotavamo la cantina per la festa (delle medie) prevista per la settimana dopo. E improvvisamente (un avverbio che si dovrebbe usare con grande parsimonia: non più di una volta per romanzo) sono stato sfiorato dal vento gelido della morte. Ho avuto paura di morire. Sotto alcuni scatoloni c’era un piccione morto, secco, grigio, duro. Da bambino avevo sentito parlare delle terribili malattie che quegli uccelli, specie da defunti, erano in grado di attaccare alla gente, e me ne ero sempre fregato. Ma quando uscimmo dalla cantina, e anche se era passata meno di un’ora era già sceso un gelido buio, ho realizzato, per la prima volta, che potevo morire.

Force Commander

Force Commander

E’ la morte ad avere inventato l’amore: i sassi immortali non si riproducono. Ed è l’amore che dà un senso alla morte: muore davvero solo ciò che amiamo. Per sei mesi, ho cercato la via di uscita. La salvezza. A Natale i miei mi regalarono un dopobarba, e mi era venuto da piangere: a cosa mi serviva profumarmi, a quell’età? D’altra parte, avevo smesso di giocare da mesi. Il Force Commander bianco che avevo ricevuto l’anno prima era già smontato in qualche scatolone.

Passai le vacanze natalizie a Venezia. Gran bella città, Venezia, impossibile negarlo. Ma le sue calli buie, rischiarate a malapena dai lampioni tremolanti sotto il vento di dicembre, il rimbombo dei passi, e quel silenzio incessante, e lo sciabordio delle onde sulle case che sembrava un orologio – morirai, dicevano, prima o poi morirai, morirai, morirai… – e il sole che annegava sulla laguna sempre più presto… Mi sarei suicidato molto volentieri, in quei giorni, a Venezia.

A febbraio, i primi spiragli di ripresa: alla festa di Carnevale di Giannalisa Gottardo, in via Belfiore, oltre porta Trento, mi colorai i capelli con uno spray rosso: inspiegabilmente, avvertii un piccolo accenno di felicità. Mi sembrava di assomigliare di più a quello che avrei voluto essere. Con il senno di poi, penso che fosse in atto una sorta di lacerazione tra passato e futuro – l’infanzia piena di senno che tirava da una parte, l’età adulta dall’altra. Come si sentono i girini quando iniziano a spuntargli le zampe, e non riescono più a respirare sott’acqua? Ho il sospetto che faccia male, e che abbiano paura – paura di uscire dalla pozza nella quale sono vissuti fino a quel momento. Il mio corpo stava cambiando già da un po’. Il pisellino di qualche anno prima era diventato innegabilmente un cazzo che, nel cesso di casa, dopo pranzo, a metà pomeriggio, prima di cena, tenevo in mano come una bacchetta da rabdomante: con gli occhi chiusi, lo puntavo verso le mie piccole compagne di classe, in cerca di un piacere incomprensibile e insensato. I muscoli si stavano ingrossando, e sotto il naso iniziavano a spuntare i baffi e avevo anche i peli nel culo, per dirla tutta. Ma dentro ero ancora un bambino pieno di contraddizioni. Dopo il catechismo, tenuto da una suora simpatica e gentile, si andava nella casa in costruzione di un amichetto a sfogliare giornali porno (avevamo dodici anni!). La mamma, la sera, ci dava il bacio della buonanotte, al quale non avremmo rinunciato per niente al mondo; poi, sotto le coperte, si cercava di ricordare la donna che, infilata tra due uomini, avevamo guardato increduli qualche ora prima.

Il muretto tra via San Giovanni da Verdara e via Marcanova

Il muretto tra via San Giovanni da Verdara e via Marcanova

Ma il sesso, a dire il vero, era un aspetto marginale: ciò che stava veramente cambiando era l’umorismo, la musica che ascoltavamo, i libri, e il modo con il quale si stava insieme. Ogni cosa – stare in una stanza con dei ragazzi, prendere un gelato con una compagna di classe, camminare in centro con un amico – sembrava diversa. Perfino i luoghi erano cambiati. Il muretto sotto casa di Alessio, che qualche volta avevamo scavalcato per andare a ciucciare i pistilli zuccherosi di un glicine bianco, era diventato il muretto dei quattordicenni. La sera, ci sedevamo là a parlare – chiacchierare aveva sostituito la passione per giocare. Alle dieci passava Elisabetta che tornava a casa dal bar dei suoi genitori, tenendo la mano di sua madre. Poi arrivavano Enrico e Lele con un gelato in mano, e il papà di Roberto che tornava dalla sala da ballo sulla sua 127 arancione, e ci salutava con il naso un po’ rosso: ciao, tosi! Luca, che aveva tre anni più di noi, parlottava davanti al portone di casa con la sua prima morosa; Carlo arrivava in moto da Abano, sgommava davanti a noi, e si fermava a parlare. Mio fratello Alberto un giorno portò giù un registratore della Philips, e lo accese su Mother dei Pink Floyd, ed era una musica così nuova da lasciarmi senza parole. E il giardino nel quale avevo passato gli anni dell’infanzia, quelle quattro strade in croce piene di garage, nascondigli e reti, era diventato piccolo; piccolo e silenzioso. Le cose – il pino a forma di alpino, le macchie d’olio per terra, le pigne, le formiche, le buche, la caserma – avevano smesso di parlare. Era quel silenzio che mi spaventava? Quella sensazione di aver perso il contatto con un mondo del quale avevo fatto parte? Provavo lo smarrimento che gli antichi avevano avvertito, dolorosamente, quando era finito il tempo dell’epica: gli eroi erano morti, gli dei si erano ritirati nell’Olimpo e avevano smesso di interferire con le vicende umane, e la natura – i nembi, il volo degli uccelli, il mare burrascoso, la primavera profumata, le vette ascose del Soratte – era stata domata. Una vittoria necessaria, e già piena di rimpianti.

