Grafemi

Segni, parole, significato.

Gioco, quindi scrivo?

Quando una domenica pomeriggio di fine maggio siamo passati, per caso, davanti a una libreria chiusa in zona universitaria, Matija, che ha sei anni e che sta scoprendo ora il calcio, ha adocchiato una copertina, e si è fermato a guardarla: c’era un bel primo piano di Pirlo, e sotto il titolo “Penso quindi gioco”. La sua sorpresa è stata doppia.

Sorpresa numero 1: Pirlo ha due nomi! Guarda, si chiama anche Andrea!

Sorpresa numero 2: Pirlo è anche uno scrittore!

Dopo essersi meravigliato, mi ha fatto promettere che prima o poi glielo avrei comprato: il mio compito sarebbe stato leggerglielo la sera, prima di andare a dormire. Due mesi dopo, approfittando di una promozione di BookRepublic, ho mantenuto la promessa, e così mi sono ritrovato ad avere, nel mio eReader, l’autobiografia di un giocatore di calcio.

Non molto tempo fa – forse era aprile – ho letto la storia di Emil Zápotek, il celebre mezzofondista ceco che vinse tutto nei primi anni cinquanta: una biografia scritta da Jean Echenoz in modo originale, e che non mi è affatto dispiaciuta; e so che Open, l’autobiografia di Agassi, è un piccolo capolavoro della letteratura – è nella mia personale lista nei libri che voglio leggere nei prossimi dodici mesi.

 Ho iniziato “Penso quindi gioco” – un titolo cartesiano – ieri pomeriggio, a Trieste, disteso in uno dei due letti della cameretta dei bambini – loro giocavano alla Wii – e l’ho finito questa mattina, con la testa dentro a una tenda rossa piazzata al centro della stessa camera, e il corpo disteso su tre cuscinoni. Due sere prima avevo iniziato a leggere qualche pagina ai miei figli, prima di metterli a letto, ma mi hanno bloccato quasi subito: la storia della penna che Galliani regala a Pirlo mentre lo invita ad abbandonare il Milan non l’hanno proprio retta. Così me lo sono finito io, per curiosità. La prima domanda che mi sono fatto è: perché un uomo sente il bisogno di scrivere (o di farsi scrivere) un libro così? La seconda: doveva per forza essere scritto così male?

 Andrea Pirlo è un giocatore dotato di quella che i commentatori sportivi chiamano “intelligenza sportiva”. Ce l’ha anche Totti, e, in misura infinitamente superiore, ce l’avevano anche Maradona e Platini: quella capacità di saper cogliere, con grande anticipo rispetto agli altri giocatori, l’evoluzione del gioco, e di riuscire a inventare una giocata capace di sorprendere tutti. Il termine usato è corretto: i test di intelligenza misurano proprio la capacità di guardare a un problema con occhi diversi. E Pirlo, questa capacità ce l’ha, e lo sa, e il titolo del libro dimostra questa consapevolezza. Ma basta essere giocatori intelligenti per riuscire a scrivere un libro decente?

