Gli eroi – i luoghi dell’infanzia #4

L’ho chiamato da lontano – il sole era già tramontato, e il campo in erba sintetica brillava sotto le luci artificiali – per dirgli che era ora di tornare a casa, che la nonna aveva chiamato per dirci che la cena era pronta, ma lui è rimasto là, vicino all’area di rigore, con il pallone sotto il piede, immobile, le mani sui fianchi… Gli sono andato incontro. “Che succede?” gli ho chiesto, ma lui stava zitto, e non diceva niente: con il dorso delle mani si asciugava le lacrime, dignitosamente.
“Ti sei fatto male?”
“Io rimango qui” mi ha risposto con un filo di voce. Allora ho capito. Mi sono tolto la maglia, e abbiamo fatto passaggi, e tiri in porta, e rigori: il paio di pantaloni blu che indossavo continuavano a scivolarmi giù, scoprendomi il culo da impiegato. Dopo dieci minuti, era finalmente soddisfatto. Siamo tornati alla macchina, e lungo una stradina buia e piena di sassi mi ha parlato del suo inevitabile sogno di entrare, prima o poi, in Nazionale; più tardi, a casa, in giardino – era già buio, e la cagna di mia suocera ci scodinzolava intorno felice di sentire le nostre voci –, mi ha confessato che non appena sarebbe diventato un po’ famoso avrebbe scritto un libro, il cui incipit sarebbe stato “Io sono Jurij, e anche se il mio sinistro non è un granché, il destro è un piede magico”. Gli ho accarezzato la testa, e ho pensato: ok, benvenuto nel delirio del calcio.

Ho giocato a calcio fin da bambino, in un campo di asfalto a forma di ELLE proprio sotto casa, accanto ai garage condominiali – un fazzoletto di terra attraversato da radici sulle quali tutti, prima o poi inciampavamo. I muri alti che lo costeggiavano sul lato lungo li usavamo per la sponda, una tecnica di gioco che i professionisti non possono usare. Il pallone era quasi sempre un Elite blu o rosso o bianco, la cui traiettoria – lo sanno tutti quelli che l’hanno usato almeno una volta – era imprevedibile.

Applicavamo già da allora, in anticipo sull’Olanda e sull’ortodossia di Arrigo Sacchi, i principi del calcio totale: tutti avanti, tutti indietro; e se la crescita di un essere vivente replica la filogenesi, il percorso evolutivo, della specie a cui appartiene, be’, noi bambini, in quegli anni, eravamo arrivati più o meno a quando i nostri nonni scimmioni cacciavano nella savana e, una volta uccisa la preda, se la contendevano a forza di calci e spintoni. Quelle partite finivano sempre per due motivi: una litigata (una falciata, un ginocchio sbucciato, il pianto e l’insulto, e poi un’esplosione di grida), o il pallone che finiva nel terrazza della vecchia del primo piano (le prime volte ce lo aveva restituito accompagnando quel gesto magnanimo con un sermone di dieci minuti; in seguito li avrebbe trattenuti per nasconderli in un armadio, o per bucarli – strega maledetta! – con un coltello da cucina; noi, in cambio, la sera, quando lei era già andata a dormire, ci divertivamo a camminare sulla Bianchina di suo marito). Ma quando quelle partite finivano, ci si dimenticava subito del pallone e si passava a gareggiare con le biciclette attorno ai palazzoni, lungo un circuito che percorrevamo sempre e solo in senso antiorario (quelle tradizioni inspiegabili alle quali ci si conforma senza porsi domande) e che Jacopo, detto Pocò, poteva percorre solo per tre quarti, a causa di un’irrevocabile decisione di sua madre: uno dei quattro lati, infatti, era un pezzo di strada infestato da macchine. Oppure, si andava in caserma, a lanciare sassi nelle vasche di pece e a tirare giù pezzi di muro a colpi di improvvisati arieti, o ci rifugiava nella terrazza del palazzo di via Marcanova, ad ascoltare dall’alto, con una certa meraviglia, le voci degli altri bambini, o, se eravamo in giugno, si correva a succhiare lo zucchero dei pistilli di un glicine che cresceva nel giardino di Alessio. Il calcio, dunque, era un’opzione tra le tante e, per i tragici finali che caratterizzavano le partite, neppure tra le preferite. Ci piaceva di più passare ore a gonfiare le gomme delle nostre bici e a lucidarle; a seguire, a ritroso, il percorso delle formiche, in cerca del loro formicaio (e, nel caso si fossero dimostrate cattive, distruggerlo); a vendere, sotto l’angolo di casa mia, davanti all’Ospedale Militare, vecchi numeri di Grazia o Amica che le nostre mamme avevano abbandonato in salotto: seduti sopra una coperta, con i sassi sui giornali per impedire al vento di sfogliarli, chiacchieravamo sottovoce, in attesa che arrivasse qualcuno.