Poi è arrivata la primavera. Un pomeriggio tornavamo in autobus da un’altra festa, e c’erano Alessio, Sabrina (della quale tutti eravamo stati innamorati, in una classe o in un’altra), Stefania, Giannalisa e Raffaella. Io avevo una giacca jeans che tenevo appoggiata alla spalla. C’era il sole, era sabato, e la scuola stava finendo. Ho guardato fuori dal finestrino – corso Milano, il ponte sul Bacchiglione – e poi mi sono girato verso i miei amici, e ho sorriso. Ho sorriso ancora un po’, e mentre sorridevo ho sentito, con una chiarezza che non mi lasciava dubbi, che per la prima volta nella mia vita stavo sorridendo proprio come l’uomo che sarei diventato.

adolescentidist

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Questo post fa parte di una serie di racconti dedicati ai luoghi dell’infanzia.

Il primo, dedicato al giardino, il luogo dove i bambini formano la propria idea del mondo, cliccando qui,

Il secondo, che parla del tempo dei bambini, e della loro incapacità di concepire l’invecchiamento, e quindi di capire cos’è la morte, può essere letto cliccando qui.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

4 commenti su “Il muretto dei quattordicenni – i luoghi dell’infanzia #3

  1. paolo majolino
    27/08/2013

    Il “bambinesco” – di paolo majolino
    È accaduto di chiedermi come mai i bambini parlino in quel modo ed ho inteso approfondire giungendo ad alcune considerazioni.
    L’atteggiamento di studio è stato con assenza di indulgenza, come invero consigliato da Ian McEwam nel suo libro ‘Bambini nel tempo’ Einaudi.
    La considerazione principe è che l’adulto ha smarrito il rapporto col mondo dell’infanzia, mitizzato come periodo di spensieratezza perduta ed al tempo stesso generatore di sensi di colpa.
    L’assenza di rapporto lascia spazio a desideri responsabili di apparenti contraddizioni.
    Ogni bambino rappresenta un dilemma, in primis nell’atteggiamento linguistico e ciò costringe a rivolgerci loro con stereotipati modelli culturali che ci rendono il bambino nella visione di un ometto provvisoriamente incompleto che, con pazienza e sacrifici diventerà grande, ovvero e meglio diventerà ‘vero’ come Pinocchio.
    Il bambino-Pinocchio incarna ciò che l’adulto non è più, la spontaneità che non è riuscito a mantenere.
    Il bambino è visto altresì come un adulto in fase di collaudo al quale, giustamente, necessita fornirgli un ‘abbecedario’ per avviarlo alla realtà linguistica ed allora genitori, nonni od altri vigilanti dell’infanzia a vario tipo, si rivolgono ai bambini con una sintassi affettuosamente rudimentale e dominata da diminutivi e vezzeggiativi.
    È pur vero che in latino bambino è in-fans: non parlante, invero si giunge a trattarlo come un ‘turista straniero’ che chiedendoci una informazione gli rispondiamo con un italiano infantile, meglio definibile ‘bambinesco’, sostituendo frasi con singole parole (andare dritto, incrocio girare…).
    Questa analogia bambino-straniero rende il ‘bambinesco’ una lingua straniera non delimitata da spazi di frontiere, bensì da tempi.
    Il limite estremo del ‘bambinesco’ accade con il fenomeno detto criptolalia, laddove si riscontrano attività linguistiche tra gemelli che emettono suoni poco articolati comprendendosi.
    Il ‘confine temporale’ estremo è l’inizio dell’adolescenza che determina l’acquisizione della lingua madre, a volte mantenendo strutture di giochi di parole chiuse al solo mondo adolescenziale od anche, mutuando da Sigmund Freud ne ‘Il motto dello spirito’ “…notiamo l’inclinazione a cercare dietro termini uguali o simili il medesimo senso, il che è fonte di parecchi errori che causano l’ilarità degli adulti…”.
    Inseguendo i procedimenti analogici di Freud può giungersi ad effetti di capziosità elevata, del tipo “tu vai alla toilette (tualet) ed io vado alla ‘mialet’”.
    Il ‘bambinesco’ è lingua ‘angelica’ e ‘pinocchiesca’, anche adorabile per l’attitudine magica manipolatoria nei confronti delle parole.
    Per diventare adulto il bambino dovrà cambiare timbro di voce e forme e perdere questa attitudine linguistica anche se, per un certo periodo i due stati conviveranno e, purtroppo, per alcuni maschi (le femmine ne sono quasi esenti) il ‘bambinesco’ resterà uno ‘stile’ di vita. Buona Stella!

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  2. amanda
    27/08/2013

    questo dovrebbero leggerlo i tuoi figli quando sarà il momento, quando deciderai tu, hai scritto il capitolo più bello

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  3. Branoalcollo
    25/10/2013

    bellissimo, anch’io fumavo i grissini.

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  4. Pierluigi
    26/03/2015

    Bellissimo scritto.
    Ringrazio Giannalisa Gottardo per avermi dato il “link” per in tuo blog.
    Hai acquisito un nuovo fan 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 26/08/2013 da in Racconti, Ricordi, Scrittura con tag , , , .

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