L’inserto del lunedì – un racconto sulla famiglia di Matteo Moscarda

Fa sempre una certa impressione trovare una storia che assomiglia alla tua idea di racconto. “Regalo di compleanno” di Matteo Moscarda mi ha fatto questo effetto: il tema trattato (l’amore e il dolore all’interno di una famiglia, l’inadeguatezza dei corpi) e lo stile (distaccato, asciutto) sono le cose che inseguo ogni volta che mi metto a scrivere – ancora prima, ogni volta che inizio a incubare una storia. L’inserto del lunedì di Grafemi, che è rimasto chiuso per ferie durante l’estate, riprende dunque con questo bel racconto. Buona lettura!

Regalo di compleanno

Matteo Moscarda

Avrà sì e no diciotto anni. L’avevo già notata due settimane fa, di ritorno dall’aeroporto, e adesso me la ritrovo alla fermata del pullman: sarebbe una bella coincidenza, se Colle San Raimondo non fosse un buco di culo.
Sta scartabellando delle fotocopie con tabelle colorate, seduta con grazia sul suo trolley. Mi chiede l’ora e attacchiamo a parlare. Dice che frequenta un corso preparatorio per Veterinaria, nella speranza di passare il test di ammissione dell’anno prossimo. Dalla sua dizione perfetta, comoda nelle labbra rosate, benestanti, mi sarei aspettato un’aspirante avvocato o un’atleta. E invece no, Giulia vuole salvare i gattini, perché Giulia ama i gattini più degli esseri umani.
Sul pullman si siede accanto a me. Le chiedo come si trova a Colle San Raimondo, se non si annoia nel nulla di questo paesino. Mi stupisce con racconti di feste a base di chupitos e discoteche fino all’alba. E io che pensavo che ci fosse solo quel bar frequentato da sessantenni. È anche vero che quattro mesi sono pochi per fare conoscenza, a meno che tu non sia uno studente universitario.
Mentre mi parla le cerco gli occhi, ma Giulia fissa il poggiatesta davanti a sé. Ogni tanto le scappa un sorrisetto scaleno, ma poi torna subito alla sua postura da manichino: il caffè deve avermi lasciato un alito pessimo.
Digita un messaggio particolarmente lungo e quando finisce non cerca di riattaccare bottone. Decido di cambiare tattica: per assicurarle che non ci sto provando, le dico che sto andando all’aeroporto a prendere la mia compagna, venuta a trovarmi per il mio compleanno, e che vorrei proporle un finesettimana decente. Per questo le chiedevo informazioni.
Lei sgrana gli occhi.
No! È pazzesco. Una coincidenza assurda! Lei sta andando a Roma proprio per festeggiare il suo compleanno! Siamo tutti e due scorpioni, esulta. Poi si calma. Ripete che, volendo, anche qui organizzano delle feste, e che al Mescal si balla fino all’alba, però Roma è meglio. Quindi accantona la coincidenza dell’essere nati lo stesso giorno e si zittisce.
Faccio l’ultimo tentativo e le chiedo ciò che avrei voluto sapere fin dall’inizio: ha già fatto amicizia con qualcuno? Si lega facilmente nella sua classe?
Giulia risponde che ha già mille amici, che non le manca Roma e che l’idea di trascorrere otto anni in questo buco non la spaventa. In classe sua, tutti hanno fatto amicizia e, in soli tre mesi dall’inizio delle lezioni, ci si sente già come in una grande famiglia. No, a dire il vero c’è una ragazza che non riesce a legare, ma è colpa sua che è proprio antipatica e quando sei così grassa dovresti almeno fare uno sforzo di essere gentile, dice.
Io la fisso, la desidero e non dico più nulla. Lei nella vita non dovrà fare alcuno sforzo. La bellezza le aprirà tutte le porte, ed è giusto così.