Michel Platini
Michel Platini

 Le cose cambiarono nel 1982. In inverno, su Tele Gamma Cinque iniziò la serie Shingo Tamai, un cartone animato giapponese i cui personaggi erano giocatori di calcio. I campi su cui giocavano erano lunghi chilometri e chilometri; la curvatura della terra in cui vivevano Shingo e i suoi compagni di squadra era tale che la traversa della porta avversaria emergeva all’orizzonte, lentamente, mano a mano che gli attaccanti le si avvicinavano. Le partite erano caratterizzate da pause lunghissime, durante le quali i giocatori analizzavano le caratteristiche degli avversari, ricordavano il proprio passato, elaboravano piani per il futuro, e decidevano a chi passare la palla; i tiri avevano nomi fantasiosi, come fantasiose erano le traiettorie del pallone: che usassero anche loro il nostro Elite? Dopo queste sessioni calcistiche, scendevo in giardino, sotto il sole fiacco di gennaio, e iniziavo a palleggiare con il muro per ore, e mentre palleggiavo facevo la radiocronaca delle mie imprese. Destro, destro, sinistro, destro, destro… e intanto scendeva la sera, il freddo, la nebbia. Era la fantasia a riempire quei momenti. Mia mamma mi chiamava dall’alto, e io dicevo “ancora dieci minuti”. Con il passare dei giorni, i palloni perdevano il loro colore iniziale: si trasformavano in sfere asfaltate, abrase, segnate dalla mia fatica.

E poi, nell’estate di quello stesso anno, ci furono i mondiali di Spagna. I mondiali di Spagna. Chiunque sia stato ragazzino in quegli anni condivide, con me, l’epica di quei giorni. L’Italia di Paolo Rossi, di Tardelli, dell’arcigno Gentile, di Conti che giocava come un brasiliano… Un Olimpo di creature divine, che per anni mi avrebbero guardato da un poster appeso in camera, accanto alla prima pagina della Gazzetta del 12 luglio.. E poi c’era il mitico Brasile di Zico, Socrates, Junior, Cerezo e di Eder, il cui tiro di esterno sinistro raggiungeva, si diceva, i 200 km all’ora, e la Francia di Platini, che avrebbe iniziato a giocare nella Juve qualche mese dopo, e la Polonia di Boniek, e la Germania di Rumenigge… Che giganti! E che partite! La prima settimana dei Mondiali ero a Venezia, dai nonni: guardavamo le partite in salotto, masticando le Sanagola che mio nonna Olga comprava come antidoto all’odore delle Stop che mio nonno Anacleto fumava una dietro l’altra, tutti con gli occhi puntati verso il loro televisore a colori, un Brionvega i cui canali si cambiavano sfiorando con un dito dei tasti metallici. A casa, invece, guardavamo il bianco e nero della tv in salotto; la stoffa del divano era ruvida e ci pizzicava le gambe nude. Avevo comprato anche un Guerin Sportivo con le foto delle partite: l’Ungheria che batteva dieci a zero El Salvador, uno sceicco che scendeva in campo per far annullare un gol in Francia-Arabia Saudita; i gol dell’Austria, lo sconforto degli spagnoli, le prodezze dei brasiliani, lo sguardo da scugnizzo di Maradona… Sfogliavo quel giornale con lo zelo di un religioso: ogni foto, ogni didascalia, persino le note delle partite, con le formazioni, le sostituzioni, le ammonizioni, sembravano possedere una profondità infinita, una prodigiosa capacità di generare, instancabilmente, un riverbero luminoso e vibrante. I Greci avevano ascoltato per centinaia di anni le imprese di Ulisse, Achille, Menelao: per un’estate, i miei eroi furono un manipolo di giocatori di calcio giunti in Spagna da ogni parte del mondo, per sfidarsi in interminabili partite. I peruviani Uribe e Armadillo, l’argentino Diaz, con la sua faccia da indio, Lato il pelato, infaticabile play maker polacco (quando la Polonia era ancora un’entità irraggiungibile), i russi velocissimi e inevitabilmente perdenti, il contropiede dei belgi, e la tattica del fuorigioco che avevano provato chissà quante volte e che applicavano con una determinazione quasi insopportabile… Ogni squadra arrivava a quelle partite con le proprie tattiche, e i propri campioni; deformati dalle storie impossibili di Shingo Tamai, quei calciatori possedevano tutto ciò che un ragazzino era in grado di sognare.