infortunioPenso quindi gioco è un libro terribile. Vorrebbe essere spiritoso, ma metà delle battute sono semplicemente citazioni di frase rese celebri da spot pubblicitari: se lo conosci lo eviti, così tenero che si taglia con un grissino… Gli aneddoti divertenti sono: De Rossi che una notte svuota un estintore su Gattuso addormento scatenandone l’ira; Pippo Inzaghi che caga prima di ogni partita facendo un sacco di puzza; Pirlo che fa credere a Sandrino Nesta che Ausfahrt, riportato in centinaia di cartelli nelle autostrade tedesche e che indica semplicemente l’uscita, fosse una città; la superstizione di Sebastiano Rossi (nessuno può passargli dietro durante l’allenamento) e quella di Gilardino (scarpe vecchie e puzzolenti nello zainetto). Gli episodi drammatici sono: la partita persa dal Milan contro il Liverpool il 25 maggio del 2005 (che determina il crollo dell’autostima in Pirlo e in tutti i suoi compagni). I momenti belli: il rigore segnato contro la Francia nella finale del 2006, e in particolare gli attimi che hanno preceduto il tiro,. Tutto il resto è vita qualunque: l’invidia dei suoi compagni di squadra quando aveva quattordici anni, le proposte di contratto da Real Madrid, Barcellona e una squadra araba (il fatto che nessuna di queste vada in porto sembra non avere nessun impatto sulla vita di Pirlo), il passaggio alla Juve e l’incontro con Conte, una tirata contro il doping, un’altra contro il razzismo, la precisazione che lui non è Sinti e che però non ha niente contro i Sinti, i nomi dei suoi figli tatuati in cinese sul collo, le marcature troppo strette che sono un’ingiustizia, qualche mugugno sulle squadre che chiedono ai campioni di ridurre il loro ingaggio, un’altra tirata (breve) contro la violenza negli stadi e… cos’altro? Niente. Il nulla. Nessuna riflessione vera, nessun punto di vista originale sul calcio. Nessuna introspezione: Pirlo si racconta esattamente come la Gazzetta racconta le partite, i giocatori, il mondo del calcio. Non c’è alcuna discontinuità. Nel libro va in scena la tragedia di un campione che ha vinto tutto – Champions League, Campionato del Mondo, scudetti – e che ha attraversato una vita per certi versi eccezionale senza nemmeno accorgersene. Gli infortuni, i timori, la pressione, l’ingresso in campo, gli altri campioni, la consapevolezza di una carriera a tempo, l’inizio del declino fisico, la competizione, il denaro facile, i sogni, le rinunce: dove sono? Dov’è la sensazione che dietro tutto questo ci sia un essere umano che ha sofferto, gioito, amato, sperato, che è crollato e che è risorto, e che nel giro di due o tre anni sarà costretto a tornare a vivere una vita normale?

alvaro vitaliL’umorismo e gli scherzi da oratorio, le interminabili partite alla Playstation con i compagni di squadra, i pranzi, i dialoghi alla Alvaro Vitali, i personaggi come macchiette (Galliani pelato, Gattuso che non sa parlare in italiano, Inzaghi che non la passa mai, Berlusconi che canta e racconta le barzellette, Lippi che si arrabbia, Moratti gentiluomo, Del Piero bandiera della Juve…) appartengono a un mondo inventato dalle televisioni, dai giornali, dai tifosi, e che non ha motivo di essere raccontato ancora una volta, tutto insieme, in un libro. Eppure Pirlo si presta a questa operazione, e la Mondadori pubblica il suo libro, e la gente (ok, anch’io) lo compra, come ha comprato il libro di Del Piero, e di Conte, e di tutti gli altri giocatori che hanno sentito il bisogno, la voglia, la tentazione narcisistica di parlare di sé, e non hanno saputo, di fatto, cosa dire. Che occasioni sprecate! La colpa, certo, potrebbe essere anche del giornalista Alessandro Alciato (che aveva già contribuito a scrivere Preferisco la Coppa di Carlo Ancelotti e Attaccante nato di Stefano Borgonovo), ma chi l’ha scelto? Chi ha accettato di mettere la propria vita nelle mani di uno scrittore senza alcun talento? Quando Pirlo ha letto il libro (ammesso che lo abbia fatto), mentre teneva tra le mani una biografia con il suo nome e la sua faccia sopra, ha detto: “che orrore!” o “perfetto, questo sono proprio io”? E come si è sentito? Come deve essere stato scoprire che la sua vita assomiglia a un articolo della Gazzetta dello Sport – lo stesso piattume, la stessa retorica da quattro soldi? Non se ne è accorto, o se ne è accorto e ha fatto finta di niente? O il problema sono io, le mie aspettative, e il mio modo di pensare al calcio?