***

Quando Magda ed io rientriamo a casa troviamo Letizia chiusa a chiave nella sua stanza. Busso, ma non risponde. Poi mugugna qualcosa.
Magda non le piace, non riesce ad averci un dialogo e io non ho mai fatto nulla per aiutarle. Letizia odia le donne, dice che sono tutte puttane.
Devo inasprire il tono della voce per convincerla ad aprire la porta: Letizia teme che voglia sgridarla, magari alzare le mani. Ha in braccio la gatta, che sua madre le ha regalato per poi appiopparmele entrambe, Letizia e la gatta, e andare a convivere col nuovo compagno.
Letizia, con la guancia ancora rossa, tiene la gatta come uno scudo.
Le sorrido e lei aggrotta la fronte, spaventata. Le chiedo se vuole venire a cena con noi. So bene che le piace cenare fuori e che con la paghetta che le passa sua madre non può permetterselo, eppure dice che preferisce rimanere a casa. È l’intervento di Magda a metterla nella condizione di non poter rifiutare.
Al ristorante, in attesa degli antipasti, Letizia si lamenta di Colle San Raimondo, sostenendo che abbiamo fatto una gran stronzata, a venire a vivere qui insieme.
Per quanto sia pienamente d’accordo, cerco di convincerla del contrario. La versione di Magda è che invece non c’è nulla di meglio di una situazione come questa per recuperare un rapporto “in fase di stallo”. Al che Letizia cerca di spiegarle il suo disagio a Colle San Raimondo. È la prima volta che ha uno slancio nei confronti di Magda. Dice che qui non c’è niente da fare e che la gente è ipocrita, che sono tutti fintamente gentili perché sono dei timorati di Dio. E le racconta poi, come se ci fosse un nesso, dei bocconcini di manzo infestati dai vermi comprati al discount, del pomeriggio trascorso a fare la verminazione alla gatta e, ancora, del nostro litigio per la mia ottusa pretesa di dar via la gatta.
Magda scoppia a ridere, assesta qualche battuta per sdrammatizzare e riesce a farla sorridere. È stata bravissima, per un momento torna la calma.
Appena arriva il vino brindiamo ai miei trentanove anni, mentre Giulia, da qualche parte a Roma, sta brindando ai suoi diciotto.
Ordiniamo. Letizia ci mette un quarto d’ora. Vorrebbe ordinare tutto, è ingorda, ma poi opta per un’insalatona di tonno, perché è più leggera, e lei è a dieta. Poi, come sempre, richiama il cameriere, gli chiede scusa e fa modificare la sua ordinazione: rigatoni alla carbonara, per favore.
Nervosa, come ogni volta che si ritrova a inscenare questa pantomima, decide di sfogarsi su di me. E mi chiede, di punto in bianco, se voglio arrivare ai quaranta continuando a fare questo lavoro di merda, e cambiando città ogni anno, una più merdosa dell’altra.
È il mio compleanno e non voglio raccogliere la provocazione. Le chiedo come sia andata quest’ultima settimana all’università.
Lei si lamenta che devo smetterla di chiedere. Aggiunge che sta andando meglio, che anche se le femmine sono tutte frivole poi qualcuna simpatica l’ha conosciuta, e sta cominciando a fare amicizia. Anche coi professori va meglio.
La immagino, per un secondo, in fondo all’aula, da sola, un panino con la mortadella tra i denti, brutta e grassa come sua madre. Fuori, all’entrata della facoltà, c’è Giulia, circondata da maschi, Giulia che la bellezza le aprirà le porte, Giulia con le labbra rosate e un corpo che è un invito. Giulia che guarda mia figlia e vede solo un’obesa antipatica.
È un attimo, e mi ritrovo la faccia bagnata di lacrime, e un sassolino in gola. Non mi era mai successo, non così. Letizia mi chiede scusa per la battuta sul lavoro, Magda dubita che la causa della mia esondazione sia stata quella. Io dico solo “un moscerino”, le abbraccio entrambe, e mi risiedo. Sono arrivati i primi.

————————————

Matteo Moscarda, grafico pubblicitario, è nato a Bologna nel 1982. Ha pubblicato diversi racconti. Su cartaceo: Propriocezione (Italian Zombie, 80144 Edizioni, 2013). Sul web: Lettera al presidente (Collettivomensa), L’entropia esistenziale (Scrittori Precari), Lo spaccaossa (Generazionerivista) e altri.

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5 thoughts on “L’inserto del lunedì – un racconto sulla famiglia di Matteo Moscarda

  1. riscontro una connessione di rapporti ‘sottostanti’, che si palesano a mano a mano che procede la narrazione, con lo stile di Cappelli: ovviamente plaudo anche nella considerazione della ‘freschezza’ narrativa. Bravo!

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  2. comprarsi una nuova vita -by paoma
    L’apoteosi dell’apparenza, la necessità di fare sempre bella figura, non sono più esclusiva del Sud poiché tutti noi oggi, complice la crisi economica, anziché vivere vediamo la nostra vita rappresentata in foto, nei social network, provando a controllare ogni dettaglio e l’intensità dell’uso di Facebook, ad esempio, è tale che se qualche Amico non lo frequenta per qualche giorno, ovvero non aggiorna la sua pagina, il pensiero dominante degli ‘Amici’ è che non stia bene!
    Piuttosto che guardare noi e gli Altri con ironia, investiamo i nostri pensieri nel ritratto della gente così come propostoci dai media ed in cui tutti proviamo ad immedesimarci.
    Via dalla propria vita, via dalle responsabilità, per tuffarsi in una realtà diversa, quasi sempre solo onirica, e se ciò non può accadere il minimo è affidarsi allo schermo del cinema o della tv che riesce, anche se per poco tempo, a farci sognare di cambiare pelle per indossare una che ci piace di più; nei fatti è come comprarsi una nuova vita, nel più semplice dei modi così come accade se si ha voglia di un gelato, che lascia a casa la razionalità facendo abbandonare al surrealismo assoluto per far succedere cose ottenibili solo nel rifugio dell’immaginazione, tra il fiabesco ed il fantastico, per lo più sognando di essere giovani ricchi anelanti il grande Amore.
    Si vive trasportati in un mondo che ci appare il paese delle meraviglie, finché la realtà, quella vissuta di tutti i giorni con le sue improrogabili necessità, ci fa rientrare nella concretezza quotidiana ed il passaggio porta sempre con sé una tragica domanda ‘ma vale la pena di viverci?’ perché, lo sappiamo bene, l’Amore vuole restare fuori dal mondo!
    Buona Stella!

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