La mappa dell'infanzia
La mappa dell’infanzia

 Così, iniziai anch’io a giocare a calcio sul serio. Comprai un Tango di gomma. Mi spostai alle Missioni, un campo d’asfalto molto più grande di quello sotto casa, con le porte, le linee del calcio d’angolo (e due alberi lungo uno dei lati, a dire il vero, e sei o sette gradini che salivano verso un portone sull’altro, che ogni tanto venivano sfruttati per giocate impossibili). Là giocavano, credo già da alcuni anni, alcuni ragazzi più grandi di noi – Stefano Lenzoni, Vincenzo Galileo, Marco De Cillia, Andrea Fenza, Simone Moscato (detto Mosquinho, per la sua passione per il Brasile), che ci davano sonore lezioni di calcio. Nei tempi morti, o quando non si era in numero sufficiente per organizzare una partita – cioè quando eravamo meno di tre – si perdevano ore giocando a pali (2 punti) e traverse (5); e quando ero solo, specialmente d’autunno, poco prima che il sole calasse, sotto il cielo bianco che Padova indossa in novembre, con un berretto schiacciato in testa, i piedi ghiacciati, i guanti di lana sopra le dita blu, tiravo punizioni dall’angolo sinistro dell’area grande, cercando di far entrare la palla proprio all’incrocio dei pali, come aveva fatto Platini contro la Roma; oppure, tentavo, e qualche volta ci riuscivo, di fare gol dal calcio d’angolo, d’esterno destro. E non importa che fossi uno scarpone, una schiappa, una mezza sega, che il mio ruolo fosse sempre in difesa, dove venivano piazzati quelli più maldestri: il calcio per me era tutto, l’Oriente e l’Occidente, il giorno e la notte, il senso di ogni cosa. Il cammino irresistibile della Juventus in Coppa dei Campioni (ricordo un’epica vittoria fuori casa contro l’Aston Villa), il tempo di una partita a caso che mostravano alle sette, sul secondo, la domenica, e i gol al Tg2 delle 19 e 45, uno dopo l’altro, e i risultati della C1 che apprendevo, con un’apprensione che si rinnovava ogni settimana (in quella serie giocava il Padova), dalla voce di Nando Martellini, in cucina, davanti alla televisione piccola, in pigiama, mangiando bagigi, seduto accanto a mia zia Maria che, novantenne, rammendava calzini, in silenzio, e i muscoli delle gambe che mi facevano sempre male – un dolore bellissimo, virile, adulto – e le partite in patronato, con il suo campo sabbioso e una porta in salita, e la strada verso il Petron, il campo di erba nel quale avevo iniziato ad allenarmi seriamente, in bici, d’inverno, con la nebbia, e le partite all’Appiani, e gli allenamenti del Padova, il giovedì, e gli autografi di “Cina” Pezzato, Emilio Da Re, e di Cerilli che giocava con i calzettoni arrotolati fino alla caviglia (per cui anch’io giocavo con i calzettoni arrotolati fino alla caviglia)… Cos’altro facevo, in quegli anni? Cos’altro mi interessava, tra la seconda e la terza media? Si andava alle feste, a ballare i lenti con le nostre compagne di classe, ma avevo sempre la sensazione di essere come un soldato un po’ a disagio quando indossa gli abiti civili; e c’erano i compiti, che occupavano le ore buie del pomeriggio; e poi i primi computer, che usavano ancora il televisore come schermo, e sui quali imparai a programmare proprio in quei mesi; e la fatica di crescere, di passare dall’infanzia all’età adulta senza che nessuno fosse in grado di spiegarti cosa ti aspettava, cosa saresti diventato, cosa avresti perso e cosa avresti guadagnato, e i quarti d’ora passati al cesso, in silenzio, con i pantaloni alle caviglie, e i film guardati tutti insieme sul divano, abbracciati alla mamma che era abbracciata al papà… ma il calcio era sempre il centro di tutto. Ricordo bene un pomeriggio di primavera, a casa dei miei zii, a Mogliano Veneto, nel loro giardino, quando dissi a mio padre, che era del tutto refrattario a qualsiasi sport, che qualsiasi cosa fosse successa io non avrei mai smesso di giocare a calcio. Mai. Avevo tredici anni. Due anni dopo avevo già smesso, preso da altri interessi, ma in quel momento ero certo che nella mia vita ci sarebbe stato sempre un pallone, una porta, un dribbling, una punizione a effetto rientrante, e la Juve, e la Nazionale, e nuovi mondiali di calcio.