Alla fine, ho chiuso il libro con un certo sollievo, e mi sono detto: mai più storie di calciatori. Leggerò Open perché in molti mi hanno assicurato che ne vale la pena, che non sembra il libro scritto da uno sportivo, ma starò alla larga da qualsiasi autobiografia di una persona il cui pregio migliore è, letteralmente, ragionare con i piedi. Aveva ragione Wallace, i campioni dello sport non hanno la minima idea del motivo per cui sono grandi: sono grandi e basta, e non hanno bisogno di pensarci sopra. E mentre riguardavo la copertina con la faccia di Pirlo che simula un’intelligenza che non c’è, non ho resistito alla tentazione di pensare a come andrebbe a finire se Philip Roth decidesse di parlare della sua vita giocando una partita a pallone.

[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=eaJXefpiYx8%5D

 

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “Gioco, quindi scrivo?

  1. Daniele
    08/09/2013

    Non vorrei apparire retorico ma mi sembra un problema di logica di mercato. L’editoria si appoggia al clamore mediatico di un personaggio per vendere e guadagnare e lo fa con la consapevolezza di puntare su un cavallo vincente. E’ il caso di calciatori o attori famosi, è successo in passato e succede qualche volta con i comici: di indubbio talento su schermo o su palcoscenico, banali per non dire piatti su carta. Poi ci sono le eccezioni, autobiografie scritte con vera passione che per questo riescono a trasmettere le stesse emozioni al lettore; anche in questo caso, però, perfidamente potrei pensare all’intervento di un ghost writer ed il discorso si allungherebbe.
    Per tornare llo spunto iniziale: le case editrici puntano su personaggi che possono vendere per il loro nome, a prescindere dal contenuto, leggevo tempo fa che la giustificazione di ciò è avere delle risorse da mettere a disposizione di scrittori meno famosi. Sarà vero?

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    • Paolo Zardi
      08/09/2013

      Sicuramente è semplice piazzare il libro di un personaggio famoso – calciatore, attore, o chiunque sia passato in televisione ottenendo un po’ di visibilità. Quello che mi stupisce, però, è che si perda l’occasione per creare qualcosa di bello,o almeno di decente: il materiale ci sarebbe tutto… Ma non si fa nemmeno un piccolo sforzo per andare oltre agli standard, bassissimi, dei quotidiani sportivi…
      Sull’ultima domanda: tutte le case editrici sono in crisi economica, con rossi spaventosi. Soldi per gli scrittori meno famosi? Per esperienza personale, ti rispondo: no, purtroppo no.

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  2. L' Alligatore
    08/09/2013

    Mi verrebbe da dire, è il calcio, che vi vuoi fare? Anche perché ho appena terminato di leggere un romanzo sotto forna di bio del mitico Eddie Merck, altro sport con qualcosa di più rispetto al calcio(almeno nel passato). Ma il tema del post è “possibile non si faccia lo sforzo di fare un libro decente, anche se avrà successo lo stesso, perché Pirlo ha un sacco di tifosi che lo leggeranno lo stesso? (o almeno lo compreranno, che lo leggano è un altro discorso).” Forse proprio perché ha già mercato, forse perché il mondo del calcio è così, intriso di retorica e giochetti, sponsor milionari e buonismo … tristezza.

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  3. amanda
    09/09/2013

    se quelli che comprano quei libri sono ragazzini o uomini che si comportano da ragazzini, per giunta male educati, come quelli che frequentano le curve ormai praticamente tutti i giorni della settimana, quelli che hanno votato il nano dentiera per 20 anni e che lo voterebbero ancora perché ha vinto tutto nel calcio, mi spieghi perché questi dovrebbero sforzarsi per fare altri soldi, oltre a tutti quelli che già fanno con il loro stapagato mestiere, con un libro ben scritto?

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  4. Renato
    09/09/2013

    Come sai, mi occupo di apparecchiature per apricancelli automatici. E la cosa più difficile è adattare il prodotto a chi lo deve comprare. E’ accaduto varie volte che gli installatori rifiutavano un apricancello con prestazioni migliori e prezzo inferiore per acquistarne invece un altro che era più semplice da usare e non li costringeva ad abbandonare abitudini di lavoro consolidate.
    Credo che lo stesso valga per il libro di Pirlo. Chi lo compra vuole esattamente quello che hai trovato tu, lo stile Gazzetta a cui è abituato.
    (Se vuoi possiedo le autobiografie di Gattuso e di Di Canio).

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