 Cos’era, ad appassionarmi così tanto? La traiettoria di una palla e i suoi rimbalzi, o tutto ciò che io vedevo in quelle sfide? Durante la partita Italia-Brasile, il punto più alto della storia del calcio italiano degli ultimi quarant’anni, proprio quel pomeriggio, a casa mia c’era un tappezziere che incollava la carta da parati alle pareti del salotto; si era portato dietro anche suo figlio, un ragazzino con un viso dolce ed educato, che gli passava i secchi di colla, e i fogli, e le spatole, che così imparava un lavoro e non passava l’estate a grattarsi. Quando iniziò la partita, che noi eravamo sicuri di perdere, il ragazzino, dopo aver ricevuto il permesso di interrompere la propria attività, si sedette sul divano accanto a noi, ed esultò, e si intristì, e poi esultò e poi si intristì e infine esultò con noi, per tutto il tempo. Suo padre, il tappezziere, invece, non smise di lavorare per un attimo – non si fermò neanche per vedere il replay dei tre gol di Paolo Rossi! – e ogni cinque minuti ripeteva il mantra di tutti quelli che non amano il calcio: “Venti uomini in mutande che corrono dietro a un pallone…”. Come poteva ridurre la magia di quell’incontro alla sua mera forma esteriore? Non era ciò che succedeva in campo, l’aspetto rilevante di quelle partite, ma ciò che succedeva dentro ai nostri cuori di ragazzi: ciò che i nostri cuori di ragazzi vedevano in quelle sfide. Il calcio era un grande schermo blu davanti al quale si muovevano i calciatori: noi costruivamo lo sfondo con la forza della nostra fantasia. Una volta finita la partita, si scendeva con un pallone sotto braccio, e si giocava per ore, spinti dalla convinzione che fosse possibile ricreare, nel giardino sotto casa, le stesse eroiche imprese. L’esultanza per un gol rifilato a Giacomino, dopo un fortunoso tunnel a Pocò, non era diversa – per estensione e consistenza – da quella di Paolo Rossi che ruba la palla a Junior e la infila alle spalle di Waldir Peres; con le braccia levate al cielo, salutavano la folla sugli spalti, della quale tutti i bambini imparano presto a imitare il fragoroso boato… Ecco cosa ci garantivano gli uomini in mutande che il tappezziere disprezzava tanto: che la nostra realtà, la realtà che costruivamo giocando, potesse arricchirsi del loro eroismo.

Quest’anno i miei figli si iscriveranno a calcio: cercheremo una squadra nel quartiere, verseremo la quota di iscrizione, compreremo le scarpe con i tacchetti e la maglia ufficiale, sceglieremo il giorno degli allenamenti, e poi la domenica mattina li scorrazzeremo in giro per la provincia di Padova, in improbabili scontri con altre squadre come la loro. Un po’ mi fa soffrire pensare a cosa è diventato – a cosa abbiamo fatto diventare – il mondo dei bambini: ogni attività in cui sono impegnati assomiglia a un lavoro, con orari, tessere, competizioni, attestati, e onnipresenti adulti che supervisionano, governano, impostano e inquadrano la loro semplice, naturale voglia di giocare. Mi piacerebbe che sotto casa ci fosse un giardino come il mio, pieno di ragazzini della loro età, e che noi genitori ci fidassimo di lasciarli giù da soli a inventare storie, a immaginare mondi, a vedere stadi pieni di persone attorno a loro. E invece si alleneranno senza aver avuto la possibilità di scoprire quanto possa essere irresistibile una partita a pallone alle sette di sera, in giugno, dopo aver visto la propria squadra del cuore piegare un avversario tremendo; avranno maglie con lo sponsor che non puzzeranno per il sudore versato in un pomeriggio che non finiva mai, e impareranno a vincere, e a perdere, molto prima di aver imparato che non è poi così importante, nel gioco e nella vita, tenere il conto dei gol. 

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4 thoughts on “Gli eroi – i luoghi dell’infanzia #4

  1. Veramente splendidi questi Luoghi dell’infanzia. Ha ragione chi dice che bisogna iniziare dal particolare per arrivare all’universale (anche se io tendo, spesso, a fare l’esatto oposto) perché mentre leggevo i tuoi luoghi dell’infanzia io pensavo ai miei, alla mia palazzina al centro di una città di provincia, al mio campo a elle, alle biciclette, ai palloni dalla traiettoria imprevedibile, alle cancellate e ai muri che ci dividevano da altri mondi e all’emozione di essere riusciti, un giorno, a scavalcarli e ampliare il nostro raggio d’azione. E come me, immagino, molti altri hanno provato le stesse emozioni leggendoti. Per quanto riguarda il Mundial 82, la poesia ZoffGentileCabriniOrialiCollovatiScireaContiTardelliRossiAntognoniGraziani è impressa indelebilmente nella mia memoria. Avevo nove anni, ero in colonia a Rimini e ricordo, fuori, il carosello delle auto in festa. Noi, dentro, arrampicati sulla cancellata a scuoterla come piccoli hooligans. Grazie Paolo.

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  2. pensieri alla rinfusa da una veranda aperta sulla sera
    ‘nuvole bambine’ – di paolo majolino
    In veranda vedo scorrere le stagioni ed osservo che le nuvole non sono piene solo d’autunno, anche se è proprio quando sono in questo stato che mi piacciono offrendosi ai fulmini che fanno loro i ‘raggi x’ mostrando la struttura interna delle nuvole. Bello! Sovente sale alla mente la domanda se Altri osservano il cielo come lo osservo io. Se hanno lo stesso stupore dei parcheggiatori che aspettano le auto che entrano nel parcheggio come una sorpresa che si rinnova. Sono solo miei questi pensieri, forse folli? Ovvero sono patrimonio anche di Altri con i quali condivido questa dissennatezza mentale. Come capita di osservare che parte del cielo si scioglie e perde, a volte subito e più spesso poco per volta, i propri colori del rosso e del blu, mostrando una pienezza di ‘nuvole bambine’ che fanno intravedere profili di conigli, di orsi, di elefanti, ovvero ed anche profili umani; il tutto in una voluta e pretesa tassonomica classificazione che vorrebbe inglobare quella lussuria di bolle bianche, grigie, scure, colorate, esplose da un cuore celato dietro la collina della mente e, come fu per Leopardi che, per descrivere al meglio si costrinse a lasciare la sua amata sedia poggiata alla finestra affacciantesi sulla piazza, giunse al limitare dalla prospiciente collina per volgere lo sguardo all’infinito e descriverlo in modo mirabile nell’omonima poesia, così il cuore, facendo ‘violenza alla mente’, si affaccia al balcone degli occhi ed osserva compiaciuto la forma dell’universo. Buona Stella!

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